Laura, in una sala da pittura veneziana, viene travolta dal piacere e desiderio per la modella , raggiungendo l'orgasmo in un sogno ad occhi aperti.
Il corso di pittura
La villa, un antico palazzo affacciato sulla laguna veneziana, si erge silenziosa tra le luci tremolanti dei lampioni, con le sue finestre illuminate da un bagliore dorato che filtra attraverso le tende di velluto rosso. È la vigilia di Natale, ma qui non c’è traccia di freddo, solo il calore soffocante dei camini accesi, il crepitio dei ceppi che si consumano lentissimi, e il brusio sommesso di voci femminili che si fondono con il tintinnio dei calici di vino.
Laura varca la soglia della sala da pittura con un passo felino, i tacchi alti delle décolleté nere che affondano nel tappeto persiano, troppo spesso per essere pratico, troppo lussuoso per resistervi. Indossa una minigonna di pelle nera, così corta che ogni movimento rivela il pizzo bianco delle mutandine, le cosce lunghe e pallide cosparse di lentiggini dorate che sembrano brillare sotto la luce calda delle lampade a olio. La camicia, di seta trasparente color avorio, è slacciata fino a metà dello sterno, i bottoni a rischio di cedere sotto la pressione del suo seno naturale, non abbondante, ma sodo, con capezzoli rosa che si intravedono attraverso il tessuto, già duri per l’eccitazione. Le unghie, lunghe e curate, sono dipinte di un bianco perlato che contrasta con il rosso acceso delle labbra, il rossetto scelto apposta per questa sera, un matte così intenso da sembrare bagnato.
La stanza è un tripudio di colori e corpi. Otto donne, tutte aspiranti artiste, sono sedute in cerchio attorno a un cavalletto centrale, i loro sguardi fissi su qualcosa, qualcuno, che Laura non ha ancora visto. L’aria sa di trementina e sudore femminile, un misto inebriante che le fa stringere le cosce mentre si sistema sulla sedia libera, l’unica rimasta, come se il destino l’avesse tenuta in serbo per lei. Il legno scricchiola sotto il suo peso, e lei si accorge troppo tardi che la gonna si è sollevata ancora di più, lasciando scoperta quasi tutta la curva del fondoschiena perfetto, modellato da ore in palestra e da una genetica nordica che le ha donato gambe infinite e una pelle così chiara da sembrare traslucida.
È allora che la vede.
Al centro della stanza, su un podio drappeggiato di velluto cremisi, c’è lei. La modella. Nuda, a parte un ridicolo cappello da Babbo Natale di velluto rosso, leggermente storto, come se qualcuno l’avesse messo in fretta, con negligenza, o forse con l’intenzione di farlo sembrare ancora più osceno. Il suo corpo è una sinfonia di curve, il seno abbondante, pesante, con capezzoli scuri che puntano dritti verso l’alto, come se chiedessero di essere toccati. La vita è stretta, i fianchi larghi, il fondoschiena sodo e alto, diviso in due da un solco profondo che sparisce tra le natiche tonde. Ma è tra le gambe che Laura non riesce a distogliere lo sguardo: la modella è completamente rasata, la pelle liscia come porcellana, le labbra carnose e scure, leggermente dischiuse, umide, come se qualcuno le avesse già leccate prima che lei entrasse.
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