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Necessità morbosa

In borsa porto un paio di mutandine.
Direte che possono sempre servire, lo so. Ma non sono mie.
Sono gli slip neri che ho trovato sul divano ieri, quando mi sono risvegliata da quel sonno che ha velato tutto ciò che è accaduto prima, cioè l’incontro con Baian alla fermata dell’autobus, e poi lo shooting fotografico in studio da me. E poi… non lo so!


Quando se ne è andata Baian? Come ci siamo lasciate?
Ho sognato? Oppure ho fatto davvero sesso con lei?
Ma davvero posso averlo fatto con una donna?
Il mio disorientamento è totale, al pensiero mi gira la testa, devo sedermi.
Il problema è capire e decifrare se quanto accaduto (o sognato) è qualcosa che mi eccita o mi spaventa. Se lo voglio o lo rifiuto. Se lo desidero o lo nego.

Ma questo turbamento non è meno dell’altro, quello di scoprire che vivo situazioni al limite tra la realtà e l’immaginazione, a tal punto che non riesco a distinguerle.


Se domani dovessi incontrare nuovamente Baian, vorrei sapere se le ho infilato davvero le dita tra le mutande o se invece ho solo desiderato di farlo.
Vorrei sapere se i gemiti di quando Baian è venuta sono solo frutto della mia fantasia oppure se veramente sono riuscita a provocare un orgasmo di quella intensità ad una donna.
Vorrei sapere se ho davvero succhiato il suo capezzolo scuro, oppure se posso incorniciarla tra le opere più realistiche mai realizzare dalla mia immaginazione.


Troppi dubbi, troppe domande, e mi sento sola nel rispondere. Capisco di avere bisogno di aiuto, e in un attimo provo il desiderio di correre da Marina, la mia psicoterapeuta, che l’ultima volta ho trattato davvero male.
Sta cercando di aiutarmi e io invece ho cercato di fascinarla, di sedurla. Sophie, hai bisogno di sapere che riesci ad imabarazzare la tua terapeuta per sentirti sensuale, forte? Sei debole, Sophie.
Povera Marina, e stupida me.
Ho bisogno di lei, deve aiutarmi a capire cosa mi sta accadendo.
Decido di chiamarla per fissare un appuntamento.


“Dottoressa? Sono Sophie, buongiorno.”
“Salve Sophie, mi dica..”
“Mi è successo… si, insomma, sono accadute delle cose che vorrei raccontarle, e avere una sua opinione in merito… è possibile vederci?”
“Sophie, sicuramente si, anche se non subito. Le va bene domani pomeriggio?”
“Se non possiamo fare prima… allora va bene domani”
“Sophie, è successo qualcosa di grave? Se è un’emergenza disdico gli altri appuntamenti e ci vediamo subito…”
“No dottoressa, non si preoccupi, nulla che non possa attendere domani. La ringrazio, ci vediamo nel suo studio alla solita ora. Arriverderci.”
“Arrivederci Sophie.”

Mi sento un po’ meglio, aver sentito la sua voce mi ha aiutata. Dal tono sembrava addirittura preoccupata per me. Chissà se lo era davvero. Magari lo fa per professione, è una tecnica. Quanto ho bisogno di una persona che pensi a me…

Torno a casa, il solito silenzio attorno. Le mie solite cose. Il mio studio, il mio divano.
Mi tolgo le scarpe decoltè e mi stendo, e nel farlo la gonna corta sale lungo le coscie, lasciandole scoperte.

Mi guardo. Alzo una gamba, la allungo davanti il mio sguardo, la raggiungo con le mani e le faccio scivolare attorno alla linea del polpaccio, poi attorno al ginocchio, e infine risalgo la coscia, come se stessi indossando una calza.
Appoggio il piede sul cuscino del divano ma tengo il ginocchio piegato, creando lo spazio per poter scostare le mutandine e infilarci un dito dentro.
“Certo Sophie, puoi concedertelo” dice Marina seduta sulla sedia accanto a me, con un sorriso appena accennato, professionale, rassicurante.
“Anzi, sai cosa ti dico? -aggiunge- Anch’io posso concedermelo, me lo merito proprio dopo questa giornata così faticosa”
E mentre lo dice abbassa la sua mano, scavalla le gambe, solleva il lembo della gonna e inizia a toccarsi. E mi guarda. E io la guardo.
Ci guardiamo, mentre le dita entrano in noi ed esplorano. Ma noi continuamo a guardarci fisse negli occhi, intensamente, quasi senza esprimere emozioni particolari, quasi assenti rispetto a ciò che succede, all’eccitazione che sentiamo sulle dita bagnate, al movimento sempre più compulsivo con cui entriamo ed usciamo in noi stesse, sempre più forte, più veloce, più in fondo, così, così, fa male! fa male! fa male!… boom, e un lampo accecante davanti ai miei occhi chiusi.

Marina non c’è più.
Rimango sola, sul divano, distesa.
La mano che copre il mio pube, gli occhi chiusi.
Il battito cardiaco che torna a ritmi più normali.
Mi sono appena toccata davanti alla mia psiscoterapeuta, ma lei non lo sa.

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