Una notte di danza

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Eleonora riscopre la sua femminilità e desiderio in una notte di danza, sguardi intensi e incontri proibiti che la trasformano per sempre.

Il corso di ballo

La discoteca “El Paraíso pulsa di vita “, un organismo vivente che respira al ritmo della salsa, del merengue, della bachata che si fondono in un’unica sinfonia di corpi in movimento. Le luci stroboscopiche tagliano l’oscurità come lame affilate, proiettando bagliori rossi, blu, violetti sulle pareti sudaticce, sui volti accaldati, sulle schiene incurvate in archi sensuali. L’aria è densa, satura dell’odore di profumi economici mescolati al sudore, al fumo delle sigarette elettroniche, al dolciastro sentore di cocktail versati per metà sui tavolini appiccicosi. Il pavimento vibra sotto i piedi, un battito costante che sale dalle casse acustiche, si insinua nelle ossa, si trasforma in un’onda che fa ondeggiare i fianchi prima ancora che la mente dia il permesso.

In mezzo a questo caotico, ipnotico vortice, lei si muove.

Eleonora non è una ragazza. Ha quaranta anni portati con una grazia che sfida il tempo, curve che non chiedono permesso, una carne generosa che si ostina a rimanere soda nonostante gli anni, le notti insonni, i piatti di pasta mangiati con gusto e senza rimorsi. Il suo corpo è un inno alla femminilità matura: seni abbondanti che premono contro la stoffa sottile della maglietta nera, attillata al punto da sembrare dipinta sulla pelle, i capezzoli già duri, evidenti come due puntini scuri che chiedono di essere leccati. La pancia è morbida, ma non flaccida, un cuscino invitante tra i fianchi larghi che si restringono in una vita ancora marcata, per poi esplodere di nuovo nel sedere tondo, sodo, che i pantaloncini di jeans raso—taglia too small—faticano a contenere. Le cosce sono forti, muscolose, quelle di una donna che non ha paura di occupare spazio, che sa cosa vuol dire essere guardata, desiderata, divorata con gli occhi.

Stasera, per la prima volta, Eleonora indossa quel corpo come un’arma.

Non è mai stata una ballerina. Non ha mai seguito un corso di latino americano prima d’ora. Ma quando la sua amica le ha proposto di iscriversi, quasi per scherzo, qualcosa dentro di lei si è risvegliato. Un brivido, un formicolio tra le gambe, la memoria di un desiderio che pensava sepolto sotto strati di responsabilità, di routine, di quella noia grigia che si infila nelle giornate come la muffa tra le piastrelle del bagno. E così, per sei settimane, due volte a settimana, si è presentata in quella palestra fatiscente, tra ragazzine magroline e uomini che sudavano troppo, e ha imparato. Ha imparato a muovere i fianchi in cerchi lentissimi, a far scivolare i piedi sul parquet come se fosse ghiaccio, a lasciarsi guidare da un partner senza perdere il controllo. Ha imparato, soprattutto, che il suo corpo sapeva già cosa fare. Che bastava chiudere gli occhi, abbandonarsi al ritmo, e le anche cominciavano a ondulare da sole, il sedere a contrarsi, le labbra a schiudersi in un sospiro.

Stasera è il saggio di fine corso. Un’esibizione di gruppo, coreografata, ma con spazio per l’improvvisazione. Eleonora non è in prima fila. Non è la più brava, non è la più giovane, non è quella che attira subito lo sguardo. Ma quando la musica parte—Dile Que No di Luis Fonsi, un pezzo che conosce a memoria, che ha ascoltato in loop mentre si truccava davanti allo specchio del bagno, qualcosa in lei scatta.

Il primo passo è esitante. Poi il secondo. Poi il terzo è già un’onda, un movimento fluido che parte dalle caviglie, sale lungo le gambe, fa tremare i glutei sotto il jeans raso, si propaga nella schiena, nelle spalle, nel collo. Le braccia si alzano, le dita si intrecciano sopra la testa, e il busto si inarca all’indietro, spingendo il seno in fuori, offrendolo allo sguardo di chiunque voglia guardare. I capelli, neri come la pece, le ricadono sulle spalle in riccioli umidi, incollati alla pelle dal sudore che già comincia a imperlarle la fronte, il décolleté, la scollatura tra i seni dove qualche goccia scivola giù, lenta, verso l’ombelico.

Intorno a lei, gli altri ballerini si muovono. Ci sono coppie che si avvinghiano, corpi che si sfiorano, mani che scivolano su fianchi altrui. Ma Eleonora non ha un partner fisso. È libera. E quella libertà, stasera, è una droga.

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Un ragazzo—giovane, magro, con i pantaloni a vita bassa che lasciano intravedere l’elastico dei boxer—le si avvicina, sorridendo. Non è il suo tipo. Ha gli occhi troppo vicini, le labbra troppo sottili. Ma quando le tende la mano, lei la prende. Le loro dita si intrecciano, i palmi si uniscono, e lui la fa girare, un movimento secco che la costringe a stringere le cosce, a sentire il tessuto dei pantaloncini strofinare contro il suo sesso già umido. Il contatto è elettrico. Un brivido le percorre la spina dorsale, le fa irrigidire i capezzoli, le fa serrare i denti. Dio, quanto tempo è passato? Si chiede, mentre lui la attira a sé, il suo bacino che preme contro il suo, il suo inguine che sfiora il suo ventre. Non importa. Stasera non importa.

Si lasciano, si riuniscono, si sfiorano di nuovo. Eleonora chiude gli occhi per un istante, assapora il calore del suo corpo, il profumo di dopobarba economico, il sudore che gli imperla la camicia attillata. Poi si stacca, si volta, e comincia a muoversi da sola, le mani che scivolano lungo i fianchi, le dita che si insinuano sotto l’orlo della maglietta, sollevandola appena, mostrando un lembo di pancia, l’ombra dell’ombelico, la linea scura dei peli che scende verso il basso, nascosta dai jeans. Il pubblico—amici, parenti, qualche curioso attirato dalla musica—comincia a notarla. Gli sguardi si posano su di lei, si fermano, indugiano. Eleonora lo sente. Li sente.

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