Erika e Giada scoprono una vicina esibizionista durante il loro primo giorno nel nuovo appartamento a Trastevere, trasformando il trasferimento in un'esperienza indimenticabile.
Il trasloco
Sto scrivendo questo diario con le mani che mi tremano, le guance ancora in fiamme e quel senso di colpa delizioso che mi serpeggia nello stomaco come un vino troppo dolce. Non so nemmene da dove cominciare, se non dal fatto che sto ancora tremando. Giada è in cucina che prepara la cena , sento il rumore del coltello che taglia le verdure e il profumo dell’aglio che soffrigge, la sua voce che canta sottovoce una canzone di Mina e io sono qui, seduta sul letto con le gambe incrociate, le mutandine fradicie appiccicate alla pelle e il cuore che batte così forte che ho paura si senta anche dall’altro lato del corridoio.
Dio, che giornata.
È il nostro primo giorno nel nuovo appartamento a Trastevere, quello con le travi a vista e la terrazza piccola ma perfetta per le cene estive, quello che abbiamo scelto perché “ha un’anima”, come dice sempre Giada. Lei è convinta che le case abbiano un’anima, che si possano sentire le risate dei precedenti inquilini nelle pareti, che i muri conservino il calore dei corpi che ci hanno vissuto. Io, invece, fino a oggi pensavo fosse solo una metafora poetica. Adesso so che ha ragione. Questa casa ha un’anima, e sta guardando.
Sono le cinque del pomeriggio quando arriviamo con gli ultimi scatoloni. Giada indossa una maglietta nera attillata con stampato un teschio sorridente – “per scacciare la sfiga”, dice – e un paio di jeans strappati che le modellano il culo come se fossero stati cuciti addosso. Io ho una vecchia maglietta di Giuliano, quella grigia con il buco sotto l’ascella, e i capelli raccolti in una crocchia disordinata. Sudiamo come maiali mentre trasciniamo il divano su per le scale, ridendo perché la porta d’ingresso è troppo stretta e dobbiamo inclinarlo di lato, e intanto Giada mi lancia occhiate maliziose ogni volta che mi piego e la maglietta mi si solleva sulla pancia. “Se continui a fare così, stasera ti scopo sul pavimento prima ancora di finire di disfare gli scatoloni”, mi sussurra mentre spinge il mobile contro il muro. Io rido, ma sento già il calore diffondersi tra le gambe. Cristo, quanto mi eccita quando parla così.
Finalmente, dopo ore di sudore e imprecazioni, il salotto è più o meno in ordine. Giada apre una bottiglia di vino rosso – “per festeggiare” – e io mi lascio cadere sul divano con un gemito. “Sono distrutta”, dico, allungando le braccia sopra la testa. Lei si siede accanto a me, mi versa un bicchiere e me lo porge con un sorrisetto. “Bevi, che ti rimetti in forze. Poi magari ti rimetto in forze io.” Mi mordo il labbro e bevo un sorso, sentendo il liquido scuro scivolarmi giù per la gola. Il vino è buono, corposo, ma non quanto lo sguardo di Giada che mi scivola addosso come una carezza.
È in quel momento che lo vedo.
O meglio, la vedo.
Dall’altra parte della strada, nell’appartamento di fronte al nostro, c’è una donna. Sta davanti alla finestra aperta, le tende mosse da una brezza leggera, e si sta spogliando. Non è una cosa lenta, sensuale, da striptease. No. È come se non le importasse nulla di essere vista. Si toglie la camicetta di seta nera con un gesto stizzito, come se fosse infastidita dal tessuto sulla pelle, e la lascia cadere a terra. Poi le mani vanno dietro la schiena, il reggiseno si slaccia, e ecco. Due seni enormi, pesanti, che oscillano leggermente quando si muove. Sono pallidi, con capezzoli grandi e scuri, e mi viene l’acquolina in bocca solo a guardarli. Porca puttana.
“Erika?” La voce di Giada mi fa sobbalzare. Mi giro di scatto, il vino mi schizza sulla maglietta. “Tutto bene? Sei rossa come un peperone.”
“S-sì, sì! È solo… caldo.” Balbetto, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie. Giada alza un sopracciglio, ma non insiste. Si alza per prendere un panno e tamponarmi la macchia sulla maglietta, e io ne approfitto per sbirciare di nuovo fuori.
La donna ora è in reggiseno e mutandine nere, un perizoma che le si incastra tra le natiche rotonde. Ha i capelli mori, lunghi fino alle spalle, e un’espressione sul viso che è un misto di noia e malizia. Si passa una mano tra i seni, poi giù, sulla pancia, e infine si ferma lì, proprio sopra il tessuto delle mutandine. Si sta toccando. Le dita si muovono in cerchi lenti, e io trattengo il fiato.
“Erika, ma che ciai—” Giada si volta verso di me, ma io la interrompo con un bacio improvviso. Le afferro il viso tra le mani e la bacio come se stessi annegando, la lingua che le invade la bocca con disperazione. Lei emette un verso sorpreso, ma poi si abbandona, le mani che mi affondano nei capelli, le unghie che mi graffiano la nuca. Devo distrarla. Non può vedere.
La donna dall’altra parte ora si è tolta anche le mutandine. È completamente nuda, e si sta accarezzando le cosce con entrambe le mani, le dita che risalgono piano verso l’interno. Ha le gambe leggermente divaricate, e anche da qui riesco a vedere il luccichio umido tra le labbra. È bagnata. Si sta eccitando.
“Cazzo, Erika, che ti prende?” Giada ansima contro le mie labbra, ma io non rispondo. La spingo giù sul divano, mi struscio contro di lei, sentendo i suoi seni premermi contro il petto. Le mordo il labbro inferiore, poi scendo con la bocca sul collo, succhiando la pelle fino a lasciare un segno. Lei geme, le mani che mi stringono i fianchi. “Sei pazza oggi.”
Non so cosa mi sta prendendo. È come se avessi la febbre. Ogni volta che chiudo gli occhi, vedo la donna dall’altra parte della strada, le sue dita che scivolano dentro di sé, il modo in cui si morde il labbro quando si tocca. Voglio vedere di più. Voglio vedere tutto.
Mi stacco da Giada con un gemito. “Scusa, amore… è solo che… ho voglia di te.” È la verità, in parte. Ho voglia di qualcosa. Di qualcuno. Ma non posso dirglielo.
Giada mi guarda con gli occhi lucidi, le labbra gonfie per i miei baci. “Allora che aspetti?” Si alza in piedi e mi tende una mano. “Vieni. La camera da letto è ancora un disastro, ma il letto è fatto.”
La seguo, ma non prima di dare un’ultima occhiata fuori dalla finestra. La donna ora è seduta sulla poltrona, le gambe aperte, una mano che si muove freneticamente tra le cosce. L’altra… porca troia, l’altra mano è sul seno, il pollice che strofina il capezzolo turgido. Si inarca contro la propria mano, la bocca aperta in un gemito silenzioso.
“Erika!” Giada mi chiama dalla camera. “Che cazzo fa’?”
“Arrivo!” Rispondo, distogliendo lo sguardo a fatica. Ma non prima di aver visto la donna portare le dita alla bocca, leccarsele con lentezza, come se stesse assaporando qualcosa di delizioso.
Chiudo gli occhi. Sono nei guai.
La camera da letto è effettivamente un disastro: scatoloni aperti ovunque, vestiti sparsi sulla sedia, le lenzuola stese in fretta sul materasso. Ma non me ne frega niente. Non appena varco la soglia, Giada mi spinge contro la parete e mi bacia di nuovo, questa volta con più aggressività. Le sue mani sono dappertutto: mi strappa la maglietta, mi slaccia il reggiseno con un gesto esperto, mi affonda le dita nei fianchi fino a farmi male.
“Sei bollente oggi”, mi sussurra contro la bocca. “Che cazzo è successo?”
Non rispondo. Non posso. Se aprissi bocca, uscerebbe solo un gemito disperato. La donna. La donna dall’altra parte. La voglio vedere. Voglio che mi veda.
Giada mi morde il collo, poi scende giù, fino ai seni. Li prende in bocca uno alla volta, succhiando forte, i denti che graffiano la pelle sensibile. Io gemo, le mani che le affondano nei capelli, le gambe che tremano. Ma i miei occhi… i miei occhi sono fissi sulla finestra. È aperta. E dall’altra parte, la donna è ancora lì.
È in piedi ora, completamente nuda, e si sta massaggiando i seni con entrambe le mani, le dita che pizzicano i capezzoli fino a farli diventare duri come sassi. Poi una mano scende di nuovo, tra le gambe, e lei inizia a muovere i fianchi in cerchio, come se stesse ballando con un amante invisibile.
“Erika, guardami.” La voce di Giada è un ordine. Obbedisco, ma con riluttanza. I nostri sguardi si incrociano, e lei mi fissa con quelli occhi neri come la pece, intensi, penetranti. “Che cazzo guardi?”
Niente. Niente di importante. “Te”, mento. “Guardo te.”
Lei sorride, compiaciuta, poi si inginocchia davanti a me. Mi slaccia i jeans con i denti, li fa scendere lungo le gambe insieme alle mutandine. L’aria fresca della stanza mi accarezza la pelle bagnata, e so che sono fradicia. Giada emette un verso gutturale quando vede quanto sono eccitata.
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