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Desideri inconsci

Questa volta riconosco il campanello da suonare, e anche la voce che mi invita a salire le scale.
Stringo la mano sulla maniglia della porta, ma la sento aprirsi dall’interno, e appare un uomo, sulla quarantina, jeans e camicia bianca, non si accorge di me se non quando alza lo sguardo da terra e si accorge che gli sono davanti, e così ci guardiamo l’un l’altra.


Si ferma, mi fa un cenno di saluto con un movimento delle labbra, ma non esce suono. Io rispondo, “salve”, e mi scosto per lasciarlo passare.
Lo guardo scendere frettolosamente le scale, e appena volgere lo sguardo verso di me, io ancora con la maniglia in mano

“Sophie, entri pure” sento la voce dentro lo studio.
“Buongiorno dottoressa”, dico entrando.
“Buongiorno Sophie, come sta?”
“Bene, grazie, anche lei spero…”
“Si, certo, si accomodi.”
Mi siedo, e il pensiero va alla prima volta, quando l’ho guardata calarsi le mutandine attraverso la fessura della porta del bagno. Smettila Sophie.


"Questa volta ho pensato di fare la pipì per tempo, e di farmi trovare pronta, tutta per lei"


Non so se voglia sdrammatizzare, provocare una situazione favorevole alla seduta o se invece maldestramente e inconsciamente voglia solleticare la mia libidine…  

“Allora, eravamo rimaste con una domanda sospesa, giusto? La sua curiosità per le mie mutandine era desiderio nei miei confronti o necessità di trasgressione alle regole morali?
Pausa di silenzio. Come a teatro.
“Dottoressa…”
“Marina, può chiamarmi Marina”
“Si Marina, ci ho pensato. Credo di non sapere la risposta. Cioè, credo di sapere che lei mi ha attratto, le cosce scoperte, le mutandine calate sulle caviglie. Però non sono sicura di averlo fatto solo per lei, perchè quella porta socchiusa per me è stata uno stimolo fortissimo. Volevo vedere dentro, dove non si può. Quindi direi questo e quello. E’ giusto?”
“Non c’è una risposta giusta” e mentre lo dice, continuando a guardarmi, si aggiusta con le dita la spallina bianca del reggiseno che sporge dal vestitino color pesca.
“Lo ha fatto apposta?” chiedo.
“Cosa?”
“Toccarsi la spallina, per vedere se io la fissavo”
“Ma no, che dice. Le assicuro che non sto facendo nulla apposta. Lei, invece? Si sente a suo agio in questo momento? E’ pronta a dirmi veramente cosa pensa e cosa prova?”

Penso a cosa vuol dire sentirsi a proprio agio.
Penso (perchè?) se quell’uomo che ho visto uscire dallo studio e scendere le scale poteva definirsi uno a proprio agio.
“Non lo so. Forse no. Deve sapere che in questi giorni ho ripensato molto alla scena del bagno, e devo confessarle che ho provato eccitazione a ripensarla. A proposito di essere sinceri.”
“Ah, interessante. Come ha reagito a questa eccitazione?”
“Ho cercato di pensare ad altro, ho letto un libro, ho guardato il cellulare. Una volta però mi sono toccata, e sono anche venuta.
“E’ stata una bella esperienza?”
“Beh, ho provato un orgasmo, si bello. Per carità, ne ho provato di migliori, ma anche quello non è stato male…” Mi piace lasciare il dubbio.
“E’ la prima volta che si masturba pensando ad una donna?”
La parola “masturba” mi disturba… mi fa sentire malata. Glielo dico? Si, glielo dico.
“Non mi sono masturbata, mi sono toccata, lo ritengo diverso”.
“Ah, me ne parli.”
“E’ semplice, ho sentito la necessità di toccarmi, ho abbassato l’orlo delle mie mutandine e con le dita ho iniziato a sfiorare le grandi labbra con un movimento dall’alto al basso e dal basso all’alto, fino a che si è aperta la fessura bagnata, e a quel punto ho appoggiato il polpastrello e ho iniziato a massaggiarmi piano il clitoride. Quando ho avvertito di essere discretamente bagnata, allora ho infilato prima un dito e poi il secondo, e ho iniziato a spingere dentro, ritmicamente. Sempre più insistentemente, fino a quando sono riuscita a far entrare anche il terzo dito, e a gambe aperte la fessura è diventata una porta verso il piacere, che poco dopo mi è esploso in testa
Ecco, così è andata pensando alle sue mutandine e alla possibilità che la vagina in cui provare ad entrare non fosse la mia ma la sua. Questo lei lo chiama ‘masturbarsi’?


I suoi occhi fissi su di me, una espressione forzatamente neutra, qualche secondo di pausa.
“Credo di capire”, ha detto piano.
Marina abbassa per un attimo lo sguardo e inizia a rigirare una penna tra le dita.
Poi mi guarda e dice “Le propongo un esercizio. Le invio allo smartphone una immagine di un dipinto. La prossima volta mi dirà cosa vede in quella scena rappresentata, è d’accordo?.”
“Certo, mi invii pure l’immagine, farò del mio meglio. Come vede con lei cerco di essere trasparente.”
“Me ne sono accorta, Sophie, non ho dubbi a riguardo.”


Uscita dallo studio, riaccendo lo smartphone.
Un primo messaggio da parte della dottoressa, con l’immagine del dipinto.


Un secondo messaggio, da Selene: “Questa sera ti chiamo alle 21, puoi?”
“Si, posso”, rispondo.
E avverto un brivido all’inguine a cui do il benvenuto.

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