La Contessa Isabelle

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Le parole mi trascinano in un vortice. La Contessa Isabelle non è solo una donna: è una forza della natura. Indossa abiti di seta nera che le aderiscono al corpo , la maschera di pizzo nero che le nasconde metà del volto, lasciando intravedere solo le labbra sottili e gli occhi grigi, freddi come il ghiaccio. Le sue notti sono un susseguirsi di salotti segreti, dove nobili decadenti e cortigiane ambiziose si mescolano in giochi che sfidano ogni morale. Leggo di come si fa scivolare le dita tra le cosce di una giovane cameriera, costringendola a gemere mentre le labbra di un duca le sfiorano il collo, lasciando segni rossi che dureranno giorni. Leggo di orge in stanze tappezzate di velluto cremisi, dove i corpi sudati si fondono in un’unica massa pulsante, dove il piacere è una valuta più preziosa dell’oro.

Il mio respiro si fa più pesante. Sento il calore accumularsi tra le gambe, un formicolio che si irradia verso l’addome, come se qualcuno mi avesse accesa dall’interno. Chiudo il libro per un istante, passando una mano sul seno sinistro, strofinando il pollice sul capezzolo che si indurisce all’istante. Lo pizzico delicatamente, poi più forte, godendo del dolore che si trasforma in piacere. L’altra mano scivola giù, lungo il ventre, fino a sfiorare il clitoride già gonfio, sensibile al minimo tocco.

Riprendo a leggere, ma ora le parole si confondono con le sensazioni. La Contessa descrive come un amante le lecchi il sesso mentre un altro le penetra l’ano con dita untuose di olio di rose, allargandola fino a farle gridare. Io mi inarco sul letto, immaginando quelle lingue su di me, quelle dita che mi aprono, mi esplorano, mi possiedono. Le mie dita si muovono in cerchi sempre più stretti intorno al clitoride, mentre con l’altra mano mi stringo un seno, torcendolo fino a farmi gemere. Il libro scivola sul letto mentre mi sollevo su un gomito, spalancando le gambe. Con due dita della mano destra mi penetro, sentendo le pareti interne contrarsi attorno a loro, bagnate, pronte. Aggiungo un terzo dito, poi un quarto, allargandomi, stirandomi, immaginando che siano le dita di un amante, grosse e aggressive, che mi preparano per qualcosa di più grande, di più invasivo.

Con la sinistra, mi massaggio l’ano, premendo delicatamente all’inizio, poi con più insistenza, fino a quando anche lì il muscolo cede e mi accoglie dentro. Il piacere è così intenso che mi mordo il labbro inferiore per non gridare. Mi immagino la Contessa, con la sua maschera nera e gli abiti attillati, che mi osservi dallo specchio, che mi ordini di non fermarmi, di prendere di più, di darmi tutto. “Prenditi ciò che desideri, ma fallo con grazia,” mi sussurra una voce immaginaria, e io obbedisco.

Mi alzo dal letto, tremando, le gambe quasi instabili. Vado verso la valigia, aperta sul divano di velluto. So esattamente cosa sto cercando. È avvolto in un panno di seta viola, quasi fosse un reliquia sacra. Lo scarto con cura: un giocattolo di vetro soffiato, lungo e spesso, con una curva perfetta per colpire quel punto dentro di me che mi fa vedere le stelle. Lo lubrifico con la bocca, leccandolo dalla base alla punta, assaporando il gusto salato della mia eccitazione mista al sapore neutro del vetro. Poi mi sdraio di nuovo, questa volta sulla schiena, e lo guido dentro di me, centimetro dopo centimetro, gemendo quando sento la curva premere contro quel punto magico, quello che mi fa perdere il fiato.

Non mi basta.

Lo tiro fuori, bagnato dei miei succhi, e lo spingo nell’ano, lentamente, lasciando che il bruciore si trasformi in un piacere profondo, oscuro, quasi proibito. Con la mano libera, mi penetro la vagina, muovendo le dita in sincronia con il giocattolo. Sono piena, stretta tra due fuochi, e ogni movimento mi porta più vicina all’orlo. Leggo ancora qualche pagina del libro, dove la Contessa viene presa da due amanti contemporaneamente, uno davanti e uno dietro, mentre una terza persona le succhia i seni fino a farla gridare. Le parole si fondono con le sensazioni, e quando vengo, è come se fossi io stessa la Contessa, con il corpo scosso da spasmi violenti, le dita che affondano nelle lenzuola di lino, la bocca aperta in un grido silenzioso che si perde nel velluto della notte.

Rimango sdraiata per lungo tempo, il cuore che batte all’impazzata, il corpo coperto da un velo di sudore. Fuori, Parigi continua a vivere, indifferente al mio piacere, alle mie fantasie, ai miei gemiti soffocati. Ma io so che questa notte, in questa stanza, sono stata più viva che mai. Più vera. Più libera.

Chiudo gli occhi, accarezzandomi il ventre con dolcezza, come se volessi imprimere nella memoria ogni istante di questa sera. Domattina tornerò ad essere la professoressa, la donna composta, quella che insegna alle giovani come catturare la luce su una tela. Ma stasera? Stasera sono solo una donna. Una donna che sa cosa vuole. Una donna che non ha paura di prenderselo.

E mentre il Boléro raggiunge il suo crescendo, mi addormento con il sapore del mio piacere sulle labbra e il peso del libro della Contessa ancora aperto sul petto, come una benedizione.

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