La lingua segreta dei corpi

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In un'aula illuminata da luce dorata, una donna svela i segreti del corpo, insegnando a riconoscere i segnali di una passione assente. Cinque lezioni che cambieranno il modo di guardare l’intimità.

Lezioni di carne e silenzio

La luce del pomeriggio filtra attraverso le persiane veneziane, tagliando l’aria dorata in strisce oblique che si posano sui volti degli studenti seduti davanti a me. Osservo ciascuno di loro mentre prendo posto, il quaderno ancora chiuso davanti a me, le mani intrecciate sul legno consumato del banco. L’odore di caffè freddo e carta vecchia si mescola nell’aria stagnante dell’aula, un aroma che conosco bene ormai, che mi ricorda infinite ore trascorse ad ascoltare, a cercare di capire.

La professoressa è in piedi davanti alla lavagna, la sua figura esile illuminata dal taglio di luce che le colpisce il profilo. I capelli grigi raccolti in uno chignon severo sembrano argentati sotto quel raggio, e i suoi occhi azzurri scandagliano l’aula con una calma che mi destabilizza. Eastern European, ho sentito dire a qualcuno prima che la lezione iniziasse. C’è qualcosa nel suo portamento, nel modo in cui tiene le spalle dritte e il mento leggermente sollevato, che suggerisce una disciplina interiore, una forza silenziosa.

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Mentre la osservo, mi stringo nello scialle che porto sulle spalle. La lana gratta contro la mia pelle, ma ne cerco il ruvido conforto. I miei occhi bruciano, e non capisco se sia per la luce o per qualcosa che si sta muovendo dentro di me, qualcosa che non voglio nominare.

Molti uomini guardano i segnali sbagliati, esordisce la professoressa, e la sua voce ha quel tono accademico che non ammette interruzioni. Parole e gemiti possono ingannare. Il corpo no.

Mi irrigidisco sulla sedia. Intorno a me, sento il respiro trattenuto di qualcuno, il fruscio di un foglio che viene girato, ma non oso distogliere lo sguardo dalla donna che parla.

Se imparate a leggere questi segnali, prosegue, facendosi scivolare una mano lungo il fianco in un gesto quasi distratto, potete correggere subito quello che non funziona. Potete migliorare davvero le vostre prestazioni.

L’uomo seduto due file davanti a me si muove leggermente. Riconosco le sue mani grandi, callose, appoggiate sul banco. Una è voltata verso l’alto, e posso vedere i calli sul palmo, la pelle indurita da un lavoro che non conosco. Quando si gira appena, la luce colpisce la cicatrice sul suo sopracciglio sinistro, un segno chiaro contro la pelle abbronzata. I suoi occhi scuri sono fissi sulla professoressa, ma c’è qualcosa nel suo sguardo, come se stesse vedendo oltre lei, oltre l’aula, oltre questo pomeriggio dorato. Come se stesse ricordando.

La professoressa alza un dito. Cinque segnali, dice. Cinque segnali per capire che la donna non sta godendo.

Il silenzio nell’aula è denso, quasi tangibile. Sento il battito del mio cuore nelle orecchie, e mi chiedo se gli altri possano sentirlo, se possano vedere il rossore che mi sale lungo il collo. Mi stringo più forte nello scialle.

Primo, annuncia la professoressa, la mancanza totale di iniziativa.

Le sue parole mi colpiscono come un pugno nello stomaco.

Non propone, non anticipa, non risponde in modo attivo, spiega, passeggiando lentamente davanti alla lavagna. Si limita a starci. Quando una donna gode davvero, partecipa.

Chiudo gli occhi per un istante. Un ricordo mi attraversa, veloce e tagliente come una lama. Io, distesa, immobile, che aspetto che finisca. Il peso di un corpo sopra il mio. La mia voce che tace. Le mie mani che non sanno dove andare.

Secondo, continua la professoressa, e la sua voce è diventata più bassa, più intima, come se stesse condividendo un segreto. Ti guida troppo.

L’uomo con la cicatrice abbassa lo sguardo sulle sue mani. Le sue dita si contraggono leggermente, un movimento quasi impercettibile, ma lo vedo.

Un minimo di guida è normale, specifica la professoressa, fermandosi davanti alla cattedra e appoggiandovi le mani. Se però deve dirigere tutto, è spesso perché non sta provando abbastanza da lasciarsi andare.

Lasciarsi andare. Le parole restano sospese nell’aria, e io sento un nodo in gola. Ricordo le volte in cui ho guidato, indicato, suggerito. Le volte in cui ho sperato che bastasse, che qualcuno capisse. Le volte in cui ho finto che fosse sufficiente.

Terzo, dice la professoressa, e i suoi occhi azzurri sembrano posarsi su ciascuno di noi, uno dopo l’altro. Cerca continue distrazioni.

Mi mordo l’interno della guancia. Il sapore metallico del sangue mi riempie la bocca per un secondo.

Quando manca, spiega la professoressa con voce calma, quasi clinica, la mente cerca scuse per scappare. Guarda il telefono, guarda l’orologio, guarda il soffitto. Qualsiasi cosa pur di non essere presente.

Rivedo me stessa, gli occhi fissi sulla cornice della porta, sulla stampa appesa al muro, sulla finestra con le tende tirate male. Rivedo la mia mente che scappava, che correva verso posti lontani, che si rifugiava in pensieri insignificanti mentre il mio corpo restava lì, inerte.

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L’uomo con la cicatrice si passa una mano sul viso. Un gesto stanco, carico di qualcosa che non so decifrare. Forse rimpianto. Forse comprensione. Forse entrambi.

Quarto, continua la professoressa, e ora la sua voce ha assunto una sfumatura quasi solenne. Il corpo resta uguale.

Mi viene la pelle d’oca, nonostante il caldo del pomeriggio.

Stessa posizione, stesso tono muscolare, descrive, e le sue mani si muovono nell’aria come se stesse disegnando una figura immobile. Nessun cambiamento. Nessuna risposta.

Penso a tutte le volte che sono rimasta ferma, le braccia lungo i fianchi, le gambe appena dischiuse, il respiro controllato. Penso a quanto mi ero allenata a diventare statua, a sparire mentre restavo presente.

E quinto, conclude la professoressa, il silenzio nell’aula così profondo che posso sentire il ronzio del condizionatore in lontananza. Respirazione piatta.

Mi porto una mano al petto, sento il mio cuore battere forte, il mio respiro che si accorcia.

Niente affanno, niente profondità, dice la professoressa, e i suoi occhi si fissano su di me per un istante che sembra durare un’eternità. Solo un respiro superficiale, controllato, vuoto.

Le lacrime mi pungono gli occhi. Le ricaccio indietro, ma una sfugge al mio controllo e scivola lungo la guancia. La asciugo rapidamente con il dorso della mano, sperando che nessuno noti.

Ma qualcuno nota. L’uomo con la cicatrice si volta appena, e i suoi occhi scuri incontrano i miei per un istante. Non c’è giudizio nel suo sguardo, solo una sorta di riconoscimento silenzioso. Anche lui sta rivivendo qualcosa. Anche lui sta affrontando i suoi fantasmi.

La professoressa tace per un momento, lasciando che le sue parole si depositino su di noi come polvere nell’aria dorata. La luce si è spostata leggermente, le strisce sulle persiane hanno cambiato angolazione, e ora illuminano una porzione diversa della lavagna vuota.

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Questi segnali, riprende infine, con voce più dolce, quasi materna, a differenza di parole o gemiti, rivelano se qualcosa non funziona. Permettono di correggere. Di migliorare.

Guardo il quaderno chiuso davanti a me. Le mie dita sfiorano la copertina rigida, seguono il dorso consumato.

Non si tratta di colpa, aggiunge la professoressa, come se mi avesse letto nel pensiero. Si tratta di consapevolezza. Di imparare a leggere. Di imparare a vedere.

L’uomo con la cicatrice annuisce lentamente, un movimento quasi impercettibile. Le sue mani callose sono ancora sul banco, ma ora sembrano più rilassate, come se avesse deposto un peso invisibile.

Io mi stringo nello scialle, ne cerco il calore, ma sento un brivido diverso attraversarmi. Non è freddo. È qualcosa che si sta sciogliendo, qualcosa che si sta muovendo dentro di me dopo anni di immobilità.

La professoressa ci guarda, uno dopo l’altro, e nei suoi occhi azzurri vedo qualcosa che non mi aspettavo. Non è solo autorità. Non è solo conoscenza. È una sorta di compassione antica, una comprensione che viene da lontano, da una vita di osservazione e di verità.

La lezione è finita per oggi, annuncia, e la sua voce torna al tono professionale di prima. Ma vi invito a riflettere su quello che avete ascoltato. A osservare. A domandarvi cosa vedete quando guardate veramente.

Si allontana dalla cattedra e si dirige verso la finestra, le spalle dritte, lo chignon severo che brilla nell’ultima luce del pomeriggio. Le strisce delle persiane si allungano sul pavimento, si allungano su di noi, ci dividono in frammenti dorati.

L’uomo con la cicatrice si alza per primo. Raccoglie le sue cose con movimenti lenti, quasi rituali. Prima di uscire, si ferma sulla porta e si volta. Il suo sguardo incrocia il mio un’ultima volta, e in quel silenzio c’è un intero dialogo che non ha bisogno di parole.

Io resto seduta. Il quaderno è ancora chiuso, ma so che quando lo aprirò, troverò le parole giuste. Per la prima volta dopo molto tempo, sento che sto per cominciare a scrivere una storia diversa.

La luce dorata del pomeriggio si fa più calda, più morbida, e fuori dalla finestra sento il canto di un uccello, lontano, libero.

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