Voci nella Notte

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Dario, solo nel suo appartamento milanese, si lascia trasportare da una conversazione erotica telefonica con una donna misteriosa, esplorando fantasie intense e raggiungendo un orgasmo appagante.

Fantasie solitarie

La memoria torna indietro come un’onda lenta, avvolgente, che si infrange contro la riva di un pomeriggio qualunque. Dario si rigira sul divano di pelle nera, consumato dagli anni, le molle che scricchiolano sotto il suo peso come un lamento sommesso. L’appartamento è immerso in una luce dorata e polverosa, quella delle cinque del pomeriggio d’inverno, quando il sole si stanca presto e si adagia sui tetti senza la forza di scaldare davvero. Fuori, Milano è un brusio ovattato, clacson lontani, voci che si sovrappongono, il rumore sordo di una città che non si ferma mai, nemmeno per lui.

Ha la maglietta grigia, quella con il collo allargato che gli scivola giù sulla spalla sinistra, scoprendo la clavicola e un pezzo di petto liscio, appena solcato da qualche pelo scuro. I pantaloni della tuta, quelli morbidi che usa quando non ha voglia di fare nulla, sono slacciati in vita, il tessuto spesso che si apre appena abbastanza da lasciar intravedere l’elastico dei boxer neri, tesi contro l’inguine. Non si è rasato da due giorni, e la barba corta gli graffia le guance quando si passa una mano sul viso, stanco. L’erezione è un peso scomodo, una presenza insistente che preme contro il cotone, e lui la ignora, almeno per ora. Non è l’urgenza a spingerlo, ma la noia. Quella noia viscida che si attacca alle ossa quando non hai nulla da fare, nessuno da vedere, e il tempo si allunga come gomma masticata troppo a lungo.

Il telefono è sul tavolino basso, accanto a un bicchiere mezzo pieno di whisky, quello economico che comprava al supermercato senza troppo pensarci. Le dita che sfiorano lo schermo, indecise, prima di cercare il numero. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Ma stasera c’è qualcosa di diverso, una specie di impazienza che gli brucia sotto la pelle, come se avesse bisogno di qualcosa di più che le solite fantasie solitarie. Il pollice scorre sulla tastiera, i numeri che compaiono uno dopo l’altro, memorizzati da tempo. Non deve nemmeno pensarci. Sa già cosa vuole sentire.

Il primo squillo è un rintocco secco, metallico. Il secondo si allunga, come un sospiro. Poi, al terzo, la voce.

Non è una voce. È quella voce.

Bassa, vellutata, con un timbro che sembra avvolgere le parole prima ancora che escano dalle labbra. Una voce che sa di sigarette e miele, di notti insonni e lenzuola di seta. Una voce che promette senza bisogno di dire nulla.

«Pronto, tesoro.»

Due parole. Due sillabe che si posano sulla sua schiena come una carezza, che gli fanno contrarre lo stomaco. Dario chiude gli occhi, le labbra appena dischiuse, e sente il respiro farsi più pesante. Non ha ancora detto nulla, eppure il suo corpo ha già iniziato a reagire, il cazzo che si indurisce un po’ di più, premendo contro la stoffa, il cuore che batte più veloce, come se stesse per scappare via.

«Ciao…» La sua voce esce roca, un po’ incerta. Si schiarisce la gola, passa una mano tra i capelli corti, neri, ancora umidi della doccia di qualche ora prima. «Scusa. Non… non so nemm—»

«Shhh.» La donna dall’altra parte ride, un suono caldo, profondo, che sembra vibrare dentro il ricevitore. «Non devi scusarti. Sono qui per questo. Dimmi solo come posso aiutarti.»

Dario deglutisce. Il whisky gli brucia ancora un po’ in gola, un calore che si mescola a quello che gli sale dallo stomaco, diffondendosi in onde lente. «Voglio…» Esita. Non è bravo a parlare di queste cose. Non con le parole. Preferisce immaginare, fare, sentire. Ma lei aspetta. E quel silenzio, carico di attesa, è peggio di qualsiasi domanda.

«Voglio che tu mi dica cosa fare» ammette finalmente, la voce più bassa, quasi un sussurro. «Voglio che tu mi guidi.»

La risata della donna è un brivido che gli corre lungo la spina dorsale. «Oh, tesoro. Questo lo posso fare.» Una pausa. Un respiro. «Ma prima dimmi… come mi immagini?»

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