la soffitta del nonno

il santuario dei desideri nascosti noApPnLJQxmqefN OC6NWUgNfPl73cn e1767397063165

Leo esplora la soffitta del nonno e scopre fotografie che risvegliano in lui desideri e fantasie mai osate. Tra polvere e ricordi, si apre a una nuova consapevolezza che lo trasforma profondamente.

Gli anni 60

La polvere non si limita a danzare—viva. Ogni particella è un piccolo universo sospeso, catturata nei raggi obliqui del sole pomeridiano che si insinua tra le fessure delle persiane, come dita curiose che accarezzano l’oscurità della soffitta. L’aria è densa, carica di quel profumo complesso che solo i luoghi dimenticati sanno emanare: legno che ha assorbito decenni di silenzi, carta che ha invecchiato come vino pregiato, e quel vago sentore metallico di oggetti arrugginiti, testimoni muti di un passato che Leo ha solo sentito raccontare. Le assi sotto i suoi piedi gemono a ogni passo, come se stessero sussurrando storie sepolte, e lui—con i suoi occhiali spessi che scivolano leggermente sul naso sudato, la maglietta con la stampata sbiadita di un ritratto di Helmut Newton, i jeans slacciati di una tacca troppo in basso per essere casuale, si sente un intruso. Non nel senso di chi violenta un luogo sacro, ma di chi finalmente varca la soglia di un regno che ha sempre sognato senza osare avvicinarsi.

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La soffitta non è solo uno spazio fisico: è un archivio di desideri mai confessati, un labirinto dove ogni scatola è una promessa, ogni baule un segreto da svelare con dita tremanti. I muri, rivestiti di assicelle di legno scuro, sono costellati da ragnatele che sembrano merletti antichi, tessuti da mani invisibili in notti senza luna. In un angolo, una vecchia macchina da cucire Singer, ricoperta da un telo ingiallito, sembra attendere il ritorno di dita che non torneranno mai. Accanto, una pila di valigie di cuoio consumato, con etichette sbiadite—“Parigi, 1952”“Roma, estate ’67”—sussurrano di viaggi che Leo può solo immaginare, di amori fugaci consumati in alberghi con le tende sempre chiuse, di notti in cui il nonno, con la sua Leica al collo, catturava non solo immagini, ma frammenti di anime.

È per questo che Leo è qui. Officialmente, per cercare un treppiede che il nonno usava per i suoi scatti in esterni, un modello robusto degli anni ’60 che, secondo i racconti, aveva resistito a tempeste di sabbia nel deserto del Sahara e a notti umide sulle rive della Senna. Ma in realtà? In realtà, è qui perché questo è il luogo più vicino a un santuario che abbia mai conosciuto. Un posto dove la timidezza che lo paralizza nel mondo reale—quella che lo fa arrossire quando una ragazza gli sorride al bar, che gli fa balbettare parole senza senso durante gli esami orali, che lo costringe a fotografare paesaggi deserti invece di volti che potrebbero giudicarlo .. qui, tra queste quattro mura polverose, non esiste. Qui, può essere chiunque. Anche un uomo che oserebbe toccare una donna come quella che sta per scoprire.

La scatola di metallo è lì, quasi come se lo stesse aspettando. Non è tra le altre, ma sopra di esse, posizionata con cura su un vecchio baule di legno di ciliegio, come un’offerta su un altare. Il lucchetto pende aperto, arrugginito, la serratura forzata chissà quando, chissà da chi. Forse dal nonno stesso, in un momento di distrazione, o forse da una delle amante che Leo ha sempre sospettato avesse frequentato—donne dai nomi esotici, come Claudette o Margherita, che comparivano nelle storie del nonno solo quando il vino scendeva troppo veloce. Le dita di Leo sfiorano il metallo freddo, sentendo la ruvidità della ruggine sotto le punte. Aprimi, sembra dire la scatola. Aprimi e scopri cosa nascondo.

Il coperchio si solleva con un lamento metallico, e l’odore che fuoriesce è una carezza olfattiva: carta fotografica invecchiata, inchiostro secco, e qualcosa di più intimo, quasi animale—un vago sentore di profumo femminile, muschio e vaniglia, come se le donne nelle foto avessero lasciato dietro di sé non solo la loro immagine, ma anche l’essenza stessa del loro essere. Leo trattiene il fiato. All’interno, non c’è il treppiede. Non ci sono negativi, né attrezzatura. Ci sono loro.

Le fotografie sono impilate con una precisione quasi ossessiva, come se ogni immagine fosse stata posizionata con cura per essere trovata esattamente in quel momento, da quelle precise dita. La prima che Leo estrae è un ritratto in bianco e nero, stampato su carta spessa, con i bordi leggermente sbiaditi dal tempo. Una donna—no, una dea—con i capelli biondo platino raccolti in un’acconciatura anni ’50, le labbra dipinte di un rosso così scuro da sembrare nero nella penombra. Indossa un abito attillato con una scollatura a cuore che mette in risalto un décolleté generoso, e la sua espressione è un misto di sfida e invito, come se stesse dicendo: “Ebbene? Cosa aspetti?” Leo sente il cuore martellargli nel petto, il sangue che defluisce dalla testa per concentrarsi altrove, più in basso, dove la sua erezione inizia a premere contro la cucitura dei jeans. Porca puttana.

Le dita, solitamente goffe quando si tratta di interagire con il mondo esterno, ora si muovono con una grazia innaturale, sfogliando le foto una dopo l’altra, come pagine di un libro proibito. Ogni immagine è una rivelazione. C’è una bruna con gli occhi a mandorla e un sigaro tra le labbra, avvolta in un kimono di seta che lascia intravedere una spalla nuda, la pelle liscia come porcellana. Un’altra, sdraiata su un letto disfatto, con le calze a rete e un reggiseno di pizzo nero, le gambe leggermente divaricate, le dita che giocano con l’orlo delle mutandine, come se stesse per decidere se toglierle o meno. E poi c’è leiuna rossa con le lentiggini, in piedi davanti a uno specchio, completamente nuda tranne per un paio di guanti lunghi fino al gomito e un sorrisetto malizioso mentre si volta a guardare l’obiettivo, il riflesso che cattura la curva perfetta del suo sedere, le natiche rotonde e soda, divise da un solco che Leo vorrebbe esplorare con la lingua.

Le sue mani tremano. Non è solo eccitazione—è rivelazione. Queste non sono semplici fotografie. Sono finestre su un mondo dove le donne non si limitano a esistere: dominano. Dove la sensualità non è qualcosa da nascondere, ma da celebrare, da catturare, da possedere. Dove un uomo come lui—timido, insicuro, abituato a osservare la vita attraverso un obiettivo invece che viverla—potrebbe, solo per un istante, sentirsi parte di qualcosa di più grande.

E poi la trova.

La foto che lo farà cadere in ginocchio.

È in fondo alla fila, quasi nascosta, come se fosse stata riposta lì in fretta, o forse con l’intenzione di essere l’ultima a essere scoperta. La donna con i capelli chiari biondi, sciolti sulle spalle in onde selvagge, come se fosse appena uscita da un temporale. I suoi occhi—chiari, luminosi, con pupille così dilatate da sembrare pozzi senza fondo—lo fissano con un’intensità che lo trafigge. Indossa un intimo di pizzo nero , scollato in modo esagerato, il tessuto che aderisce al suo corpo come una seconda pelle, mettendo in risalto ogni curva, ogni avvallamento, ogni promessa di peccato. Un cappello nero con il fiocco e calze velate sexy autoreggenti , le dita affusolate che accarezzano la pelle come se stessero tracciando una mappa per le labbra di Leo. Le labbra—Dio, quelle labbracarnose , dipinte di un rosa scuro molto sensuale , umide, leggermente socchiuse, come se avesse appena pronunciato una parola che Leo non ha sentito ma che il suo corpo ha già compreso.

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Il mondo intorno a lui svanisce.

Rimane solo lei.

Leo si siede sul pavimento con un tonfo sordo, le gambe incrociate, la schiena appoggiata contro il baule che emette un gemito sotto il suo peso, come se anche il legno stesse reagendo a quella visione. La foto trema tra le sue dita, la carta leggermente ondulata dal tempo, e per un momento, Leo giura di sentire il calore del corpo di lei attraverso l’immagine, come se la seta dell’abito fosse vera, come se potesse allungare una mano e sentire la morbidezza del tessuto, il calore della pelle sottostante.

Il suo cazzo è già duro, dolorosamente teso contro la zip dei jeans, la punta che preme contro il tessuto come se stesse cercando di liberarsi. Leo deglutisce, la gola secca, le dita che si muovono quasi da sole verso il bottone dei pantaloni. È solo una foto, si dice. Solo carta e inchiostro. Ma il suo corpo non ci crede. Il suo corpo sa. Sa che quella donna—anche se è solo un’immagine, anche se è solo un fantasma di luce e ombra—è reale in un modo che nessuna ragazza che ha mai conosciuto è stata. Perché lei non lo giudicherebbe. Lei non riderebbe della sua goffaggine, non si allontanerebbe quando lui balbetta, non lo guarderebbe con quel misto di pietà e noia che ha visto troppe volte negli occhi delle sue coetanee. Lei lo vuole. Lo vuole ora.

Il bottone dei jeans si slaccia con un click metallico che echeggia nella soffitta vuota. La zip scende con un sibilo, liberando la pressione che si era accumulata, e Leo ansima quando il suo cazzo—grosso, venato, la punta già umida —fuoriesce dai boxer, liberandosi come un animale in gabbia troppo a lungo. Le sue dita si avvolgono attorno all’asta calda, la pelle tesa quasi al punto di dolere e quando strofina il pollice sulla fessura in cima, spalmando quel liquido viscoso lungo il glande, un gemito gli sfugge dalle labbra, basso e gutturale, come se stesse già venendo.

Chiude gli occhi.

E lei … è .

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