La Contessa Isabelle

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Una professoressa d'arte a Parigi si lascia trasportare dalle pagine di un libro erotico antico, esplorando i propri desideri più profondi in una notte di passione solitaria.

Paris, la ville de l’amour

La sera si distende su Parigi come un amante paziente, avvolgendo i tetti di ardesia in una luce ambrata che si fonde con l’oro dei lampioni. L’aria è fresca, ma non abbastanza da farmi indossare il cappotto con fretta. Cammino con la lentezza di chi sa che il tempo, stasera, è un alleato. Le suole delle mie scarpe di cuoio italiano—quelle con il tacco basso che mi fanno sentire sia elegante che stabile—sfiorano le pietre consumate dei boulevards, e ogni passo è una carezza alla città.

Ho passato il pomeriggio all’Accademia, tra corpi nudi e sguardi imbarazzati delle mie allieve. Insegnare loro a dipingere la carne è un paradosso delizioso: loro arrossiscono quando parlo di come la luce si posa sulle curve di un seno, di come l’ombra tra le cosce di una modella non è qualcosa da nascondere, ma da celebrare. Io, invece, non arrossisco più da anni. La mia pelle ha visto troppo, toccato troppo, desiderato troppo per poter ancora fingere pudore. Ma stasera, per la prima volta dopo tanto tempo, sento qualcosa riaccendersi dentro di me, un fuoco che credevo spento, o almeno ridotto a brace. Ma ora l’aula è lontana.

Ora c’è solo questo: Parigi che respira con me.

Giro l’angolo verso Rue Saint-Honoré, dove le vetrine di Hermès e Lanvin brillano come specchi infuocati. Mi fermo davanti a una pâtisserie dal nome scritto in corsivo dorato su un’insegna di legno scuro. Dentro, l’odore di burro tostato e zucchero caramellato mi avvolge come una nuvola. Ordino una tarte Tatin ancora tiepida, con la crosta croccante che si sfalda sotto la forchetta, e un café serré che mi brucia la gola nel modo giusto. Mangio in piedi, appoggiata al bancone di marmo, le briciole che mi cadono sulle dita e che lecco via con la punta della lingua, assaporando il contrasto tra il dolce della mela e l’amaro del caffè. Il commesso, un ragazzo con i capelli scuri e gli occhi castani, mi osserva con un sorrisetto che non ricambio. Non sono qui per questo. Sono qui per il gusto di sentirmi viva, per il piacere solitario di una sera che mi appartiene.

Proseguo verso il fiume, dove i bouquinistes stanno chiudendo le loro casse di libri con gesti lenti, come se non volessero disturbare il silenzio che scende sulla Senna. L’acqua è scura, quasi nera, e le luci dei lampioni vi si riflettono come monete d’oro gettate in un pozzo dei desideri. Mi fermo davanti a una bancarella che espone libri antichi, le copertine di cuoio logore dal tempo, i dorsi decorati con filetti dorati. Il vecchio libraio—magro, con le dita macchiate d’inchiostro e un odore di tabacco freddo—mi saluta con un cenno del capo.

— Un roman d’amour, peut-être? — mi chiede, la voce raschiata dagli anni.

Scuoto la testa, ma i miei occhi vengono catturati da un volume in particolare. È rilegato in seta nera, così scura da sembrare un pezzo di notte solidificata. Il titolo, impresso in lettere dorate opache, recita: “Le notti erotiche della Contessa Isabelle”. Lo prendo tra le mani, sentendo il peso della carta spessa, l’odore di polvere e rosa secca che emana dalle pagine. Lo apro a caso. Le parole mi saltano addosso.

La Contessa non chiedeva. Prendeva. E quando le sue dita scivolavano tra le cosce di una fanciulla tremante, non era per chiedere permesso, ma per reclamare ciò che già le apparteneva.”

Chiudo il libro di scatto, come se qualcuno mi avesse sorpreso a fare qualcosa di proibito. Il libraio non dice nulla, ma nei suoi occhi vedo un barlume di complicità. Pago senza contare le banconote, infilo il volume nella borsa di pelle nera e mi allontano, sentendo il cuore battermi un po’ più forte contro le costole.

La cena è al Le Comptoir du Relais, un posto dove vado sempre quando sono a Parigi. Il maître, un uomo alto con i baffi grigi e un sorriso che sa di segreti, mi riconosce all’istante.

— Votre table habituelle, madame? — mi chiede, e io annuisco, seguendolo verso il separé in fondo alla sala, tappezzato di velluto rosso scuro come il sangue.

Ordino foie gras con confettura di fichi, seguito da un filet de boeuf così tenero che si scioglie al tocco della forchetta. Il vino è un Pomerol del ’98, che mi versa nel bicchiere con un gesto teatrale. Ogni sorso è un’esplosione di mora e cuoio, ogni boccone una carezza al palato. Chiudo gli occhi per un istante, lasciandomi cullare dal brusio delle conversazioni attorno a me, dal tintinnio delle posate, dal suono ovattato di un contrabbasso che viene da chissà dove. Per un attimo, mi immagino la Contessa Isabelle seduta al mio posto, con le sue labbra dipinte di rosso scuro e le dita che giocano con il gambo del bicchiere, mentre un amante le sussurra qualcosa all’orecchio e un altro le sfiora la coscia sotto il tavolo.

Quando esco, l’aria è più fresca, carica dell’odore di pioggia imminente. L’hotel è a pochi isolati, un palazzo del XVIII secolo con le facciate in pietra chiara e le finestre ad arco. La suite al quarto piano mi aspetta con il suo silenzio dorato. Le pareti sono rivestite di seta color avorio, i mobili in legno di palissandro lucidato a specchio. Accendo solo due lampade—quella sul comodino, con l’abajour di cristallo, e quella sul tavolino da tè, che proietta ombre sul soffitto.

Mi spoglio con lentezza, come se ogni indumento fosse un velo da sollevare con reverenza. La camicetta di seta scivola sulle spalle, il reggiseno di pizzo nero si sgancia con un suono quasi impercettibile. Mi osservo nello specchio a figura intera appoggiato alla parete. Il mio corpo non è più quello di una ragazza, ma ha una grazia che solo il tempo può conferire: le spalle magre, i seni ancora alti nonostante la forza di gravità, i fianchi stretti e le cosce che mantengono una fermezza invidiabile. Passo le dita lungo il solco tra i seni, poi giù, lungo il ventre, fino al pube. La pelle è liscia, quasi trasparente, segnata solo da una sottile linea argentea—ricordo di una gravidanza che non ho mai portato a termine.

Mi immergo nella vasca di marmo bianco, già colma d’acqua calda e profumata con olio di sandalo e petali di rosa. L’acqua mi avvolge come un abbraccio, e chiudo gli occhi, lasciando che il calore sciolga ogni tensione. Prendo il rasoio di sicurezza—quello con il manico d’avorio che ho comprato a Firenze anni fa—and inizio a depilarmi con gesti precisi, seguendo le curve del pube, eliminando ogni traccia di peluria fino a lasciare la pelle liscia come porcellana. Ogni passaggio della lama è accompagnato da un brivido, un misto di dolore e piacere che mi fa serrare le labbra. Quando ho finito, mi ungo con olio di mandorle amare, massaggiandomi le cosce, il ventre, i seni, fino a quando ogni centimetro di me brilla sotto la luce dorata delle candele.

Esco dalla vasca, asciugandomi con un telo di spugna spesso, e torno in camera, dove il letto mi attende, coperto da lenzuola di lino finissimo, stirate così bene che sembrano seta. Accendo la musica—Boléro di Ravel, perché stasera ho voglia di qualcosa che cresca, che mi porti sempre più in alto, fino a esplodere. Mi stendo nuda sulle coperte, sentendo il fresco del tessuto contro la pelle ancora umida. Prendo il libro dalla borsa e inizio a leggere.

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