Durante la cena natalizia nell'attico di Luca, Marcello si ritrova travolto dall'attrazione proibita per Chiara la cognata, mentre Beatrice la moglie, ignora la crescente tensione nascosta sotto la superficie.
Attrazione proibita
La neve scende lenta oltre i vetri appannati della camera da letto, avvolgendo Milano in un silenzio ovattato che sembra sospendere il tempo. Mentre le luci dell’albero di Natale ancora accese, proiettano riflessi dorati sul soffitto. Marcello si sistema il colletto della camicia, le dita che tremano appena, non per il freddo ma per l’elettricità che gli corre sotto la pelle. Cinquantadue anni portati con la grinta di chi non ha mai smesso di desiderare, di sentire il peso del proprio corpo e dei suoi istinti. La barba incolta, striata di filo d’argento, gli graffia il palmo quando si passa una mano sul mento, come a verificare che tutto questo, la tensione, l’attesa, il gioco pericoloso che sta per iniziare, non sia solo un sogno febbrile.

Beatrice esce dal bagno avvolta in una nuvola di profumo di vaniglia e ambra, i capelli castani raccolti in un chignon elegante che lascia scoperti i lobi delle orecchie, adornati da perle nere. Indossa un abito verde smeraldo, aderente sui fianchi e scollato appena abbastanza da suggerire senza mostrare. «Sei pronto?» chiede, con voce calda mentre sistema il filo di perle attorno al collo. Non si volta verso di lui, ma lo sente, lo sente sempre, dopo vent’anni di matrimonio. Sa quando il suo respiro si fa più pesante, quando i suoi occhi si oscurano. Stasera, però, non chiede. Stasera, si limita a sorridere al proprio riflesso nello specchio, come se fosse l’unica a conoscere il segreto che le arrossa le guance.
Marcello annuisce, anche se lei non lo sta guardando.
La casa di Luca, il fratello di Beatrice è un attico in zona Brera, con travi a vista e pavimenti in rovere scuro. L’aria profuma di cannella, arancia e vino rosso, un aroma denso che si mescola al calore dei corpi riuniti. La tavola è imbandita con tovaglie di lino bianco, piatti di porcellana fine e candelabri d’argento. È Natale, e tutto brilla, le posate, i bicchieri, gli occhi di Chiara quando solleva lo sguardo per accogliere gli ospiti.
Chiara.
Marcello sente lo stomaco contrarsi nel momento esatto in cui la vede. È in piedi accanto al camino, un bicchiere di prosecco in mano, le labbra dipinte di un rosso scuro che ricorda il vino che sta sorseggiando. Indossa un abito attillato color rubino, con uno spacco laterale che arriva fino alla coscia e una scollatura a cuore che incornicia il seno prosperoso, pallido come la luna invernale. I capelli biondi, lunghi fino alla vita, sono raccolti in onde morbide che le cadono su una spalla, lasciando scoperta la curva del collo. Quando ride, una risata cristallina che sembra fatta di campane a festa, una ciocca le sfugge e le accarezza il décolleté. Marcello segue quel movimento con gli occhi immagina le dita al posto di quel filo dorato, immagina la pelle che si solleva in brividi sotto il suo tocco.

«Marcello! Finalmente!» Luca, robusto e rumoroso come sempre, gli batte una mano sulla spalla con un entusiasmo che lo fa sobbalzare. «Be’, almeno qualcuno ha il buon gusto di arrivare in orario» scherza, lanciando un’occhiata alla sorella. Beatrice alza gli occhi al cielo, ma sorride. È una dinamica che si ripete da anni, un balletto di ruoli prestabiliti: Luca il padrone di casa esuberante, Beatrice la sorella sarcastica, Chiara la moglie perfetta che osserva tutto con un sorrisetto enigmatico.
«Scusate il ritardo» dice Beatrice, porgendo una bottiglia di Barolo avvolta in carta dorata. «Marcello ha insistito per scegliere il vino personalmente. Sai com’è fatto.»

Chiara solleva lo sguardo su di lui, e per la prima volta i loro occhi si incrociano. Azzurri. Azzurri come il ghiaccio che si scioglie al sole, con pagliuzze dorate che sembrano danzare nella luce delle candele. «Deve essere un intenditore, allora» dice, la voce bassa, quasi un sussurro. Le labbra si incurvano in un sorriso che non arriva agli occhi, ma che promette qualcosa di molto più intimo di una semplice conversazione. «Dovrò assaggiarlo, più tardi.»
Marcello sente il calore salirgli lungo la schiena. Più tardi. Due parole, una promessa, un invito che non può, non deve, accettare. Eppure, annuisce. «Sarà un piacere.»


La cena inizia con un antipasto di ostriche e tartufi, servito su piatti di ceramica nera che contrastano con il bianco della tovaglia. Marcello si trova seduto accanto a Chiara, casualmente, come sottolinea Luca con un ghigno, come se non sapesse esattamente cosa sta combinando. Le loro ginocchia si sfiorano quando si sistemano, un contatto accidentale che fa sussultare entrambi. Nessuno dei due si scosta.
«Allora, Marcello» dice Chiara, tagliando un’ostrica con la forchetta d’argento, le labbra che si bagnano appena nel morderne la carne. «Beatrice mi dice che hai appena finito un grosso progetto. Complimenti.»
Lui deglutisce. La gola improvvisamente secca. «Grazie. È stato… impegnativo.»
«Immagino.» Lei inclina la testa, lo studia con una curiosità che non è affatto innocente. «Deve essere gratificante, vedere le proprie idee prendere forma.»
«Come il tuo corpo sotto le mie mani.» Il pensiero lo colpisce all’improvviso, violento, e lui deve stringere i pugni sotto il tavolo per non tradirsi. «Sì» risponde, la voce più roca del previsto. «È una sensazione unica.»
Chiara sorride, poi abbassa lo sguardo sul piatto. Quando risolleva gli occhi, le pupille sono dilatate, quasi nere. «Mi piacerebbe… vedere il tuo lavoro, un giorno.»
Marcello trattiene il fiato. Dio, sta giocando con me.
«Chiara, tesoro, passa il pane» interviene Luca, ignaro, e lei obbedisce con un movimento fluido, allungando il braccio sopra il tavolo. La manica dell’abito scivola giù, scoprendo la curva interna del gomito, la pelle così bianca che sembra illuminarsi. Marcello fissa quel punto, immagina di premere le labbra lì, di sentire il battito accelerare sotto la sua bocca.
«Marcello?» La voce di Beatrice lo riporta alla realtà. «Tutto bene?»
Lui si schiarisce la gola. «Sì, sì. Scusa. Stavo… pensando.»
«A come ti scoperò la bocca con la lingua.»



