Estasi bendata

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Claudia, quarantadue anni, decide di ribellarsi a una vita di noia coniugale e si reca a Roma per un provino audace. In un capannone fatiscente, si ritrova bendata e circondata da due attori pronti a sedurla.

Il provino

Ricordo ancora il momento esatto in cui prendo quella decisione. Sono seduta al tavolo della mia cucina a Palermo, con davanti una tazza di caffè ormai freddo e il pensiero fisso su una cosa sola: voglio essere presa da più uomini. Non è un pensiero nuovo, mi accompagta da anni come un ospite indesiderato che non se ne vuole andare. Ma oggi, finalmente, decido di fare qualcosa al riguardo.

Quarantadue anni,” dico a me stessa ad alta voce, e la mia voce rimbomba nel silenzio dell’appartamento vuoto. “E che cosa ho fatto della mia vita? Ho cucinato pasta per un marito che non mi guarda più, ho cresciuto due figli che ora vivono a Milano e non chiamano mai.” Mi alzo di scatto, la sedia striscia sul pavimento con un rumore che mi fa accapponare la pelle. Basta. Claudia si merita un’avventura.”

Il viaggio verso Roma è una confusione di autostrade, stazioni di servizio con caffè orribili e chilometri di campagna Campana che sfila fuori dal finestrino. Guido come una donna posseduta, le mani strette sul volante, la radio a volume altissimo che trasmette canzoni degli anni ’80. Quando l’autostrada finisce e mi ritrovo nel traffico romano, ho già ripetuto il mio discorso mentale almeno cinquanta volte: “Sono qui per un provino. Sì, ho quarantadue anni. Sì, sono siciliana. Sì, sono sposata—ma questo è un problema mio, non vostro.”

L’indirizzo che mi hanno dato via email porta a un capannone industriale nella periferia est della città. Posteggio l’auto in una stradina sterrata piena di buche che farebbero infuriare qualsiasi meccanico. “Tipico, mormoro mentre spengo il motore. “Ti promettono chissà che e ti ritrovi in un posto che sembra un set di un film horror di serie B.”

Scendo dall’auto e l’aria calda mi colpisce come un pugno. È luglio, e Roma cuoce sotto il sole. Il capannone davanti a me è un edificio grigio, con finestre piccole e un tetto di lamiera che deve trasformare l’interno in un forno a microonde. Un cartello sbiadito sopra la porta recita: “Produzioni Cinematografiche Roma”. Nient’altro. Nessuna indicazione del tipo di cinematografia.

“Be’,” dico aggiustandomi la gonna, “non si può dire che non siano discreti.”

La porta si apre con un cigolio che farebbe venire i brividi a chiunque. L’interno è esattamente come me l’aspettavo: afoso, con un odore strano che non riesco a identificare—un mix di sudore vecchio, lubrificante e disinfettante economico. E lì, in mezzo a quello spazio enorme, ci sono due divani rossi che sembrano usciti direttamente dagli anni ’70. Il colore è sbiadito, il tessuto consumato in punti strategici che preferisco non indagare troppo.

“Buongiorno!” Una voce maschile rimbomba nel capannone, facendomi sobbalzare. Un uomo basso, con occhiali spessi e una maglietta che recita “Regista per passione” si avvicina a me con la mano tesa. “Lei deve essere Claudia! La siciliana!”

“Sì, sono io,” rispondo stringendo la mano molle dell’uomo. “Piacere di conoscerla.”

“Io sono Mario, il direttore di casting. E questo … indica un uomo alto e muscoloso che sta trafficando con una telecamera su un treppiede, … è Franco, il nostro cameraman. E quelli—” punta il dito verso due tizi seduti su uno dei divani rossi, … sono Antonio e Giuseppe, i nostri attori per oggi.”

Guardo i due uomini. Devono avere intorno ai trent’anni, corpi tonici, sorrisi che sembrano usciti da un corso di recitazione per modelli. Entrambi mi guardano con un’espressione che conosco fin troppo bene—quel mix di valutazione e desiderio che gli uomini hanno quando vedono una donna con curve generose.

Allora, Claudia,” dice Mario battendo le mani con l’entusiasmo di un bambino la mattina di Natale, “pronta per il provino?”

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