Barbara abbassa lo sguardo e vede sé stessa attraverso gli occhi di Claudia: le calze autoreggenti nere che si fermano a metà coscia, la pelle pallida che contrasta con il nero, il pizzo delle mutandine—se così si possono chiamare—che è poco più di un filo. Si sente esposta, vulnerabile, eppure potente. Potente perché Claudia la sta guardando come se fosse la cosa più preziosa che abbia mai visto.
«Sei sicura?» chiede Claudia, ma le dita già stanno scivolando sotto l’elastico delle mutandine, tirandole giù con una lentezza che è una tortura.
Barbara annuisce, le unghie che graffiano il metallo alle sue spalle. «Sì.»
«Bene.» Claudia si inginocchia.
Il pavimento del bagno è freddo sotto le ginocchia di Claudia, ma lei non sembra accorgersene. Le sue mani risalgono lungo le cosce di Barbara, le unghie rosse che lasciano strisce rosse sulla pelle, non abbastanza forti da fare male, ma abbastanza da farle sentire ogni centimetro. Quando la lingua di Claudia la toca per la prima volta, Barbara sobbalza, le dita che si stringono nei capelli biondi di Claudia, lo chignon che finalmente si sbriciola, i capelli che le cadono sulle spalle come una cascata d’oro.
«Claudia» ansima, il nome che le esce come una preghiera.
«Shhh.» Claudia alza lo sguardo, gli occhi che brillano di un desiderio così intenso che Barbara ne rimane travolta. «Lasciati andare.»
E Barbara lo fa.
Si abbandona al ritmo della lingua di Claudia, ai denti che le graffiano la pelle interna delle cosce, alle dita che la penetrano con una precisione che la fa impazzire. Ogni volta che Claudia succhia, che lecca, che morde, Barbara sente il mondo restringersi, fino a quando non ci sono più l’aereo, il volo, Madrid che li aspetta. C’è solo questo: il calore umido della bocca di Claudia, il freddo del metallo alle sue spalle, il battito del suo cuore che sembra voler esplodere.
Poi Claudia si alza, improvvisamente, lasciandola vuota, tremante, disperata.
«Girati» ordina Claudia, la voce roca.
Barbara obbedisce, le mani che si appoggiano alla parete, il metallo freddo sotto i palmi. Sente Claudia dietro di sé, il calore del suo corpo, il profumo che la avvolge. Poi le mani di Claudia le afferrano i fianchi, le unghie che si conficcano nella carne, e Barbara sente il tessuto delle mutandine che viene tirato giù, le calze che scivolano, il tacco che batte lievemente sul pavimento in un ritmo incontrollabile.
«Sei sicura che è la prima volta?» chiede Claudia, ma non è una domanda. È una conferma.
Barbara annuisce, il viso premuto contro la parete. «Sì.»
«Allora sarà indimenticabile.»
Non c’è tempo per rispondere. Claudia è già lì, le dita che si insinuano tra le sue natiche, lubrificate da qualcosa—olio? saliva?—che le fa scivolare dentro con una facilità che la fa gemere. Non è doloroso. Non ancora. C’è solo una pressione, una pienezza che la riempie, che la fa sentire viva in un modo che non ha mai provato prima.
«Respira» le ricorda Claudia, la voce un sussurro contro la sua schiena.
«Respira, tesoro.»
Barbara obbedisce, inspirando a fondo, e quando espira, Claudia spinge.
Il dolore arriva, acuto e bruciante, ma è un dolore che si trasforma subito in qualcosa d’altro, qualcosa di così intenso che Barbara non sa se gridare o singhiozzare. Claudia non si ferma. Non le dà il tempo di abituarsi. La prende, letteralmente, con una forza che la fa sentire posseduta, consumata, ridotta a nulla se non a questo momento, a questa sensazione.
«Cazzo» ansima Barbara, le unghie che graffiano il metallo, le gambe che tremano, i tacchi che battono un ritmo disperato sul pavimento.
«Sì» sospira Claudia, la voce rotta, come se anche lei stesse per perdere il controllo. «Esatto. Così.»
Ogni spinta è un’onda che la travolge, che la porta più in profondità in sé stessa, in un luogo dove non ci sono paure, dove c’è solo questo: il calore, il dolore, il piacere, tutto fuso insieme in qualcosa di indescrivibile. Le calze le scivolano giù lungo le cosce, si impigliano intorno alle caviglie, ma Barbara non se ne cura. L’unica cosa che importa è il modo in cui Claudia la tiene, come se fosse qualcosa di prezioso e fragile allo stesso tempo.
Poi, improvvisamente, tutto diventa troppo. Il piacere la travolge come una marea, la fa urlare, le fa stringere i muscoli intorno a Claudia, che risponde con un gemito basso, quasi animalesco. Barbara sente le gambe cedere, ma Claudia è lì, a sostenerla, a tenerla su, a farle sentire che non cadrà.
Quando finalmente si accascia contro la parete, il corpo tremante, sudato, marcato dalle unghie di Claudia, non riesce a parlare. Non ci sono parole per quello che è appena successo. Claudia si appoggia a lei, il respiro affannoso contro la sua spalla, le labbra che le sfiorano la pelle umida.
«Sei incredibile» mormora Claudia, e per la prima volta c’è qualcosa di tenero nella sua voce, qualcosa che sembra quasi vulnerabile.
Barbara si volta, lentamente, e la bacia. Questa volta è lei a prendere, a voler di più. Le loro lingue si intrecciano, i loro corpi si cercano ancora, come se non potessero fare a meno l’uno dell’altro.
Fuori, l’aereo continua il suo volo, indifferente. Ma per loro, in questo momento, non esiste nulla al di là di questa cabina stretta, di questi corpi che si sono trovati e si sono cambiati per sempre.
Madrid può aspettare. Il mondo può aspettare.
Qui, ora, ci sono solo loro.
