La soffitta del nonno 2

Mon chéri,

Non più una foto, ma carne e sangue, il profumo di gardenia e tabacco che riempie l’aria, il suono dei suoi tacchi che clicchettano sul pavimento di legno mentre si avvicina. “Non avere paura, mon chéri, sussurra, la voce un misto di fumo e miele, l’accento francese che avvolge le parole come seta. Le sue dita—fredde, nonostante il calore del suo corpo—si posano sul colletto della maglietta di Leo, slacciando i bottoni uno a uno con una lentezza che è tortura pura. Lui rimane immobile, il respiro affannoso, mentre lei gli sfila la stoffa dalle spalle, le unghie che gli graffiano leggermente la pelle, lasciando solchi rosati che bruciano come fuoco.

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“Ti piace guardare, vero?” La sua risata è un suono oscuro, mentre si gira, mostrando la schiena nuda, la zip dell’abito che scende con un sibilo, rivelando la curva perfetta della sua spina dorsale, le fossette appena sopra il sedere, la pelle così liscia che Leo vorrebbe leccarla da cima a fondo. L’abito scivola giù, raccolto ai suoi piedi come un sudario, e lei rimane lì, in reggiseno e mutandine di pizzo nero, le cosce che si sfiorano mentre si volta a guardarlo, gli occhi che brillano di una promessa che lui non oserebbe mai chiedere ad alta voce.

“Allora?” Le sue dita scivolano sotto l’elastico delle mutandine, tirandolo giù con una lentezza calcolata, rivelando il triangolo scuro dei peli pubici, perfettamente curato, e poi—Dio—la sua fica, già lucida, le labbra gonfie che si aprono leggermente, come un fiore al mattino. Leo stringe il cazzo più forte, il prepuzio che scivola su e giù con un suono umido, le palle che si stringono per l’eccitazione. “Vorrei leccarti fino a farti urlare”, immagina di dirle, ma nella sua fantasia, è lei a parlare, la voce un sussurro roco: “Allora fallo, mon amour. Mettiti in ginocchio e mostra a questa brava ragazza quanto sai essere cattivo.”

E lui obbedisce.

Nella sua mente, è in ginocchio davanti a lei, le mani che le solcano l’interno coscia, le dita che si avvicinano a quel calore umido, sentendo il suo respiro che si spezza quando finalmente la tocca. “Sì… così…” La sua voce è un sussurro, ma sembra così reale che Leo apre gli occhi per un secondo, quasi aspettandosi di vederla davvero lì, con le gambe divaricate, le dita intrecciate nei suoi capelli mentre lo spinge giù, verso il paradiso tra le sue cosce.

Ma no. È solo lui. Solo la soffitta. Solo la sua mano che si muove sempre più veloce sul cazzo, il polso che ruota, il palmo che stringe la base mentre il pollice strofina la punta sensibile, spargendo il precum lungo l’asta in strisce lucide. “Fottimi”, immagina che gli dica lei, con voce roca, gli occhi che lo fissano mentre si morde il labbro inferiore. Fottimi forte. Voglio sentirtelo dentro di me fino a domani.”

Leo ansima, i fianchi che si sollevano dal pavimento, spingendo il cazzo nel pugno stretto, immaginando di essere sopra di lei, le mani che le afferrano i seni pieni, i capezzoli duri tra le dita mentre la scopa con colpi profondi, sentendo il suo culo che rimbalza contro le sue cosce ad ogni spinta. “Sì, così, non fermarti— La sua voce immaginaria si mescola ai suoi gemiti reali, che echeggiano nella soffitta, soffocati solo dal rumore delle assi che scricchiolano sotto di lui, come se anche la casa stesse partecipando a quel momento di pura, animalesca passione.

Il piacere sale, un’onda calda che parte dalla base della spina dorsale e si irradia in tutto il corpo. Leo si morde la guancia per non urlare, le palle che si contraggono, il cazzo che pulsa violentemente nella sua mano. Sto per venire. Sto per venire per una foto. Il pensiero dovrebbe essere umiliante, ma in questo momento non gli importa. Non gli importa di nulla, tranne che del calore che gli brucia nelle vene, della tensione che sta per esplodere, della sensazione di quella donna immaginaria che gli graffia la schiena con le unghie mentre lui le viene dentro con un grido strozzato.

“Cazzo—!”

Il primo schizzo è potente, dritto sul pavimento di legno, una striscia bianca e densa che atterra con un plop umido, seguita da un secondo, e poi un terzo, mentre Leo si inarca, i muscoli tesi, il corpo scosso dagli spasmi. Il seme colpisce le assi consumate, mescolandosi alla polvere, creando un pattern astratto che sembra quasi arte. Il suo respiro è affannoso, il cuore che batte all’impazzata, le dita che si allentano lentamente attorno al cazzo, ancora semi-duro, la punta che continua a gocciolare mentre lui ansima, gli occhi semi-chiusi, la foto della donna ancora stretta nell’altra mano, i bordi leggermente piegati per quanto l’ha stretta forte.

Per un lungo momento, c’è solo silenzio.

Solo il suono del suo respiro che torna lentamente alla normalità, il battito del cuore che rallenta, il peso del corpo che si affloscia contro il baule. La realtà torna a gocce: la polvere che ricomincia a danzare nella luce, il sudore che gli imperla la fronte, il seme che si raffredda sul pavimento, appiccicoso e umido, una prova tangibile del suo peccato. Che cazzo ho appena fatto?

Ma invece della vergogna che si aspetterebbe, Leo sente qualcosa di diverso. Una calma, una certezza. Come se avesse appena scoperto una verità su se stesso che ha sempre saputo ma mai osato ammettere. Quella donna—quelle donne—non sono solo immagini. Sono specchi. Sono porte. Sono un invito a diventare l’uomo che ha sempre desiderato essere, anche se solo nella segretezza della sua immaginazione.

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Con delicatezza, come se potesse svegliare la donna dal suo sonno di carta, ripone la foto nella scatola, accarezzando un’ultima volta il suo volto con il pollice. “Tornerò”, promette silenziosamente. Poi chiude il coperchio, il metallo che emette un clink soft, definitivo. Si sistema i jeans, ancora umidi in alcuni punti, e si alza in piedi, sentendo le gambe un po’ tremanti, ma c’è una nuova leggerezza nei suoi movimenti, come se avesse appena perso un peso che portava da anni.

Prima di andare via, si volta un’ultima volta verso la scatola. Domani. Domani tornerà. Domani esplorerà ogni foto, ogni curva, ogni sguardo, ogni fantasia. E forse, solo forse, troverà il coraggio di portare un po’ di quella audacia anche nel mondo reale. Forse un giorno—chissà—oserebbe anche parlare a una ragazza. O addirittura toccarla.

Ma per ora, c’è una macchia appiccicosa da pulire. E, conoscendo la sua fortuna, probabilmente finirà per scivolarci sopra domani mattina, cadendo a terra con un tonfo imbarazzante, mentre la polvere si solleverà di nuovo, testimone silenziosa dei suoi desideri più segretti.

Sorridendo tra sé, Leo scende le scale della soffitta, lasciandosi alle spalle la polvere, i ricordi, e la promessa di molte, molte notti in cui l’arte e il desiderio si fonderanno in qualcosa di così intenso da fargli dimenticare, anche solo per un istante, di essere timido.

Perché qui, in questo luogo sospeso nel tempo, Leo non è più il ragazzo insicuro che arrossisce al primo sguardo.

Qui, è un uomo. E sta solo cominciando a scoprire quanto può essere potente il desiderio.

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