
Sophie, una modella, rivive la sua fantasia di posare nuda per un corso di disegno artistico, un desiderio nato anni prima a Parigi. A Venezia, trova il coraggio di realizzarlo, affrontando la vulnerabilità e l'eccitazione di essere al centro di sguardi analitici e creativi.
Vecchi ricordi
Sono seduta sul divano del mio salotto, le gambe ripiegate sotto di me, il portatile appoggiato sulle cosce. Ho aperto un documento vuoto. Il cursore lampeggia, paziente, in attesa che io riempia questa pagina bianca con qualcosa di degno del mio blog.
Storieaccanto. Il nome mi piace ancora, dopo tutti questi anni. Un luogo dove le confessioni diventano racconti, dove i desideri prendono forma attraverso le parole. I miei lettori si aspettano qualcosa di intimo, di vero. E io ho promesso loro una nuova storia stasera.
Le mie dita indugiano sulla tastiera. Il condizionatore ronza sommessamente. Fuori, il traffico di Venezia scorre lento, come tutto il resto in questa città sospesa sull’acqua. Ma la mia mente è altrove. Molto lontana.
Il tessuto del divano è fresco sotto le mie dita. Lo accarezzo senza pensare, un gesto meccanico mentre la mente inizia a vagare. È in questi momenti di quiete che i ricordi emergono, come bolle d’aria che salgono in superficie da profondità che non sapevo esistessero.
E poi arriva. Un’immagine. Un suono. L’eco di qualcosa che ho seppellito chissà dove, in un angolo della memoria che non visito spesso.
Chiudo gli occhi. Il ricordo prende forma.
Ho questa fantasia da non so quanto tempo. Anzi, no — so esattamente quando è nata. So dove è nata. È iniziato tutto nel periodo in cui ancora studiavo, quando frequentavo un corso di disegno artistico in una scuola nel sesto arrondissement di Parigi. Avevo ventidue anni, forse ventitré. I miei capelli rossi erano più lunghi allora, e la mia sicurezza era ancora un abbozzo, uno schizzo incompleto di quella che sarei diventata.
Il corso si teneva in uno studio al terzo piano di un edificio che aveva visto giorni migliori. Le scale scricchiolavano sotto i piedi, e l’odore di trementina e polvere di gesso ti accoglieva già dal pianerottolo. Mi piaceva quel posto. Mi piaceva la sua aria bohémienne, la sensazione di essere entrata in un mondo a parte, dove le regole della vita ordinaria non si applicavano del tutto.
Ci sedevamo in semicerchio, noi studenti, con i nostri cavalletti e le nostre matite, e aspettavamo. Aspettavamo che il maestro — un uomo sulla sessantina con capelli bianchi spettinati e mani sempre macchiate di carboncino — introducesse la modella. E lei arrivava. Ogni settimana una diversa. Donne di ogni età e corporatura, alcune professioniste con l’aria distaccata di chi ha posato mille volte, altre più nervose, con le spalle contratte e lo sguardo che sfuggiva.
Io le guardavo. Le studiavo. Non solo come artista — stavo imparando a cogliere le linee, le ombre, la curva di un fianco o la tensione di una spalla — ma come donna. Come Sophie. Le guardavo e immaginavo.
Fantasticavo di essere al loro posto.
Nella mia mente, scendevo i tre gradini della pedana rialzata al centro dello studio. Nella mia mente, lasciavo cadere l’accappatoio bianco con un gesto fluido, naturale. Nella mia mente, restavo nuda davanti a dieci, quindici sconosciuti, e le loro matite iniziavano a muoversi sulla carta, catturando la mia forma, la mia essenza, il mio corpo esposto alla loro attenzione concentrata.
Nella realtà, non avevo il coraggio. Me ne stavo al mio cavalletto, con la mia matita in mano, e disegnavo. Osservavo il corpo di un’altra e lo trasferivo sulla carta, ma dentro di me qualcosa ribolliva. Qualcosa che non riuscivo a nominare, allora. Qualcosa che era un misto di invidia e desiderio e una curiosità che mi faceva arrossire quando ci pensavo troppo a lungo.
Ricordo una sera in particolare. Era novembre, e fuori pioveva quella pioggia fine e insistente tipica di Parigi. Lo studio era caldo, quasi soffocante, con i termosifoni che ronzavano e l’umidità che si condensava sui vetri delle grandi finestre. La modella quella sera era una donna sulla quarantina, con i capelli scuri tagliati corti e un corpo morbido, segnato dal tempo e dalla vita. Si è spogliata senza esitazione, ha salito i gradini della pedana, e ha assunto una posa semplice — seduta, con le gambe ripiegate di lato, una mano appoggiata sul ginocchio, l’altra che reggeva il peso del busto.
Il maestro ha dato il segnale. Le matite hanno iniziato a muoversi.
Io disegnavo, ma la mia mente era altrove. Immaginavo di essere lei. Immaginavo di sentire il calore delle lampade sulla pelle nuda, il peso degli sguardi che mi percorrevano, studiavano, analizzavano. Immaginavo il silenzio dello studio rotto solo dal suono ritmico delle mine che graffiavano la carta, e mi chiedevo come sarebbe stato essere al centro di quell’attenzione così particolare, così clinica eppure così intima.
Quella sera, tornando a casa sotto la pioggia, ho capito che volevo provare. Volevo sapere. Ma il coraggio mi mancava. Non ero ancora la Sophie che sono oggi — quella che posa per servizi fotografici di nudo senza battere ciglio, quella che ha imparato a usare il proprio corpo come strumento di espressione e potere. Ero solo una studentessa con un sogno segreto che non osava confessare a nessuno.
Il tempo è passato. Mi sono diplomata. Ho iniziato a lavorare come modella, prima piccoli lavori, poi sempre più importanti. Ho imparato a conoscere il mio corpo, a valorizzarlo, a esibirlo con consapevolezza. Ma quella fantasia — quella di posare nuda per un corso di disegno, circondata da artisti seri che mi studiavano con sguardi professionali — rimaneva irrealizzata. Un desiderio sospeso, un “prima o poi” che rimandavo di mese in mese, di anno in anno.
Poi è arrivata l’occasione.
Era febbraio, e mi trovavo a Venezia per una settimana di pausa tra un ingaggio e l’altro. Il mio appartamento — quello che ho ereditato da mio padre, con la sua vista sul canale e i suoi soffitti affrescati — era un rifugio perfetto. Gironzolavo per calli e campi, entravo in caffè storici, guardavo la vita scorrere lenta come l’acqua dei canali.
Una sera, in un piccolo ristorante vicino a San Marco, ho sentito due donne parlare di un corso di disegno dal vivo che si teneva in uno studio non lontano da casa mia. Cercavano una modella per la sessione della settimana successiva — quella prevista si era ammalata all’ultimo momento.
Non so cosa mi ha spinto a intervenire. Non so dove ho trovato l’audacia di avvicinarmi al loro tavolo, presentarmi, offrirmi per sostituire la modella assente. So solo che l’ho fatto. Le donne — due artiste sulla cinquantina con l’aria seria e professionale — mi hanno guardata con un misto di sorpresa e valutazione. Una di loro mi ha chiesto se avessi esperienza. Ho mentito — un piccolo, necessario mendacio — e ho detto di sì.
Mi hanno dato l’indirizzo. Lo studio. Il giorno e l’ora.
La sera prima della sessione non sono riuscita a dormire. Mi rigiravo nel letto, il cuore che batteva troppo veloce, la mente che correva attraverso ogni possibile scenario. Immaginavo la stanza, gli artisti, il momento in cui avrei dovuto spogliarmi. Immaginavo il mio corpo esposto, vulnerabile, al centro di quella specie di rituale. E sentivo qualcosa — una tensione bassa, costante, che mi pervadeva. Non era solo nervosismo. Era qualcosa di più complesso, di più denso. Qualcosa che assomigliava all’eccitazione, ma filtrata attraverso una lente che non sapevo definire.
Il giorno della sessione, mi sono svegliata presto. Ho fatto una doccia lunga, quasi bollente, e ho dedicato un’ora alla cura del mio corpo — crema idratante, un tocco di profumo dietro le orecchie, i capelli rossi sistemati in modo che cadessero naturalmente, spigliati. Ho scelto con attenzione l’accappatoio — bianco, di spugna morbida, con la cintura che si annodava facilmente. Sotto, nulla. Solo la mia pelle.
Quando sono arrivata allo studio, le gambe mi tremavano. Lo sentivo — un fremito lieve ma costante, che partiva dalle ginocchia e si irradiava verso l’alto. Ho suonato il campanello. La porta pesante di legno scuro, con la sua maniglia di ottone opaco, si è aperta con un cigolio sommesso.
L’uomo che mi ha accolta era il maestro — non quello del mio corso a Parigi, ma uno diverso, più giovane, con gli occhi scuri e un’espressione concentrata che non lasciava trasparire nulla. Mi ha guidata attraverso un corridoio stretto, fino alla porta dello studio.
Quando sono entrata, il respiro mi si è bloccato in gola.
La stanza era grande, molto più grande di quanto mi aspettassi. Le finestre erano enormi, decorate con grandi tende bianche che filtravano la luce del pomeriggio, rendendola morbida, diffusa. I muri erano bianchi, coperti qua e là di schizzi e bozzetti — tracce di sessioni passate, di corpi che avevano occupato questo spazio prima di me. I cavalletti erano disposti a semicerchio, e dietro ognuno c’era un artista — uomini e donne di diverse età, tutti con l’aria seria, concentrata, professionale. Al centro della stanza, su una pedana rialzata coperta da un drappo grigio, c’era il mio posto. Il posto che avrei occupato. Il posto dove sarei stata esposta.
L’aria era calda, quasi densa. C’era un odore familiare — tempera, trementina, polvere di gesso — che mi ha riportata di colpo a quel corso a Parigi, a quelle sere passate a osservare altre donne, a immaginare di essere al loro posto. E ora ero qui. Ero io la modella. Ero io quella che avrebbe posato.
Il maestro mi ha presentata agli artisti. Non ricordo le parole esatte — qualcosa di formale, di cortese, che stabiliva la natura professionale dell’evento. Gli artisti hanno annuito, alcuni hanno mormorato un saluto, ma i loro occhi erano già altrove — sui loro fogli bianchi, sulle loro matite, sulla preparazione del lavoro che li attendeva. Non c’era nulla di lascivo nei loro sguardi. Niente di predatorio. Solo una concentrazione clinica, quasi clinica, che mi ha fatto sentire contemporaneamente osservata e ignorata.
E poi è arrivato il momento.
Mi sono avvicinata alla pedana. Il drappo grigio era morbido sotto i miei piedi nudi. Ho sentito il calore delle lampade posizionate intorno allo spazio — lampade professionali, che avrebbero illuminato ogni curva, ogni ombra del mio corpo. Mi sono voltata verso il semicerchio di artisti. Li ho guardati — davvero guardati — per un istante. Facce serie. Occhi che mi studiavano già, che calcolavano proporzioni e angolazioni, che vedevano in me non una donna, ma un soggetto. Un oggetto d’arte.
Le mie mani hanno raggiunto la cintura dell’accappatoio. Le dita hanno trovato il nodo, hanno tirato. Il tessuto si è aperto.
L’ho lasciato scivolare dalle spalle.
Sono rimasta nuda.

L’aria calda dello studio mi ha avvolta come un abbraccio. Ho sentito la pelle formicolare — non per il freddo, ma per la consapevolezza improvvisa, totale, del mio stato. Ero esposta. Completamente. Davanti a un gruppo di sconosciuti che mi guardavano con i loro occhi artistici, che mi vedevano con i loro sguardi analitici, che mi studiavano con le loro menti già al lavoro per catturarmi sulla carta.
Il maestro ha indicato una posa — semplice, classica. Seduta, con le gambe ripiegate, una mano appoggiata sulla coscia, l’altra che reggeva il peso del busto. Ho assunto la posizione. Ho sentito i muscoli tendersi, le articolazioni sistemarsi, il corpo trovare il suo equilibrio.
E poi il silenzio.
Il silenzio è sceso sullo studio come un velo. Era quasi totale — rotto solo dal respiro sommesso degli artisti, dal fruscio dei loro movimenti mentre si preparavano, e poi, lentamente, da un altro suono. Il suono delle matite che sfregavano sulla carta.
Graffi. Sussurri grafici. Ritmici. Costanti.
Quel suono mi è entrato sotto la pelle. Ogni tratto di matita era un tocco invisibile, un dito immaginario che mi percorreva, mi esplorava, mi definiva. Potevo quasi sentire le linee che si formavano sui fogli — linee che erano il mio corpo, tradotto in grafite, trasferito su carta bianca. Ero lì, in quella stanza, ma stavo anche nascendo in dieci, quindici versioni diverse, su dieci, quindici fogli diversi.
L’atmosfera era estremamente formale. Non c’era nulla di casuale, di improvvisato. Tutto era ritualizzato — la posa, la luce, il silenzio, il lavoro degli artisti. Potevo sentire il peso di quella formalità, la serietà dell’evento, e sentivo anche — con una chiarezza che mi ha sorpresa — che mi piaceva. Mi piaceva da morire.
La serietà dell’atmosfera mi eccitava.

Non in modo volgare, non in modo esplicito. Era qualcosa di più sottile, più profondo. Mi sentivo al centro di qualcosa di importante, di significativo. Ero il soggetto di un’opera d’arte, il fulcro di un processo creativo che mi trascendeva. E allo stesso tempo, ero incredibilmente presente, incredibilmente consapevole del mio corpo, della mia nudità, del mio essere guardata.
Ho respirato. Ho mantenuto la posa. Ho lasciato che il tempo si dissolvesse in quel silenzio punteggiato di graffi di matita.
E ho capito — lì, in quel momento — che stavo vivendo esattamente ciò che avevo immaginato per anni. La fantasia che era nata in quel corso a Parigi, che era cresciuta nel corso degli anni, che avevo accarezzato nelle notti insonni e nei momenti di solitudine, era diventata realtà. E la realtà superava la fantasia, perché la realtà aveva il peso della presenza fisica, del calore delle lampade, dell’odore di trementina, del suono reale delle matite sulla carta, degli sguardi reali di artisti reali che mi stavano davvero disegnando.
Ho sentito un brivido percorrermi la schiena. Un brivido di consapevolezza, di potere, di qualcosa che assomigliava alla felicità — ma più complesso, più denso, più difficile da nominare.
Il tempo passava. Non so quanto. Forse mezz’ora, forse un’ora. Il maestro ha dato un segnale — una pausa — e ho potuto sciogliere la posa, muovere le membra, massaggiare i muscoli indolenziti. Gli artisti si sono alzati, hanno parlato tra loro a bassa voce, hanno bevuto acqua o caffè. Qualcuno mi ha sorriso, un sorriso professionale, di ringraziamento. Io ho restituito il sorriso, avvolta di nuovo nell’accappatoio bianco, con la sensazione di essere appena emersa da un luogo profondo, sconosciuto, meraviglioso.
Poi la sessione è ripresa. Altre pose. Altri silenzi. Altri suoni di matite sulla carta.
Quando è finita, e sono uscita dallo studio nel crepuscolo veneziano, l’aria fresca mi ha accolta come un risveglio. Ho camminato verso casa, i passi che risuonavano sui sampietrini, la mente che ancora vibrava dell’esperienza che avevo appena vissuto.
Ora, seduta sul divano del mio appartamento, con il Canal Grande che scorre lento fuori dalla finestra, quel ricordo mi attraversa e mi lascia qualcosa — una traccia, un calore, una verità che non sapevo di possedere.
Apro gli occhi. Il pomeriggio è ancora qui, sospeso. Ma dentro di me, qualcosa è cambiato. Qualcosa si è mosso.
Porto una mano al petto, sento il battito del cuore sotto le dita. È calmo, regolare. Ma c’è un’eco, lì, che non se ne va — l’eco di quel silenzio, di quelle matite, di quella nudità offerta come dono, come arte, come verità.
E capisco, finalmente, che alcune fantasie non sono solo fantasie. Sono promesse. Sono mappe di luoghi che dobbiamo visitare, prima o poi, per diventare completamente noi stessi.
Il primo capitolo della mia nuova storia prende forma. E mentre scrivo, mi chiedo quanti altri ricordi affioreranno. Quante altre verità che non ho mai raccontato.
Chiudo gli occhi di nuovo.
Il suono delle matite sulla carta mi raggiunge, lontano, perfetto.
E io sorrido.







