La Sposa e il Peccato

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Matilde, nel giorno del suo matrimonio con Giorgio, cede alla tentazione di un incontro proibito con i testimoni Massimo e Dario. In un bagno lussuoso, i tre si abbandonano a un gioco brutale e passionale, mentre il ricevimento nuziale continua ignaro.

Il tradimento

La luce del mattino filtra dalle finestre del Palazzo, e io—Matilde, quarant’anni, sposa tra poche ore—sento il cuore che batte in un ritmo strano, non solo nervoso, eccitato, qualcosa di più complesso che non riesco a nominare. Otto anni con Giorgio, otto anni di convivenza, di colazione silenziosa, di litigi sulle bollette, di sesso domenicale e abbracci notturni, e adesso questo—questa follia veneziana, questa neve che cade fuori come se il mondo volesse imbiancare anche i miei dubbi.

Le amiche sono qui, Elena che sorride, che mi sistema il velo, che dice “Sei bellissima” con quella voce da damigella perfetta, e io penso a Massimo, a Dario, ai due testimoni scelti da Giorgio—da mio marito, mio Dio, tra poche ore mio marito—e sento qualcosa di liquido nello stomaco, qualcosa che non è solo l’ansia del matrimonio.

L’intimo bianco che ho scelto, quelle trasparenze, quel pizzo che lascia intravedere i capezzoli già tesi, perché sono tesa, eccitata, traditrice—sì, lo so, lo sento in fondo alla gola—traditrice prima ancora di pronunciare il sì. Giorgio non sa, Giorgio con il suo smoking nero e i capelli pettinati all’indietro, nervoso e distratto che in questo momento starà bevendo un caffè con i suoi testimoni, i miei amanti futuri, non so ancora cosa sono, cosa saranno.

“Respira,” dice Elena, e io rido, un suono stridulo che non mi appartiene.

Respiro. Respiro il profumo del palazzo, legno antico e cera d’api, il fuoco che crepita in qualche stanza lontana, la neve che attenua ogni rumore del mondo esterno. Venezia è un sogno invernale, un labirinto di bellezza e solitudine, e io mi perdo volontariamente, voglio perdermi, che cosa voglio? Otto anni di fedeltà, o quasi, o di monogamia forzata, di desideri sopiti, di sguardi che ho negato a Massimo quando veniva a cena, a Dario quando mi stringeva la mano troppo a lungo.

Le amiche mi aiutano con il vestito, quel bianco latte che fluisce come acqua sui miei fianchi, e penso all’acqua, al Canal Grande, alla neve che si scioglierà, a tutto ciò che si scioglie in me mentre Massimo e Dario mi aspettano da qualche parte, ignari—no, non ignari, complici, predatori, nervosi e sicuri, atletici ed eleganti.

“Sembri una dea,” sussurra Elena, e io penso a Venere che nasce dalle acque, a tutte le donne che sono nate due volte: una vergine, una puttana, una moglie, una amante, tutte insieme, tutte me.

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