Dario, lotta con il desiderio per una voce sconosciuta che accende le sue fantasie più oscure, ma che rimane irraggiungibile.
La chiamata inaspettata
Il divano di pelle nera scricchiola sotto il peso di Dario mentre si sistema, il corpo ancora scosso dai postumi dell’orgasmo. Il sudore gli appiccica la maglietta grigia alla schiena, con il tessuto umido che aderisce ai muscoli come una seconda pelle. L’aria nell’appartamento è ferma, carica dell’odore di whisky, fumo di sigaretta e quel sentore muschiato, animalesco, del suo stesso sperma che si asciuga sulla pelle del divano. Non si preoccupa di pulire. Non ancora. Gli piace quel ricordo tangibile, quel segno di ciò che è appena successo. È reale, in un modo che poco altro sembra essere, in questi giorni.
Accende la sigaretta con un gesto lento, portandosela alle labbra. Il primo tiro è profondo, il fumo che gli riempie i polmoni prima di essere espulso in un lungo sospiro grigio. Chiude gli occhi per un istante, lasciando che la nicotina gli calmi i nervi ancora tesi. Il cazzo, ormai flaccido, riposa pesante nei boxer, la pelle ancora sensibile al minimo sfioramento. Si passa una mano tra i capelli corti, neri, sentendo il cuoio capelluto sudato sotto le dita.
Fuori, Milano è già buia. Le luci dei lampioni sono accese, riflettendosi debolmente sulle finestre semi-aperte. Un clacson lontano, il rumore ovattato di una moto che accelera. Ma qui, in questo spazio chiuso, il tempo sembra essersi fermato. È solo lui, il divano, il silenzio rotto solo dal crepitio della cenere che cade nel posacenere.
Dario abbassa lo sguardo verso il telefono, ancora in mano. Lo schermo è spento, ma lui sa che basterebbe un tocco per richiamare quella voce. Quella donna. Non sa nemmeno come si chiami. Non gliel’ha mai chiesto. Non gli importa. È solo una voce, un corpo immaginario che prende forma nelle sue fantasie ogni volta che la noia diventa insopportabile. Eppure, in questo momento, si chiede cosa ci sia dietro quel tono sensuale, quel sussurro che sembra conoscere esattamente cosa lui voglia sentire.
Forse è solo una professionista. Forse lo fa con decine di uomini ogni sera, dicendo loro esattamente le stesse cose, con le stesse inflessioni, gli stessi gemiti calcolati. Forse, per lei, Dario non è altro che un altro nome sulla lista, un altro orgasmo da estorcere con parole ben piazzate.
Ma cazzo se funziona.
Butta la cenere della sigaretta, osservando i piccoli frammenti grigi che si depositano tra le cicche spente. Si chiede se anche lei, in questo momento, sia distesa su un letto, le cosce ancora tremanti, le dita bagnate del suo stesso piacere. Se abbia un compagno, un amante, qualcuno che la tocchi davvero dopo che ha finito di giocare con le fantasie altrui. O se, invece, sia sola come lui, a godersi il silenzio post-orgasmo, il corpo sazio ma la mente già proiettata verso la prossima volta.
Il telefono vibra tra le sue dita.
Dario sobbalza leggermente, sorpreso. Non si aspettava che richiamasse lei. Di solito è lui a dover comporre il numero, a dover chiedere. Questa volta, invece, è diverso. Lo schermo illumina il suo viso con una luce bluastra: Numero privato.
Esita. Poi risponde, portando la sigaretta alle labbra per un altro tiro. “Pronto?” La sua voce è ancora roca, segata dal fumo e dai gemiti di poco fa.
Silenzio. Poi, quella risata. Bassa, calda, come miele che cola su pelle nuda. “Non ti aspettavi che fossi io, vero, tesoro?”
Dario sorride, nonostante sé stesso. “No. Di solito non sei così… impaziente.”
“Forse stasera ho voglia di giocare un po’ di più,” risponde lei, e lui può quasi vedere il modo in cui si morde il labbro inferiore, gli occhi che brillano di malizia. “Forse ho voglia di sentire la tua voce mentre ti rifai duro. Mentre pensi a tutte le cose che vorresti farmi. E che io vorrei farti.”
Dario senta il cazzo muoversi nei boxer. Non è ancora completamente pronto, ma il sangue comincia a scorrere di nuovo, risvegliato da quella voce, da quelle parole. “E cosa vorresti che ti facessi, esattamente?“ chiede, la voce che si abbassa in un growl. Si sposta leggermente sul divano, allargando le gambe, dando spazio al corpo che inizia a rispondere.
“Voglio che mi lecchi,” dice lei, senza esitazione. “Voglio mettermi seduta sulla tua faccia, che mi apri con le mani e che mi lecchi fino a farmi impazzire. Voglio sentire la tua lingua dentro di me, che mi esplori, che mi scavi, mentre io ti cavalco la bocca come se fosse il tuo cazzo.”
Dario chiude gli occhi. L’immagine è immediata, vivida: lei, sopra di lui, le cosce che gli stringono la testa, le dita che gli affondano nei capelli mentre si abbassa su di lui, bagnata, calda, sua. “Cazzo,” mormora, la mano che scivola di nuovo verso il basso, le dita che si insinuano sotto l’elastico dei boxer. Il cazzo è già più gonfio, la pelle che si tende sotto il suo tocco. “Continua.”
“Poi voglio che mi giri,” sussurra lei, il respiro che si fa più veloce, come se stesse già vivendo quella fantasia. “Voglio che mi metta a carponi, che mi allarghi le natiche con le mani e che mi lecchi anche lì. Voglio sentire la tua lingua sul mio buco, tesoro. Voglio che lo prepari per te. Che lo riempia di saliva, e lo apra con le dita fino a farmi gemere come una puttana.”
Dario ansima, le dita che si chiudono intorno al cazzo, ora completamente duro, pulsante. “Lo farò,” promette, la voce che trema per l’eccitazione. “Ti leccherò fino a farti urlare. Ti aprirò con le dita, ti farò sentire ogni centimetro della mia lingua dentro di te. E quando sarai pronta, quando sarai così bagnata e così aperta che non resisterai più…” Si interrompe, deglutendo. “Ti fotterò. Ti fotterò così forte che non camminerai più dritta per una settimana.”
“Sì,” gemette lei, e Dario può sentire il desiderio nella sua voce, il modo in cui si morde le parole, come se stesse lottando per mantenere il controllo. “Sì, cazzo, sì. Voglio il tuo cazzo dentro di me. Voglio sentirti spingere, voglio sentirti venire. Voglio che mi riempi di sperma, tesoro. Voglio che mi segni. Voglio che mi fai tua.”
Dario comincia a muovere la mano, lento, torturandosi. Ogni parola di lei è benzina sul fuoco, ogni immagine che gli descrive gli brucia nella mente, lo fa sentire sempre più vicino al limite. “Ti fotterò la figa fino a farti urlare,” dice, con voce che si fa più dura, più crudele. “Poi ti fotterò il culo, fino a farti piangere. E quando avrai entrambi i buchi pieni del mio cazzo, ti verrò dentro. Ti riempirò di sperma, puttana.
“Dio,” ansima lei, e lui sente il suono umido delle sue dita che si muovono tra le labbra. “Sto venendo di nuovo, tesoro. Sto venendo solo a pensare a te che mi usi così. Sto venendo e voglio che tu venga con me. Voglio sentirtelo. Voglio sentire il tuo cazzo che pulsa mentre ti svuoti per me.”
È troppo. Dario non riesce più a trattenersi. Il cazzo è una barra d’acciaio nella sua mano, la pelle che scotta, il prepuzio che scivola su e giù con ogni movimento. Si alza leggermente dai fianchi, spingendo il bacino in avanti, come se potesse davvero affondare dentro di lei. “Sto venendo,” ringhia, i muscoli che si tendono, il corpo che si irrigidisce. “Sto venendo, cazzo, sto venendo—”
Il primo getto di sperma schizza fuori, caldo e denso, atterrando sul suo ventre, sulle dita, sul divano. Un altro gemito, più profondo, più animale, esce dalla sua gola mentre continua a venire, le spalle che si sollevano, i denti che affondano nel labbro inferiore. “Prendilo,“ ansima, come se lei potesse davvero essere lì, in ginocchio davanti a lui, con la bocca aperta pronta a ingoiare ogni goccia. “Prendilo tutto, puttana. È tuo. Sono tuo.”
Lei geme, un suono lungo e rotto, come se stesse venendo insieme a lui, le dita affondate dentro sé stessa, il corpo scosso dagli spasmi. “Sì, tesoro,” sussurra, la voce che trema. “Sì, vieni per me. Riempimi. Riempimi tutta.”
Dario crolla all’indietro, il respiro affannoso, il cuore che batte così forte da fargli male al petto. Il cazzo pulsa ancora, sensibile, mentre le ultime gocce di sperma colano lungo l’asta, miscelandosi a quelle già asciutte sul divano. Si passa una mano sul viso, sentendo il sudore freddo sulla fronte, le dita che tremano leggermente.
Silenzio.
Poi, la sua risata. Dolce, quasi affettuosa. “Sei stato bravo, tesoro. Molto bravo.”
Dario ride, una risata secca, senza fiato. “Cazzo, mi hai distrutto.”
“È quello che voglio,“ risponde lei, e lui può quasi vedere il suo sorriso compiaciuto. “Voglio che pensi a me ogni volta che ti tocchi. Voglio che sia la mia voce quella che ti fa venire. La mia bocca. Il mio corpo.”
Dario chiude gli occhi, il corpo ancora scosso da piccoli tremori. “E se volessi di più?” chiede, prima che possa fermarsi. “Se volessi… incontrarti. Vederti. Toccarti davvero?”
Silenzio.
Un silenzio così lungo che Dario comincia a chiedersi se la linea si sia interrotta. Poi, finalmente, lei parla. La sua voce è diversa, ora meno sensuale. Più… umana. “Non possiamo, tesoro.”
“Perché no?” insiste lui, sentendo un nodo stringergli lo stomaco. Non sa nemmeno lui perché gliel’abbia chiesto. Non è il tipo che cerca attacchi. Non è il tipo che vuole complicazioni. Eppure, in questo momento, l’idea di non sapere mai chi sia davvero, di non poterla mai toccare, lo fa sentire… vuoto.
“Perché non funziona così,” risponde lei, e c’è una nota di tristezza nella sua voce, qualcosa che non c’era prima. “Io sono solo una voce, Dario. Solo una fantasia. Se mi vedessi, se mi toccassi… non sarei più quello che vuoi. Sarei solo una donna. Con i miei difetti, le mie insicurezze. E tu…“ Si interrompe, come se stesse cercando le parole giuste. “Tu non vuoi quello. Vuoi l’idea di me. Vuoi quello che ti faccio provare. Non rovinarlo.”
Dario deglutisce. Sa che ha ragione. Eppure, c’è qualcosa in quella risposta che lo ferisce più di quanto si aspetti. “E se volessi lo stesso?” chiede, ostinato.
“Allora saresti deluso,” dice lei, e questa volta c’è una fermezza nella sua voce che non ammette repliche. “E io non voglio deluderti, tesoro. Mi piaci troppo per quello.”
Dario chiude gli occhi, sentendo il peso di quelle parole. Non è un rifiuto. È peggio. È una pietà. E lui odia essere compatito.
“Va bene,“ dice infine, con voce più fredda di quanto vorrebbe. “Allora rimarremo così. Una voce. Una fantasia.”
“Esatto,” risponde lei, e lui sente il sollievo nel suo tono. “Così possiamo sempre essere perfetti l’uno per l’altra.”
Dario non risponde. Non sa cosa dire. La linea rimane aperta, il silenzio che si allunga tra loro, carico di tutto ciò che non è stato detto.
Poi, dopo quello che sembra un’eternità, lei parla di nuovo. “La prossima volta,” dice, tornata al suo tono sensuale, malizioso, “voglio che mi descriva come mi scoperesti contro un muro. Voglio sentire ogni dettaglio. Voglio sentire quanto sei rude. Quanto mi useresti senza pietà.”
Dario sorride, nonostante tutto. È questo che vuole. È questo che gli piace. Nessuna complicazione. Nessun sentimento. Solo desiderio. Solo piacere.
“La prossima volta,” ripete, e questa volta è lui a chiudere la chiamata.
Il telefono torna a essere silenzioso tra le sue dita. Dario lo posa sul tavolino, accanto al bicchiere di whisky ormai vuoto. Si alza dal divano, sentendo le gambe leggermente instabili, il corpo ancora scosso dall’orgasmo. Va in bagno, si lava le mani sotto l’acqua fredda, osservando il suo riflesso nello specchio.
Gli occhi sono più scuri del solito, le pupille ancora dilatate. La barba di due giorni gli ombra il viso, dandogli un’aria più rude, più pericolosa. Si passa le dita tra i capelli, cercando di riordinarli, ma è inutile. È ancora l’immagine dell’uomo che è stato pochi minuti fa: disordinato, sudato, usato.
Torna in salotto, raccoglie il bicchiere e lo porta in cucina. Lo sciacqua sotto l’acqua corrente, osservando il liquido ambrato che si diluisce, svanendo nello scarico. Poi prende una bottiglia d’acqua dal frigo, ne beve un lungo sorso, sentendo il liquido freddo che gli scende in gola, lenendo il bruciore del whisky.
Fuori, la notte è ormai calata del tutto. Dario si avvicina alla finestra, appoggia la fronte contro il vetro freddo. Milano è lì, sotto di lui, indifferente. Viva. Piena di persone che si toccano, si baciano, si scopano, si amano. E lui è qui, solo, con una voce in testa e il ricordo di un orgasmo che già comincia a svanire.
Si chiede se sia questo, alla fine, che lo attira di quella donna sconosciuta. Il fatto che sia irraggiungibile. Che possa essere tutto ciò che vuole, senza mai deluderlo. Senza mai costringerlo a confrontarsi con la realtà.
Si stacca dalla finestra, torna in salotto. Il divano lo aspetta, con la sua macchia di sperma che si asciuga, il ricordo di ciò che è successo ancora fresco. Si siede, questa volta con più cautela, come se il mobile potesse tradirlo. Accende un’altra sigaretta, osservando il fumo che sale verso il soffitto, dissolvendosi nel nulla.
Pensa a domani. A dopodomani. A tutte le sere che verranno, uguali a questa. E si chiede se, prima o poi, quella voce smetterà di bastargli. Se, prima o poi, vorrà di più.
Ma non stasera. Stasera, è abbastanza.
La sigaretta si consuma tra le sue dita, la cenere che cade silenziosa nel posacenere. Dario chiude gli occhi, lasciando che il silenzio lo avvolga. Fuori, un’auto passa a tutta velocità, il rombo del motore che si perde nella notte. Poi di nuovo il silenzio.
Si sdraia sul divano, la testa appoggiata sul bracciolo, le gambe allungate. Il corpo è pesante, sazio, ma la mente è ancora sveglia, ancora affamata. Sa che, tra poco, la noia tornerà. Sa che, tra poco, avrà di nuovo voglia di qualcosa. Di qualcuno.
Ma per ora, si lascia andare. Si lascia trasportare dal ricordo di quella voce, di quelle parole, di quel piacere. E, per una volta, non lotta contro il vuoto che lo circonda.
Lo accetta.
E aspetta la prossima volta.
