L’Invito Silenzioso

“Le storie di Sophie”

Ogni sera, il bar sotto l'ufficio è il rifugio di lui, dove Monica, con i suoi leggings neri e il sorriso consapevole, diventa il centro del suo universo. Ma quel mercoledì ...

Un seno generoso

Ogni sera, quando l’orologio segna le sei e lo schermo del computer si spegne, sento il bisogno di scendere. Il bar sotto l’ufficio è il mio rifugio. Il posto dove la giornata si dissolve in un bicchiere fresco e dove lei diventa il centro del mio universo.

Monica.

Il bar ha quell’illuminazione soffusa che rende tutto più morbido, più accettabile. Il legno scuro del bancone, il brusio delle conversazioni, il tintinnio dei bicchieri. Ma io non vedo niente di tutto questo. Io vedo solo lei.

La prima volta che l’ho notata, stava asciugando un bicchiere con movimenti lenti, quasi ipnotici. I capelli castani le cadevano sulle spalle, e quel corpo… quel corpo era impossibile da ignorare. Da allora, ogni pomeriggio, scendo con la scusa di un drink, ma la verità è che scendo per lei.

I leggings neri che indossa sono la mia ossessione. Le fasciano le gambe come una seconda pelle, seguendo ogni curva, ogni muscolo delle cosce. Quando si china per prendere qualcosa sotto il bancone, il tessuto si tende sul suo culo, e io devo stringere il bicchiere per non impazzire. Le sue gambe sono lunghe, tornite, e i leggings le fanno sembrare ancora più lunghe, ancora più invitanti. Immagino come sarebbe far scorrere le mani su quel tessuto, sentire il calore della sua pelle attraverso la stoffa sottile.

E poi ci sono le sue tette.

Monica ha un seno abbondante, pieno, che la magliettina che indossa cerca di contenere senza riuscirci. È una di quelle magliette aderenti, corte, che le lascia scoperto un pezzo di pancia e che si tende sul petto come se stesse per esplodere. Ogni volta che si muove, le sue tette ondeggianno leggermente, e io mi ritrovo a fissare come un idiota. Il tessuto si tende sui capezzoli quando l’aria condizionata è troppo forte, e io devo distogliere lo sguardo prima che se ne accorga.

Ma lei se ne accorge. Lo so che se ne accorge.

Monica mi guarda sempre con quel sorriso. È un sorriso divertito, consapevole, come se sapesse esattamente cosa mi sta facendo. Quando ordino da bere, i suoi occhi si incrociano con i miei per un istante, e quel sorriso si allarga appena. È come se mi stesse dicendo: “Lo so che mi stai guardando. E mi piace.”

Le sue movenze sono feline. Ogni gesto è calcolato, fluido, sensuale. Quando versa da bere, il suo corpo si muove con una grazia che mi ipnotizza. Quando si sposta dietro il bancone, i fianchi ondeggiano leggermente, e i leggings neri seguono quel movimento come se fossero stati creati apposta per lei. Le sue mani sono veloci sul bicchiere, ma il resto del suo corpo sembra muoversi al rallentatore, come per darmi il tempo di assorbire ogni dettaglio.

Ogni pomeriggio è lo stesso rituale. Entro nel bar, mi siedo al mio solito posto, e aspetto. Aspetto di vederla comparire da dietro il bancone. Aspetto quel sorriso. Aspetto il momento in cui i suoi occhi incontrano i miei e il mio cuore salta un battito.

Ordino sempre la stessa cosa, una birra fredda, ma non è per la birra che torno. È per il modo in cui lei mi serve. Si avvicina, si sporge leggermente verso di me, e le sue tette premono contro il bancone, la magliettina che si tende ancora di più. Mi porge il bicchiere con un gesto che sembra quasi una carezza, e le sue dita sfiorano le mie per un istante. Quel contatto mi elettrizza.

Poi, quel mercoledì pomeriggio scorso, tutto è cambiato.

Era una giornata come le altre. Il sole filtrava dalle finestre dell’ufficio, e io non vedevo l’ora di scendere. Quando sono entrato nel bar, l’ho cercata subito con lo sguardo. E lei era lì, come sempre, ma c’era qualcosa di diverso.

Monica stava parlando con un collega, rideva, e il suo corpo si muoveva con quella naturalezza che mi fa impazzire. I leggings neri le fasciavano le gambe e il culo come sempre, e la magliettina le stringeva le tette con la solita impudicizia. Ma c’era un’energia diversa in lei, una specie di vibrazione che non avevo mai notato prima.

Mi sono seduto al mio solito posto e ho aspettato. Lei ha finito di parlare, si è voltata, e i suoi occhi hanno incontrato i miei. Il sorriso che mi ha rivolto non era il solito sorriso divertito. Era qualcosa di più. Qualcosa che mi ha fatto accelerare il battito.

Si è mossa verso di me con quella sua andatura felina, i fianchi che ondeggiavano, i leggings che seguivano ogni movimento. Si è sporta in avanti, e le sue tette si sono premute contro il bancone, la magliettina che si tendeva sul suo seno abbondante. Potevo vedere la forma dei suoi capezzoli attraverso il tessuto, e il mio corpo ha reagito istintivamente.

“Il solito?” ha chiesto, con quella voce che mi fa venire i brividi.

Ho annuito, incapace di parlare. Lei ha sorriso di nuovo, quel sorriso consapevole che mi fa sentire nudo, e si è voltata per preparare la mia birra. Mentre si allungava per prendere il bicchiere, i leggings si sono tesi sul suo culo, e io ho dovuto stringere i pugni per non allungare le mani.

Poi si è voltata di nuovo, mi ha portato la birra, e invece di appoggiarla sul bancone e allontanarsi come faceva sempre, è rimasta lì. Si è appoggiata con i gomiti sul bancone, sporgendosi verso di me, con le tette schiacciate contro la superficie.

Mi ha guardato dritto negli occhi, e per un momento, il mondo si è fermato. Il brusio del bar è svanito, le altre persone sono scomparse. C’eravamo solo io e lei, e quello sguardo che prometteva qualcosa che non avevo ancora capito.

“Ti vedo ogni giorno,” ha detto, con un tono che non aveva mai usato prima. “Sempre lo stesso posto, sempre la stessa ora.”

Ho deglutito. “Mi piace la birra qui.”

Lei ha riso, una risata bassa, gutturale, che mi ha fatto venire la pelle d’oca. “Sicuro che è solo la birra?”

I suoi occhi sono scesi sul mio petto, poi sono risaliti sul mio viso, e ho capito che sapeva. Sapeva che non era per la birra. Sapeva che era per lei. E sapeva che io sapevo che lei sapeva.

Monica si è raddrizzata, e il movimento ha fatto ondeggiare le sue tette sotto la magliettina. Ha appoggiato le mani sui fianchi, i leggings neri che evidenziavano ogni curva del suo corpo, e mi ha guardato con un’espressione che era un misto di sfida e invito.

“Chiudi prima domani?” ha chiesto.

Ho annuito senza capire. “Perché?”

Lei ha sorriso, quel sorriso che mi fa perdere la testa, e si è allontanata con quella sua andatura felina, i fianchi che ondeggiavano, e il culo che mi invitava .

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“Le storie di Sophie”

Ogni sera, il bar sotto l'ufficio è il rifugio di lui, dove Monica, con i suoi leggings neri e il sorriso consapevole, diventa il centro del suo universo. Ma quel mercoledì ...

Un seno generoso

Ogni sera, quando l’orologio segna le sei e lo schermo del computer si spegne, sento il bisogno di scendere. Il bar sotto l’ufficio è il mio rifugio. Il posto dove la giornata si dissolve in un bicchiere fresco e dove lei diventa il centro del mio universo.

Monica.

Il bar ha quell’illuminazione soffusa che rende tutto più morbido, più accettabile. Il legno scuro del bancone, il brusio delle conversazioni, il tintinnio dei bicchieri. Ma io non vedo niente di tutto questo. Io vedo solo lei.

La prima volta che l’ho notata, stava asciugando un bicchiere con movimenti lenti, quasi ipnotici. I capelli castani le cadevano sulle spalle, e quel corpo… quel corpo era impossibile da ignorare. Da allora, ogni pomeriggio, scendo con la scusa di un drink, ma la verità è che scendo per lei.

I leggings neri che indossa sono la mia ossessione. Le fasciano le gambe come una seconda pelle, seguendo ogni curva, ogni muscolo delle cosce. Quando si china per prendere qualcosa sotto il bancone, il tessuto si tende sul suo culo, e io devo stringere il bicchiere per non impazzire. Le sue gambe sono lunghe, tornite, e i leggings le fanno sembrare ancora più lunghe, ancora più invitanti. Immagino come sarebbe far scorrere le mani su quel tessuto, sentire il calore della sua pelle attraverso la stoffa sottile.

E poi ci sono le sue tette.

Monica ha un seno abbondante, pieno, che la magliettina che indossa cerca di contenere senza riuscirci. È una di quelle magliette aderenti, corte, che le lascia scoperto un pezzo di pancia e che si tende sul petto come se stesse per esplodere. Ogni volta che si muove, le sue tette ondeggianno leggermente, e io mi ritrovo a fissare come un idiota. Il tessuto si tende sui capezzoli quando l’aria condizionata è troppo forte, e io devo distogliere lo sguardo prima che se ne accorga.

Ma lei se ne accorge. Lo so che se ne accorge.

Monica mi guarda sempre con quel sorriso. È un sorriso divertito, consapevole, come se sapesse esattamente cosa mi sta facendo. Quando ordino da bere, i suoi occhi si incrociano con i miei per un istante, e quel sorriso si allarga appena. È come se mi stesse dicendo: “Lo so che mi stai guardando. E mi piace.”

Le sue movenze sono feline. Ogni gesto è calcolato, fluido, sensuale. Quando versa da bere, il suo corpo si muove con una grazia che mi ipnotizza. Quando si sposta dietro il bancone, i fianchi ondeggiano leggermente, e i leggings neri seguono quel movimento come se fossero stati creati apposta per lei. Le sue mani sono veloci sul bicchiere, ma il resto del suo corpo sembra muoversi al rallentatore, come per darmi il tempo di assorbire ogni dettaglio.

Ogni pomeriggio è lo stesso rituale. Entro nel bar, mi siedo al mio solito posto, e aspetto. Aspetto di vederla comparire da dietro il bancone. Aspetto quel sorriso. Aspetto il momento in cui i suoi occhi incontrano i miei e il mio cuore salta un battito.

Ordino sempre la stessa cosa, una birra fredda, ma non è per la birra che torno. È per il modo in cui lei mi serve. Si avvicina, si sporge leggermente verso di me, e le sue tette premono contro il bancone, la magliettina che si tende ancora di più. Mi porge il bicchiere con un gesto che sembra quasi una carezza, e le sue dita sfiorano le mie per un istante. Quel contatto mi elettrizza.

Poi, quel mercoledì pomeriggio scorso, tutto è cambiato.

Era una giornata come le altre. Il sole filtrava dalle finestre dell’ufficio, e io non vedevo l’ora di scendere. Quando sono entrato nel bar, l’ho cercata subito con lo sguardo. E lei era lì, come sempre, ma c’era qualcosa di diverso.

Monica stava parlando con un collega, rideva, e il suo corpo si muoveva con quella naturalezza che mi fa impazzire. I leggings neri le fasciavano le gambe e il culo come sempre, e la magliettina le stringeva le tette con la solita impudicizia. Ma c’era un’energia diversa in lei, una specie di vibrazione che non avevo mai notato prima.

Mi sono seduto al mio solito posto e ho aspettato. Lei ha finito di parlare, si è voltata, e i suoi occhi hanno incontrato i miei. Il sorriso che mi ha rivolto non era il solito sorriso divertito. Era qualcosa di più. Qualcosa che mi ha fatto accelerare il battito.

Si è mossa verso di me con quella sua andatura felina, i fianchi che ondeggiavano, i leggings che seguivano ogni movimento. Si è sporta in avanti, e le sue tette si sono premute contro il bancone, la magliettina che si tendeva sul suo seno abbondante. Potevo vedere la forma dei suoi capezzoli attraverso il tessuto, e il mio corpo ha reagito istintivamente.

“Il solito?” ha chiesto, con quella voce che mi fa venire i brividi.

Ho annuito, incapace di parlare. Lei ha sorriso di nuovo, quel sorriso consapevole che mi fa sentire nudo, e si è voltata per preparare la mia birra. Mentre si allungava per prendere il bicchiere, i leggings si sono tesi sul suo culo, e io ho dovuto stringere i pugni per non allungare le mani.

Poi si è voltata di nuovo, mi ha portato la birra, e invece di appoggiarla sul bancone e allontanarsi come faceva sempre, è rimasta lì. Si è appoggiata con i gomiti sul bancone, sporgendosi verso di me, con le tette schiacciate contro la superficie.

Mi ha guardato dritto negli occhi, e per un momento, il mondo si è fermato. Il brusio del bar è svanito, le altre persone sono scomparse. C’eravamo solo io e lei, e quello sguardo che prometteva qualcosa che non avevo ancora capito.

“Ti vedo ogni giorno,” ha detto, con un tono che non aveva mai usato prima. “Sempre lo stesso posto, sempre la stessa ora.”

Ho deglutito. “Mi piace la birra qui.”

Lei ha riso, una risata bassa, gutturale, che mi ha fatto venire la pelle d’oca. “Sicuro che è solo la birra?”

I suoi occhi sono scesi sul mio petto, poi sono risaliti sul mio viso, e ho capito che sapeva. Sapeva che non era per la birra. Sapeva che era per lei. E sapeva che io sapevo che lei sapeva.

Monica si è raddrizzata, e il movimento ha fatto ondeggiare le sue tette sotto la magliettina. Ha appoggiato le mani sui fianchi, i leggings neri che evidenziavano ogni curva del suo corpo, e mi ha guardato con un’espressione che era un misto di sfida e invito.

“Chiudi prima domani?” ha chiesto.

Ho annuito senza capire. “Perché?”

Lei ha sorriso, quel sorriso che mi fa perdere la testa, e si è allontanata con quella sua andatura felina, i fianchi che ondeggiavano, e il culo che mi invitava .

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