Calore cubano

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Le storie di Sophie
Un italiano arriva all'Avana e viene travolto da Yara e Camila in un locale senza insegna, iniziando una vacanza di passione e scoperta.

Ferie bollenti

L’ aereo atterra con un sobbalzo che mi fa stringere le braccia ai braccioli, le dita che affondano nel vinile consumato. Finalmente ! L’Avana mi avvolge ancora prima di scendere, un’ondata di caldo umido che mi appiccica la maglietta alla schiena. L’odore—diesel, frutta troppo matura, sale—mi entra nelle narici e mi fa girare la testa. Sono davvero qui. Le gambe mi tremano un po’ mentre scendo la scaletta, lo zaino che mi batte contro le costole ad ogni passo. Due settimane. Solo per me.

La dogana è un caos di voci, risate, uniformi sudate. Un poliziotto con la pancia che sporge dalla divisa mi controlla il passaporto, poi alza gli occhi su di me. «Italiano, eh?» dice con un ghigno, i denti dorati che brillano sotto la luce al neon. «Attenzione alle mulatas» ! Rido, nervoso, mi passo una mano sulla nuca . Cazzo, già mi sta venendo l’ansia. Ma poi esco e l’aria mi colpisce di nuovo, densa, elettrica. Un tassista mi urla qualcosa, mi fa segno verso una Lada gialla scassata. «Hotel Nacional?» domando, e lui annuisce, sputa per terra, mi fa cenno di salire.

L’albergo è un palazzo bianco, decadente, con le palme che si stagliano contro il cielo rosa del tramonto. La hall profuma di sigari e legno vecchio. Mi registrano in fretta, mi danno una chiave pesante come un mattone. La camera è al terzo piano, con le finestre aperte sul Malecòn. Getto lo zaino sul letto, mi affaccio, Di sotto, l’oceano è una distesa nera, punteggiata dalle luci dei pescatori.  Mi tolgo la maglietta, la lancio sulla sedia. Il sudore mi scivola giù per la schiena, lungo la spina dorsale e mi fa venire i brividi. Non ho voglia di stare qui dentro.

Esco senza nemmeno fare la doccia. Cammino lungo il Malecòn, il vento salato che mi asciuga la pelle appiccicosa. La musica arriva da lontano, un ritmo di congas e trombe che mi entra nelle ossa. Dove cazzo vado? Ma i piedi mi portano da soli, come se sapessero già la strada. Un vicolo stretto, illuminato da lampadine rosse appese ai fili elettrici. Un locale senza insegna, solo una porta aperta da cui esce un fumo bluastro. Okay. Perché no?

Dentro, l’aria è pesante di rum e sudore. Corpi che si muovono, risate che esplodono, mani che si intrecciano. Mi fermo sulla soglia, le spalle che si irrigidiscono. Sono l’unico bianco qui. Ma nessuno mi guarda davvero, o forse sì, ma non in modo ostile. Solo curiosità. Mi faccio spazio verso il bancone, ordino un mojito a voce troppo alta. Il barman, un tipo massiccio con i tatuaggi sul collo, mi sorride, mi porge il bicchiere con un gesto lento. «Primo giorno, eh?» Annuisco, bevo un sorso. Il ghiaccio mi graffia i denti. Porca puttana, è forte.

È allora che le vedo.

Sono sedute in un angolo, su un divanetto di velluto rosso consumato. Una ha i capelli neri, lisci, che le cadono sulle spalle come una cascata. L’altra li porta corti, ricci, un cespuglio selvaggio intorno a un viso con gli zigomi alti. Entrambe indossano abiti attillati, uno verde smeraldo, l’altro rosso fuoco, che si incollano ai corpi come una seconda pelle. Cazzo. La pelle—liscia, lucida, del colore del cioccolato fondente. Le labbra carnose, umide, che si muovono mentre ridono di qualcosa. La prima, quella con i capelli lunghi, alza gli occhi e mi incrocia lo sguardo. Non distoglie gli occhi. Anzi, mi fissa, le pupille che si dilatano appena. Mi ha visto.

Il cuore mi batte così forte che sento il sangue pulsare nelle orecchie. Che cazzo faccio? Ma le gambe si muovono da sole. Mi avvicino, il bicchiere stretto in mano come un salvagente. «Posso?» domando, indicando il posto vuoto accanto a loro. La ragazza con i capelli corti—Dios mío, che gambe—mi squadra, poi sorride, si sposta appena per farmi spazio. «Claro, italiano.» La sua voce è bassa, roca, come se avesse fumato troppo. «Come lo sai?» balbetto, sedendomi. Il divanetto è caldo, umido sotto i miei jeans.

«Lo si sente» dice l’altra, quella con i capelli lunghi. «Parli come se avessi un limone in bocca.» Ride, e il suono mi fa venire la pelle d’oca. «Io sono Yara» continua, allungando una mano. Le unghie sono dipinte di blu elettrico. «Lei è Camila.» Camila mi fa un cenno con la testa, poi prende il mio mojito e ne beve un sorso. «Troppo dolce» dice, arricciando il naso. «Portaci qualcosa di vero.» Alza una mano, fa un fischio. Il barman le lancia una bottiglia di Havana Club e tre bicchierini. Camila li riempie senza chiedere, me ne porge uno. «Salud.»

Il liquore brucia, mi scende giù come lava. Tossisco, gli occhi mi lacrimano. «Non bevi spesso, eh?» Yara mi passa una mano sulla schiena, le dita che mi sfiorano la pelle sotto la maglietta. «Tranquillo, mi amor, stasera ti insegnamo.» Il suo tocco mi fa venire i brividi. Cazzo, che profumo ha. Qualcosa di dolce, di speziato, come cannella e vaniglia. Camila si sporge, mi versa un altro sorso. «Allora, italiano. Che ci fai qui da solo?»

«Vacanze» riesco a dire. «Due settimane.» Yara ride, un suono basso, sensuale. «Due settimane è tanto tempo. Ti annoierai.» Le sue dita tracciano cerchi sulla mia schiena, su e giù, su e giù. «Magari no» rispondo, la voce che mi esce troppo roca. Camila mi fissa, gli occhi scuri che brillano. «Magari no» ripete, come se assaporasse le parole. «Allora balliamo.»

Non ho tempo di rispondere. Yara mi afferra la mano, mi tira su. Il locale è un vortice di corpi, la musica un ritmo ipnotico, sincopato. «Muoviti» mi urla Camila nell’orecchio, le sue mani sui miei fianchi, che mi spingono, mi guidano. «Così, sí, così.» Io sono rigido, goffo, ma loro non sembrano curarsene. Yara si struscia contro di me, il suo bacino che ondeggia contro il mio, e sento il calore del suo corpo attraverso il vestito. Porca miseria. Camila è dietro di me, le sue mani mi scivolano sul petto, giù, giù, fino a sfiorarmi l’inguine. «Rilassati» mi sussurra, i suoi seni premuti contro la mia schiena. «Lasciati andare.»

E io lo faccio.

Chiudo gli occhi. Il profumo di Yara—vaniglia e sudore—mi avvolge. Le sue labbra sfiorano il mio collo, un bacio umido, lento. «Así, hermoso» mormora. Camila mi morde il lobo dell’orecchio, la sua lingua che traccia il contorno, calda, bagnata. «Te gusta, eh?» Non rispondo. Non posso. Sto annegando. Le loro mani sono dappertutto—sulle mie cosce, sul mio stomaco, una sfiora il rigonfiamento nei miei jeans. «Dios, qué grande» ride Yara, premendo il palmo contro la mia erezione. «Los italianos…» Camila mi slaccia i bottoni, le dita abili, veloci. «No, aspetta—» protesto, ma la mia voce si perde nel rumore. La sua mano scivola dentro, mi afferra, mi stringe. «Shhh» mi sussurra Yara, le sue labbra ora sul mio orecchio. «Nadie te ve. Solo nosotras.»

E, è vero. Nessuno ci guarda. O forse sì, ma non m’importa più. Le loro mani mi accarezzano, mi strizzano, mi fanno impazzire. Yara mi bacia il collo, poi gira la mia testa verso di sé e mi bacia sulla bocca. Le sue labbra sono morbide, umide, aperte. La sua lingua mi sfiora le labbra, poi si insinua dentro, lenta, esploratrice. Cazzo. Camila intanto mi abbassa la zip, mi libera, mi prende in mano. «Mmm, sí» mormora, la sua voce vibra contro la mia schiena. «Me lo como todo.»

«No, aspetta—» ma è troppo tardi. Yara mi spinge giù, sul divanetto, e prima che possa reagire, Camila è in ginocchio davanti a me, le sue labbra avvolgono la punta, la sua lingua gira intorno, lenta, precisa. «Dios mío» ansimo, le dita che affondano nei cuscini. Yara mi si siede accanto, mi slaccia la cintura, mi tira giù i jeans. «Relájate» mi dice, la sua mano che mi accarezza il petto, giù, fino a sfiorare i miei capezzoli. «Disfruta.» Camila mi prende tutto in bocca, fino in fondo, e io gemo, la testa che mi cade all’indietro. «Joder, qué rico» sussurra Yara, la sua bocca ora sul mio petto, i suoi denti che mi mordicchiano i capezzoli. «Me encanta cómo gimes.»

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