L’ossessione di Luca

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“Le storie di Sophie”
Luca, ossessionato dalla sua vicina Jennifer, la desidera intensamente mentre lei passa davanti alla porta di casa e Le propone di posare per lui, ma lei esita, lasciando Luca eccitato e frustrato.

Jennifer

L’aria sa di caffè freddo e di carta fotografica, quel profumo chimico che mi avvolge ogni volta che sviluppo un rullino fotografico. Sono seduto alla scrivania, le dita che sfiorano distrattamente il bordo di una stampa ancora umida—una donna in controluce, le curve sfocate dal movimento, la schiena arcuata in un istante rubato. Ma non è lei che sto guardando. Non davvero.

È Jennifer che occupo con la mente, come sempre.

La sento prima ancora di vederla. Il rumore dei suoi passi leggeri sulle scale, quel tic-tac dei tacchi bassi che si perde nel silenzio del palazzo. So che sta scendendo dal secondo piano, lo so perché lo fa sempre a quest’ora, quando torna dalla biblioteca o dalle sue lezioni private di francese. Mi alzo dalla sedia, le gambe che si muovono da sole, attratte da quel ritmo che conosco a memoria. Mi appoggio alla ringhiera del pianerottolo, le braccia incrociate, e aspetto.

Eccola.

Appare dall’angolo del corridoio, la luce del lampadario che le accarezza i capelli biondi, lisci e lunghi fino alle spalle, Indossa una di quelle minigonne che mi fanno stringere i denti—oggi è nera, di quel tessuto sottile che si incolla alle cosce quando sudano, e una maglietta bianca attillata che si aderisce perfettamente al torso . Il suo seno è piccolo, due mezze sfere perfette che si muovono appena sotto il cotone, e io so—cristo, lo so—che se si chinasse anche solo un po’, vedrei il contorno dei capezzoli, rosei e duri come due monete sotto la stoffa. Le gambe sono lunghe, esili, ma i polpacci sono tonici, scolpiti da anni di ballo classico, e il culo … quello è un capolavoro. Rotondo, sodo, che oscilla appena ad ogni passo, come se mi stesse sfidando a non guardare.

Non resisto.

I miei occhi scendono lungo la curva della sua schiena, seguono il solco tra le natiche che la gonna corta tradisce ogni volta che si piega per prendere le chiavi dalla borsa. Oggi porta un paio di collant velati, quasi trasparenti, e riesco a intravedere la linea delle mutandine—un pizzo nero, stretto tra le cosce, che scompare sotto il tessuto. Mi immagino le dita che scivolano lì, che seguono quel solco umido, sento il sangue affluire all’inguine, e i jeans che improvvisamente diventa troppo stretto.

Jennifer alza lo sguardo e mi vede. Le sue guance si tingono di rosa, come ogni volta, e abbassa gli occhi, le ciglia che tremolano appena. È timida, così dannatamente timida, che a volte mi chiedo se si renda conto di quello che mi fa. Se sa che ogni volta che passa davanti alla mia porta, io resto lì, con il fiato sospeso e le mani che prudono per toccarla. Oggi, però, c’è qualcosa di diverso. Un’esitazione nel suo passo, un modo in cui si morde il labbro inferiore—pieno, carnoso, del colore delle fragole schiacciate—prima di dire, quasi sottovoce: «Ciao, Luca.»

La sua voce è un sussurro, ma nel silenzio del pianerottolo risuona come un colpo di frusta.

«Ciao», rispondo, con la gola secca. «Stai uscendo?»

Annuisce, stringendo la borsa al petto come se fosse uno scudo. «Sì, devo… devo andare in centro.» Fa una pausa, poi aggiunge, così in fretta che quasi non la sento: «Ma se hai bisogno di qualcosa, sai dove trovarmi.»

Non è un invito. Non davvero. È solo Jennifer che cerca di essere gentile, come sempre. Ma io non sono un santo, e la mia mente traduce quelle parole in qualcosa di molto più sporco. Sì, so dove trovarla. So che al secondo piano, nella sua camera da letto con le tende di pizzo, si spoglia ogni sera e si infila sotto le lenzuola con solo una canottiera attillata e un paio di slip di cotone. So che a volte si tocca, le dita che scivolano tra le gambe mentre pensa a chissà chi—chissà cosa. E so che se bussassi alla sua porta ora, con la scusa di prestarle un libro o di chiederle aiuto per una traduzione, lei mi farebbe entrare. E allora potrei vederla da vicino. Potrei annusarla.

L’odore del suo shampoo alla vaniglia. Il profumo della sua pelle quando suda.

Il sapore della sua bocca.

«Magari un altro giorno ti chiedo un favore», dico, e la mia voce è più roca del solito. «Sono un fotografo, sai? Potrei avere bisogno di una modella.»

Le sue pupille si dilatano, appena un po’, e per un secondo penso che stia per dire di sì. Che stia per lasciare cadere la borsa, salire le scale che ci separano e premersi contro di me, le mani che mi affondano nei capelli mentre le mie scivolano sotto quella gonna maledetta. Invece, arrossisce di nuovo, più forte questa volta, e abbassa gli occhi. «Non so… non sono brava a posare.»

«Non serve esserlo», rispondo, e mi avvicino di un passo. Ora posso vedere le venature blu sotto la sua pelle chiara, il modo in cui il polso le batte troppo veloce. «Serve solo… lasciarsi guardare.»

Jennifer deglutisce. Il suo sguardo sfiora il mio petto, poi risale, si ferma sulla mia bocca. Per un istante, giuro che sta per dire qualcosa. Che sta per cedere. Ma poi si morde di nuovo il labbro, fa un passo indietro, e sussurra: «Ci penso.»

E se ne va.

Resto lì, con il cuore che mi martella nelle tempie e il cazzo duro come la pietra, a guardare il suo culo ondeggiare mentre scende le scale. Ascolto il rumore dei suoi passi che si allontana, immagino le sue mutandine che si incollano alla fessura tra le natiche, umide per l’eccitazione. O per me.

Poi torno in casa, chiudo la porta a chiave, e vado dritto in bagno. Mi slaccio i jeans …

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