Beatrice, Penelope e Gianluca in un gioco di desideri e potere, dove i confini fisici e emotivi si sfuocano.
La settimana bianca
La neve cade lenta oltre le finestre, avvolgendo Milano in un silenzio ovattato che sembra sospendere il tempo. Dentro l’appartamento, al settimo piano di un palazzo liberty, l’aria è invece carica di un’energia diversa, elettrica. Due valigie aperte sul letto di velluto bordeaux, una accanto all’altra, come gemelle. Una è nera, con borchie dorate che brillano sotto la luce calda del lampadario Murano. L’altra, rosso sangue, ha le iniziali B e P intrecciate in filo d’oro sulla chiusura. Intorno, un tripudio di seta, pizzo, e pelle: abiti che sembrano dipinti addosso a corpi che non hanno ancora indossato nulla.

Beatrice è in piedi davanti allo specchio a tre ante, le mani che accarezzano la curva dei fianchi mentre osserva il riflesso del suo seno abbondante, compresso da un reggiseno di pizzo nero così sottile da essere quasi trasparente. La pelle bianco latte brilla sotto le luci, punteggiata da lentiggini dorate che sembrano spolverate con un pennello. I capelli rossi, ondulati e lunghi fino alla vita, scivolano sulle spalle come una cascata di fuoco. Si gira di lato, inarcando la schiena per ammirare il modo in cui la minigonna di pelle, così corta da lasciare intravedere il fondo delle natiche rotonde, si modella sulle cosce. Le calze autoreggenti, nere come la notte, si fermano a metà coscia, trattenute da jarretelle di raso. I tacchi, a spillo, dodici centimetri di vertigine, fanno sì che ogni passo sia una sfida all’equilibrio, un invito a cadere nelle braccia di qualcuno.

Dall’altro lato della stanza, Penelope è china sulla valigia rossa, le labbra leggermente dischiuse in un sorrisetto malizioso. Indossa già i pantaloni attillati di pelle verde smeraldo, così aderenti da disegnare ogni muscolo delle gambe snelle, ogni curva del fondoschiena perfetto. La scollatura dell’abito che ha scelto per la cena è un abisso, un invito a perdere lo sguardo tra i seni pieni, sostenuti da un reggiseno push-up che li spinge verso l’alto come un’offerta. I capelli, ricci e rossi come fiamme, sono raccolti in uno chignon disordinato, da cui sfuggono ciocche ribelli che le accarezzano il collo. Le unghie, laccate di un rosso così scuro da sembrare nero, tamburellano sul coperchio della valigia mentre passa in rassegna gli accessori: collane d’oro che sembrano fatte per essere afferrate, bracciali che tintinnano come campanelli d’allarme, guanti di cachemire così morbidi da sembrare carezze.

«Questi», dice Penelope, sollevando un paio di guanti neri che arrivano fino al gomito, «li indosserò stasera. Immagina come saranno fredde le mie dita sulla tua pelle, Bea.»
Beatrice ride, una risata bassa e vellutata, mentre si volta verso di lei. I loro sguardi si incrociano nello specchio, due paia di occhi verdi, identici, carichi di una complicità che non ha bisogno di parole. «E io immagino già come ti tremerebbero le mani mentre mi slacci la cintura», risponde, passandosi la lingua sulle labbra carnose. «Ma prima, tesoro, dobbiamo occuparci di un piccolo dettaglio.»
Si avvicina a Penelope con un’andatura felina, i tacchi che affondano nel tappeto persiano. La mano scivola sul braccio della sorella, le dita che tracciano un percorso lento verso il polso, dove il battito è accelerato. Penelope non si muove, ma il suo respiro diventa più pesante, quasi fosse già nuda sotto quello sguardo.
«La doccia», sussurra Beatrice. «Non possiamo arrivare in montagna con anche solo un pelo fuori posto.»
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