la soffitta del nonno

il santuario dei desideri nascosti noApPnLJQxmqefN OC6NWUgNfPl73cn e1767397063165

È in fondo alla fila, quasi nascosta, come se fosse stata riposta lì in fretta, o forse con l’intenzione di essere l’ultima a essere scoperta. La donna con i capelli chiari biondi, sciolti sulle spalle in onde selvagge, come se fosse appena uscita da un temporale. I suoi occhi—chiari, luminosi, con pupille così dilatate da sembrare pozzi senza fondo—lo fissano con un’intensità che lo trafigge. Indossa un intimo di pizzo nero , scollato in modo esagerato, il tessuto che aderisce al suo corpo come una seconda pelle, mettendo in risalto ogni curva, ogni avvallamento, ogni promessa di peccato. Un cappello nero con il fiocco e calze velate sexy autoreggenti , le dita affusolate che accarezzano la pelle come se stessero tracciando una mappa per le labbra di Leo. Le labbra—Dio, quelle labbracarnose , dipinte di un rosa scuro molto sensuale , umide, leggermente socchiuse, come se avesse appena pronunciato una parola che Leo non ha sentito ma che il suo corpo ha già compreso.

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Il mondo intorno a lui svanisce.

Rimane solo lei.

Leo si siede sul pavimento con un tonfo sordo, le gambe incrociate, la schiena appoggiata contro il baule che emette un gemito sotto il suo peso, come se anche il legno stesse reagendo a quella visione. La foto trema tra le sue dita, la carta leggermente ondulata dal tempo, e per un momento, Leo giura di sentire il calore del corpo di lei attraverso l’immagine, come se la seta dell’abito fosse vera, come se potesse allungare una mano e sentire la morbidezza del tessuto, il calore della pelle sottostante.

Il suo cazzo è già duro, dolorosamente teso contro la zip dei jeans, la punta che preme contro il tessuto come se stesse cercando di liberarsi. Leo deglutisce, la gola secca, le dita che si muovono quasi da sole verso il bottone dei pantaloni. È solo una foto, si dice. Solo carta e inchiostro. Ma il suo corpo non ci crede. Il suo corpo sa. Sa che quella donna—anche se è solo un’immagine, anche se è solo un fantasma di luce e ombra—è reale in un modo che nessuna ragazza che ha mai conosciuto è stata. Perché lei non lo giudicherebbe. Lei non riderebbe della sua goffaggine, non si allontanerebbe quando lui balbetta, non lo guarderebbe con quel misto di pietà e noia che ha visto troppe volte negli occhi delle sue coetanee. Lei lo vuole. Lo vuole ora.

Il bottone dei jeans si slaccia con un click metallico che echeggia nella soffitta vuota. La zip scende con un sibilo, liberando la pressione che si era accumulata, e Leo ansima quando il suo cazzo—grosso, venato, la punta già umida —fuoriesce dai boxer, liberandosi come un animale in gabbia troppo a lungo. Le sue dita si avvolgono attorno all’asta calda, la pelle tesa quasi al punto di dolere e quando strofina il pollice sulla fessura in cima, spalmando quel liquido viscoso lungo il glande, un gemito gli sfugge dalle labbra, basso e gutturale, come se stesse già venendo.

Chiude gli occhi.

E lei … è .

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