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Di nascosto in camerino

Ce l’ho in mano, lo sento pulsare. Ora scendo verso il basso, ne raggiungo la base. Sono tentata a scendere ancora, per stringere più sotto le rotondità. Ma stendo le dita e risalgo con il palmo lentamente, fino a raggiungere la parte estrema, che sento già umida, la sfioro con il polpastrello e…

Marina mi guarda e capisco che sta attendendo una risposta. Ma a quale domanda? Ah, ecco, mi sono persa partendo dalla domanda della mia piscoterapeuta che mi chiede quando ho avuto l’ultimo rapporto con un uomo. Mi riprendo e guadagno qualche secondo rilanciando con un’altra domanda: vuole sapere quando ho avuto l’ultima relazione con un maschio oppure l’ultima volta che ci ho fatto sesso?

Mi risponde che questa distinzione le piace, e di raccontarmi ciò che ritengo più significativo.
Marina nuovamente accavalla le gambe e io, seduta di fronte a lei, guardo la coscia che si scopre per qualche frazione di secondo, lasciando intravedere l’intimo scuro.
Lo faccio apposta. Quasi quanto lei ad accavallare così le gambe.

Rialzo gli occhi e guardo i suoi.
E dico: “Lo sa che qualche mese fa avevo il trip di sposarmi?
Marina mi chiede se avevo una relazione così importante.
“No, non avevo nessuna relazione in quel momento. Solo che mi ero fissata con gli abiti da sposa. Li guardavo sulle riviste, ci fantasticavo. Forse perché il tempo passa e temevo che passasse anche quello per sposarsi. Chissà. O forse solo per questioni estetiche. Insomma, mi piacevano gli abiti da sposa.

C’è un negozio che li vende, non molto lontano dal mio studio. Ci passavo e mi fermavo a guardare le vetrine. Ce n’era uno in particolare che mi piaceva. Elegante ma allo stesso tempo un’azzardo, soprattutto per la scollatura.
Un giorno sono entrata, e per gioco ho voluto provarlo.
Mi ha accolto una ragazza molto gentile, mille complimenti e quell’eccitazione forzata di chi vende emozioni. Le ho chiesto subito di provare quell’abito in vetrina. Voleva farmene vedere anche altri, per sceglierne alcuni da provare ma ho insistito per quello.
Mi ha accompagnata in camerino e mi ha invitato a spogliarmi, mentre lei andava a prendere il vestito, avvisandomi che avrei avuto bisogno di una mano per indossarlo.

Tirando la tendina del camerino scorgo con la coda dell’occhio un ragazzo, poco sotto la trentina, evidentemente un commesso, che mi guarda da poco lontano, ma appena incrociamo gli sguardi abbassa subito il suo.
La ragazza torna con il vestito, chiede il permesso per entrare e mentre scosta la tendina rivedo il ragazzo che guarda verso di me, che però in quel momento mi vede in mutandine e reggiseno. Io non faccio nulla, lascio che lui mi veda e che sia la ragazza a chiudere la tendina non appena entrata con il vestito.
Indossato il vestito, aiutata dalla ragazza gentile, esco dal camerino per guardarmi allo specchio. E vedo lui che finge di essere indaffarato mentre segue i miei passi con la coda dell’occhio.
La situazione era intrigante, soprattutto perché a guidarla ero io, tra l’altro con qualche anno in più di esperienza.

Sono tornata il giorno dopo, ovviamente non per comprare il vestito, ma per lui, volevo continuare ad essere gratificata da quell’ammirazione silenziosamente insistente.
Vedo il commesso occupato al banco con una cliente, anche lui mi vede e con un certo contenuto soprassalto. Cerco la ragazza gentile ma non la trovo. Si avvicina un’altra commessa e mi chiede se può essermi d’aiuto. Io le dico che avevo già provato un vestito, e che desideravo riprovarlo. Aggiungo che il ragazzo al banco sapeva già tutto. Allora dice al ragazzo di andare a prendere il vestito e di portarmelo in camerino, e che dopo sarebbe venuta lei ad aiutarmi ad indossarlo.
Entro in camerino, mi spoglio. Sento avvicinarsi il ragazzo che mi dice di avere il vestito da consegnarmi. Io sporgo una mano e lo prendo, ringraziandolo.
Tra le tendine accostate vedo che lui rimane lì vicino.
Io indosso il vestito, ma al momento di chiuderlo dietro chiedo se può darmi una mano. Lui risponde dicendomi che va subito a chiedere alla commessa di venirmi ad aiutare. Gli dico che sono vestita, mi manca solo di chiudere sulla schiena i bottoncini, e che può entrare lui stesso, se vuole.
Lui scosta le tendine, entra e le richiude.
Io sono di spalle, ma lo vedo sullo specchio che ho di fronte. Lui mi guarda per un attimo, evidentemente imbarazzato. Gli chiedo di abbottonarmi dietro, e sento che armeggia con bottone e occhiello, senza successo.
Piano, porto una mano dietro la schiena, prendo la sua e la accompagno sul mio seno, coperto dalla coppa del vestito nuziale. Lo vedo sullo specchio, talmente sorpreso da non sapere cosa fare. Gli prendo anche l’altra mano e la porto sull’altro seno, e indietreggio, appoggiando la mia schiena al suo petto. Le sue mani sono ancora ferme, appoggiate al mio seno.

Le riprendo e le infilo assieme alle mie sotto le coppe, e finalmente lui si scioglie, fa scendere le coppe sul vestito ed inizia ad accarezzarmi i capezzoli tra le dita.
Mi giro, lui mi bacia sul collo, e io infilo la mia mano dentro i suoi pantaloni.
Eccolo, ce l’ho in mano.
Con il palmo della mano ne ho accarezzato prima l’asta, poi il glande, diventato subito umido per l’eccitazione.
Devo dire che non ho dovuto accarezzarlo per molto tempo. Qualche attimo dopo ho sentito il flutto caldo sulle dita e le ginocchia di lui leggermente inarcarsi, appoggiandosi a me.
Tra l’imbarazzo di entrambi, che riscoprivamo la nostra estraneità dopo quei minuti di improvvisa intimità, ci siamo ricomposti. Lui è uscito, io mi sono rivestita e ho lasciato il vestito da sposa in camerino, ringraziando la commessa e dicendo che ci avrei pensato.

Ecco, dottoressa, questa è stata la mia ultima esperienza di sesso con un maschio.

Marina ha lo sguardo di chi vuole farmi capire che non crede ad una parola di quello che ho raccontato, ma che in fondo spera sia vero. Ma non dice nulla per un po’.
Poi sospira, e mi chiede quale giudizio conservo di quell’esperienza.

Sono stata una ragazza stupida e viziosa, dico io.
“Non essere così severa con te stessa” risponde Marina. “Devi solo ripercorrere la situazione in cui ti sei trovata e capire cosa ti ha spinto a viverla in quel modo. Fallo, e ne riparliamo la prossima volta.

Ha ragione, lo voglio proprio fare.
Quale modo migliore per farlo se non davanti alla macchina fotografica e con un “wedding shooting” intrigante?
Ora siete obbligati ad attendere il prossimo episodio…

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