
Natalia una fotografa ossessionata dalla cattura della bellezza ... e bloccata nel traffico di Roma, incontra Zoe, una sconosciuta dal passo provocatorio. Un invito improvviso a posare nel suo studio porta a una sessione fotografica che diventa intima, sfocando i confini tra arte e desiderio.
Il semaforo rosso
Il semaforo su via Cavour rimane rosso. Le mie dita tamburellano sul volante, con un ritmo irregolare che non segue nessuna musica, solo l’impazienza delle mie unghie corte contro il cuoio consumato. Roma fuori dal finestrino è un muro di clacson e motorini che si infilano negli spazi impossibili tra le auto.
L’aria condizionata della mia vecchia Alfa Romeo fatica contro il caldo che entra dal vetro abbassato a metà. Sento l’odore dei gas di scarico, quello del caffè bruciato dal chiosco all’angolo, e sotto tutto, la traccia secca del mio profumo, un bergamotto che ha perso la nota fresca ore fa.
La Nikon F2 poggia sul sedile del passeggero, nera, pesante, con il suo nastro di cuoio logoro che pende verso il cambio. Non l’ho usata oggi. Tre giorni senza scattare, e la pellicola dentro il rullino invecchia senza vedere la luce. Il display del semaforo conta i secondi. Venti. Diciannove … Il sudore mi si ferma alla base del collo, dove lo chignon si sta sciogliendo in ciocche castane che mi si appiccicano alla pelle. La camicia di seta nera aderisce alle scapole, e il tessuto, invece di scivolare fluido, tira a ogni respiro.
Diciotto. Diciassette … Una donna con un carrello della spesa attraversa lontano, trascinando una gamba. Un prete in tonaca nera si ferma al bordo del marciapiede, lo sguardo fisso sul telefonino. Il traffico è un fiume fermo. Nessuno si muove. Roma aspetta, e io con lei, la mascella contratta e gli occhi che vagano senza meta lungo la fila di corpi che attraversano le strisce.
È allora che la vedo.
Viene da sinistra, dal marciapiede opposto, e il suo passo è diverso da tutti gli altri. Non è la camminata veloce e sfuggente dei romani, né quella esitante dei turisti che si fermano a metà strada. È un passo lento, quasi provocatorio, come se il semaforo non la riguardasse, come se il tempo stesso dovesse adattarsi al suo ritmo.
I capelli castani, ricci, le cadono oltre le spalle in un volume morbido che cattura la luce arancione del tramonto. È magra, esile, con una gonna leggera che le sfiora le ginocchia a ogni passo. Non è alta. Ma il modo in cui tiene la testa, il mento leggermente sollevato, la fa sembrare più alta di quanto sia.
I suoi occhi. Azzurri. A forma di gatta, allungati agli angoli, con una scintilla che non è semplice sicurezza. È qualcosa di più. Qualcosa che sa esattamente cosa sta facendo. Mi si mozza il respiro. Le mie dita smettono di tamburellare. Il semaforo diventa un rumore lontano, i clacson svaniscono. Vedo solo lei, il suo naso piccolo alla francese, la bocca carnosa che accenna un sorriso senza ragione apparente, come se stesse ripensando a una battuta che solo lei conosce.
Quattordici. Tredici … Il tempo scorre, e io non respiro. Il mio corpo si sporge in avanti, le mani stringono il volante con una forza che mi fa sbiancare le nocche. La ragazza raggiunge il marciapiede dalla mia parte, e per un istante il suo sguardo si solleva e incontra il mio attraverso il finestrino aperto. I suoi occhi azzurri si fermano nei miei. Un secondo. Due. Le sue labbra si schiudono, e quel sorriso si allarga appena, un accenno di malizia che mi colpisce come un pugno nello stomaco.
Dieci. Nove … Lei continua a camminare, scomparendo tra la folla sul marciapiede, e io mi ritrovo a guardare lo spazio vuoto dove un attimo prima c’era il suo corpo. Il cuore mi martella nel petto. Le mani tremano. Il semaforo scatta sul verde, e le auto dietro di me suonano, un coro rabbioso che mi strappa dal torpore. Ingrano la marcia e parto, ma i miei occhi cercano lo specchietto retrovisore, cercano la sua figura tra la folla, e non la trovano.
Giro a destra sulla prima traversa, poi a sinistra, senza meta. Il mio cervello riproduce la sua immagine in loop: i ricci castani, gli occhi a gatta, quella bocca. La vedo attraversare la strada, vedo il suo sorriso, e sento qualcosa che si contrae nel petto, un bisogno improvviso e irrazionale di rivederla. Parcheggio in seconda fila davanti a un negozio di scarpe, metto le quattro frecce, e resto seduta con le mani sul volante. Il motore vibra sotto di me. La Nikon mi guarda dal sedile, silenziosa, come se sapesse già cosa sto per fare.
Scendo dall’auto senza chiudere la portiera. Il caldo mi avvolge come un asciugamano bagnato. I miei passi mi portano verso Via Cavour, verso il punto dove l’ho vista sparire. La folla è un fiume di spalle e visi che non sono il suo. Cammino più veloce, i pantaloni neri che si impigliano tra le caviglie, lo sguardo che scatta da una parte all’altra. Una donna bionda. Un uomo con un bambino per mano. Un gruppo di adolescenti che ridono. Nessuna traccia di lei.
Poi, la vedo. È ferma davanti alla vetrina di un negozio di dischi, la testa inclinata, una ciocca di ricci che le cade sull’orecchio. Mi fermo a dieci passi di distanza. Il mio respiro si accorcia. La osservo mentre legge i titoli esposti, le dita che sfiorano il vetro come se stesse accarezzando qualcosa di prezioso.
Ha una borsa a tracolla, piccola, logora sui bordi. I vestiti non sono costosi, ma li porta con una naturalezza che li rende eleganti. La gonna le arriva appena sotto il ginocchio, e le gambe sono sottili, pallide sotto la luce dei lampioni che si accendono.
Faccio un passo. Poi un altro. Le mie scarpe fanno poco rumore sul marciapiede, ma lei si volta, come se avesse sentito il mio sguardo sulla pelle. I suoi occhi azzurri mi trovano, e per un istante vedo qualcosa passare sul suo viso: sorpresa, curiosità, e poi quel sorriso di nuovo, quel sorriso che sa troppo. Mi fermo a tre passi da lei. La mia bocca si apre, ma le parole non escono. Il mio cuore batte così forte che posso sentirlo nelle tempie.
«Ti ho vista attraversare» dico, e la mia voce è più roca di quanto mi aspettassi. Lei inclina la testa, e i ricci le cadono sull’altra spalla. Le sue labbra si curvano. «E allora?» risponde, e il suo tono è leggero, quasi divertito, con una cadenza che non è romana, qualcosa di più nordico, di più slavo. Le parole escono con una precisione che tradisce un’altra lingua madre.
«Sono una fotografa.» Indico la Nikon che ho appeso alla spalla senza ricordare di averla presa dall’auto. «Ho un studio qui vicino. Mi piacerebbe farti un servizio.» Le parole escono prima che possa fermarle, e mentre le dico, mi rendo conto di quanto debbano suonare assurde. Una sconosciuta che ti ferma per strada e ti chiede di posare. Ma il mio corpo ha già deciso, e la mia mente corre dietro, cercando di tenere il passo.
Lei mi guarda. I suoi occhi azzurri percorrono il mio viso, scendono lungo la camicia di seta nera, si fermano sulla Nikon, poi tornano su. Non sembra spaventata. Non sembra infastidita. Sembra… interessata. «Che tipo di servizio?» chiede, e la sua voce ha una nota più bassa, un vibrato che mi si posa sullo sterno come un dito. Deglutisco. «Glamour. Artistico. Niente di volgare.» Le parole mi escono con più sicurezza di quanta ne senta. «Ho visto il tuo viso e ho pensato… ho pensato che dovresti essere fotografata.»
Lei tace per un momento che si stiracchia. Il traffico scorre accanto a noi, i clacson suonano in lontananza, una coppia ci passa accanto ridendo. Io resto immobile, il fiato sospeso, le dita strette sulla cinghia della macchina fotografica.
Poi lei alza le spalle, un gesto morbido che fa scivolare la borsa più in basso sulla spalla. «Ok» dice. «Ok?» ripeto, e la mia voce si incrina. Lei ride, una risata breve e calda che mi scalda il petto. «Ok. per me va bene.»
Lo studio è al quarto piano di un palazzo senza ascensore, e quando apro la porta, l’aria stantia mi accoglie come un vecchio amico. Il termosifone è spento, ma il caldo di Roma è entrato dalle finestre socchiuse e si è accumulato qui, mescolandosi all’odore della polvere e del cuoio. Accendo le luci. Le lampadine intorno allo specchio grande si accendono una dopo l’altra, gettando una luce calda e dorata che trasforma la stanza in un palcoscenico.
Il divano in pelle marrone troneggia al centro, consumato sui braccioli, con un cuscino schiacciato dove mi siedo sempre a guardare i provini. Il tappeto persiano sotto i miei piedi ha i bordi sfilacciati, e il tavolo contro la parete è coperto di obiettivi, rullini, e una tazza di caffè che ho dimenticato tre giorni fa.
Zoe si guarda intorno. I suoi occhi azzurri esplorano ogni angolo, si fermano sullo specchio con le lampadine, sul divano, sul tappeto. Le sue dita sfiorano il bordo del tavolo, lasciando una traccia nella polvere. «Carino» dice, e il suo tono è sincero, senza ironia. Si volta verso di me, e la luce dorata le accende i ricci castani, le fa brillare gli occhi. «Dove mi vuoi?»
La domanda mi colpisce con una forza che non mi aspetto. Deglutisco. Indico il divano. «Lì. Siediti.» La mia voce è ferma ora, la professionista che prende il sopravvento. Ma le mie mani tremano mentre carico il rullino nella Nikon, e ci vogliono due tentativi prima che il meccanismo scatti. Zoe si siede al centro del divano, le ginocchia unite, le mani posate sulle cosce.
La gonna si è sollevata appena, e le sue gambe sono due linee pallide contro il cuoio scuro. La guardo attraverso il mirino, e il mondo si restringe alla cornice rettangolare: il suo viso, i suoi occhi, la curva delle sue labbra.
«Rilassati» dico. «Non sei a un esame.» Lei ride, e la risata le solleva le spalle, le fa chiudere gli occhi per un istante. Scatto. Il clic dell’otturatore è secco, definitivo. Il flash esplode, e per un secondo la vedo come la vedrà la pellicola: un’esplosione di luce bianca contro il cuoio scuro, i suoi lineamenti catturati in un momento di abbandono. «Così?» chiede, riaprendo gli occhi. «Esattamente così.»
Le foto continuano. Zoe si muove sul divano come se avesse fatto questo mille volte. Si appoggia allo schienale, allunga le gambe, si porta una ciocca di ricci dietro l’orecchio. Ogni movimento è naturale, fluido, e io scatto, scatto, scatto, finché il rullino non finisce e ne devo caricare un altro. La luce si fa più calda, più intima.
Accendo una lampada da tavolo e la punto verso il divano, creando ombre che esaltano le forme del corpo , valorizzando i seni e il fondoschiena. Il fumo di una sigaretta che non ricordo di aver acceso si alza nell’aria, e le particelle danzano nel raggio di luce come polvere di stelle.
«Spogliati» dico, e la parola esce prima che possa trattenerla. Zoe mi guarda attraverso il fumo, i suoi occhi azzurri socchiusi, il mento leggermente sollevato. Non dice nulla per un momento che si estende. Poi le sue mani vanno ai bottoni della camicetta, che si aprono uno alla volta, lentamente, come se stesse scartando un regalo.
La stoffa scivola giù dalle spalle, rivestendo la pelle chiara di ombre dorate. Il suo seno è piccolo, appena accennato, e i capezzoli sono due punti scuri contro il pallore. Si ferma, la camicetta aperta, e mi guarda. «Abbastanza?» chiede.
Scuoto la testa. Non so più se sono la fotografa o qualcos’altro. So solo che voglio vedere di più, che ho bisogno di vedere di più. Lei sorride, e quel sorriso ha qualcosa di felino, di consapevole. Si alza dal divano, e la gonna scivola a terra con un fruscio. Resta in mutandine, semplici, di cotone bianco, e il contrasto tra la sua fragilità e la sicurezza del suo sguardo mi toglie il respiro. Scatto. Il flash la cattura in piedi davanti a me, le braccia lungo i fianchi, i ricci che le cadono sul petto nudo.
Poi lei si avvicina. I suoi passi sono lenti, misurati, e il tappeto attutisce il suono dei suoi piedi nudi. Si ferma davanti a me, così vicina che posso sentire il suo profumo: lavanda e qualcosa di più caldo, più profondo, come legno bagnato dalla pioggia. Le mie mani abbassano la Nikon, e i nostri occhi si incontrano.
I suoi sono due pozze azzurre che mi risucchiano. La sua mano si solleva, e le sue dita sfiorano la mia guancia, una carezza leggera che mi fa chiudere gli occhi. Quando li riapro, la sua bocca è a un centimetro dalla mia.
Il bacio è lento. Le sue labbra sono morbide, calde, e sanno di qualcosa che non riesco a nominare. Le mie mani trovano i suoi fianchi, e la pelle è liscia sotto i palmi, come seta riscaldata dal sole. La attiro più vicina, e i nostri corpi si incontrano: il suo seno nudo contro la mia camicia, le sue gambe tra le mie.
Il bacio si approfondisce, e le nostre lingue si trovano, si esplorano, si assaporano con una lentezza che mi fa girare la testa. Le mie dita risalgono lungo la sua schiena, sentono le vertebre una ad una, e lei emette un suono basso, un gemito che vibra contro le mie labbra.
Ci spostiamo verso il divano senza smettere di baciarci. Le nostre gambe si impigliano nel tappeto, e per un momento ci reggiamo l’una all’altra, ridendo contro le labbra dell’altra. Poi cadiamo sul cuoio morbido, e il suo corpo è sopra il mio, i suoi ricci che mi solleticano il viso, le sue mani che mi sbottonano la camicia di seta.
La stoffa si apre, e l’aria fresca mi accarezza la pelle, seguita subito dal calore delle sue dita. I suoi polpastrelli tracciano linee di fuoco lungo il mio stomaco, si arrampicano verso il seno, e quando raggiungono i capezzoli, inarco la schiena con un sussulto.
«Sei bellissima» sussurra, e la sua voce è un soffio caldo contro il mio orecchio. Le sue labbra scendono lungo il mio collo, depositando baci leggeri che mi fanno venire la pelle d’oca. La sua lingua traccia il contorno della mia clavicola, e io affondo le dita nei suoi ricci, stringendo, guidandola più in basso.
La sua bocca raggiunge il seno, e quando le sue labbra si chiudono intorno al capezzolo, un gemito mi sfugge dalla gola. Il suo tocco è lento, deliberato: la lingua disegna cerchi pigri, i denti sfiorano la pelle sensibile, e la suzione è delicata ma costante, come un’onda che si ritira e torna, si ritira e torna.
Il piacere mi attraversa come una corrente calda, partendo dal seno e scendendo verso il basso, verso il centro di me che pulsa e si contrae. I miei fianchi si sollevano istintivamente, cercando un contatto che non c’è ancora, e Zoe ride contro la mia pelle, un suono basso e soddisfatto che mi fa stringere le cosce. Le sue mani scivolano lungo i miei fianchi, trovano l’elastico dei pantaloni, e tirano. La stoffa scende lungo le gambe con un fruscio, e l’aria della stanza mi accoglie, fresca sulla pelle scoperta.
Le sue dita tracciano il bordo delle mie mutandine, e il tocco è così leggero che potrei immaginarlo. Ma non lo immagino. Sento il calore della sua mano attraverso il cotone, e il tessuto è già bagnato, aderisce alle pieghe del mio corpo come una seconda pelle. Lei se ne accorge. Il suo sorriso si allarga, e i suoi occhi azzurri incontrano i miei mentre le sue dita scivolano sotto l’elastico. Il primo contatto è elettrico: la punta del suo dito che sfiora il mio centro, scivolosa e calda, e io mi aggrappo al cuoio del divano con entrambe le mani.
«Sei già bagnata» mormora, e la sua voce ha una nota di sorpresa mescolata a qualcosa di più oscuro, più affamato. Le sue dita si muovono lentamente, esplorando, imparando la mappa del mio corpo con una pazienza che mi fa impazzire.
Un dito scivola dentro, e io mi contraggo intorno a lei, mentre un suono mi sfugge dalle labbra, qualcosa tra un sospiro e un gemito. Lei si ferma, mi guarda, e i suoi occhi sono due fiamme azzurre che mi bruciano dall’interno. «Di più?» chiede, e la parola è un sussurro che mi si posa sulle labbra come un bazzo.
Annuisco, incapace di parlare, e lei obbedisce. Un secondo dito si unisce al primo, e il movimento diventa più lento, più profondo. Le sue dita si curvano, trovano quel punto che mi fa vedere le stelle, e io inarco la schiena, i fianchi che si muovono al suo ritmo. Il piacere si accumula come marea, onda dopo onda, e io mi aggrappo a lei, le unghie che affondano nelle sue spalle, la bocca che cerca la sua in un bacio disperato.
Le nostre lingue si intrecciano, e il sapore della sua bocca si mescola al suono dei nostri respiri, al ritmo delle sue dita dentro di me, al battito del mio cuore che riempie la stanza.
Vengo con un grido che mi si spegne in gola, il corpo che si contrae intorno alle sue dita, i muscoli che tremano, la mente che si svuota. Lei mi tiene le braccia intorno a me, le labbra che mi baciano la fronte, le tempie, le guance. Il mio respiro torna lentamente normale, e il cuore smette di martellare. Le sue dita scivolano fuori, e io sento la perdita come un vuoto. Lei si stende accanto a me sul divano, i nostri corpi che si incastrano, le sue gambe intrecciate alle mie, i suoi ricci sul mio petto.
Restiamo così, in silenzio, mentre la luce dorata delle lampadine si affievolisce e le ombre si allungano sul pavimento. Le mie dita tracciano cerchi sulla sua schiena nuda, sentono la morbidezza della sua pelle, il calore che si sprigiona dal suo corpo. Il suo respiro si fa più lento, più regolare, e i suoi occhi si chiudono.
La bacio sulla fronte, e lei mormora qualcosa che non afferro, una parola in una lingua che non conosco. Poi si addormenta, e io resto a guardarla, a memorizzare ogni dettaglio del suo viso, la curva delle sue labbra, la linea del naso, le ciglia scure che le ombreggiano le guance.
I miei occhi si fanno pesanti. La stanchezza mi si posa addosso come una coperta, e il calore del suo corpo contro il mio mi trascina verso il sonno. Chiudo gli occhi, e l’ultima cosa che vedo è il suo viso, sereno nel riposo, i ricci sparsi sul cuscino del divano. L’ultima cosa che sento è il suo respiro, lento e costante, che si mescola al mio.
Poi il buio.
Mi risveglio con la luce grigia del mattino che filtra dalle finestre. Ci metto un momento a ricordare dove sono: lo studio, il divano, la pelle fredda sotto la mia guancia. Mi sollevo su un gomito, e il cuoio scricchiola sotto il mio peso. La stanza è silenziosa. Le lampadine intorno allo specchio sono spente, e la luce del sole è pallida, fredda, diversa dall’oro caldo di ieri sera. Sbatto le palpebre, e la testa mi pulsa con un dolore sordo, come dopo una notte di troppo vino.
Zoe non c’è.
Il spazio accanto a me sul divano è vuoto. La pelle è fredda dove il suo corpo era raggomitolato contro il mio. Mi metto a sedere, e la camicia di seta mi scivola dalle spalle. La afferro al volo, stringendola intorno a me, e i miei occhi perlustrano la stanza. Il tavolo è come l’ho lasciato, coperto di obiettivi e rullini.
La Nikon è sul pavimento, accanto al divano, con il rullino ancora da sviluppare. La gonna di Zoe non è sul tappeto. La sua camicetta non è sulla sedia. Non c’è traccia di lei, come se non fosse mai stata qui.
Mi alzo, e le gambe mi tremano. Cammino per lo studio, aprendo la porta del bagno, guardando dietro il paravento. Niente. Il suo profumo è svanito, sostituito dall’odore della polvere e del cuoio vecchio. Torno al divano, e mi siedo sul bordo, le mani premute sul viso.
È stato tutto un sogno?
Il semaforo, la ragazza con gli occhi da gatta, le foto, il bacio, le sue dita dentro di me?
La mia mente corre, cerca dettagli che confermino la realtà, ma tutto è sfocato, come una pellicola sovraesposta.
E poi …
Sul bracciolo del divano, abbandonate come un segreto, ci sono delle mutandine. Piccole, di cotone bianco, con un bordo di pizzo semplice. Le fisso, e il mio cuore si ferma. Allungo la mano, e le mie dita le sfiorano. Il tessuto è morbido, fresco sotto il tocco. Le sollevo, e le tengo davanti al viso, studiandole.
Sono sue? Sono le mutandine che Zoe indossava ieri sera, quelle che ha tolto prima di… prima che noi…
Oppure sono mie?
Le rigiro tra le dita, cerco un segno, un dettaglio che mi dica la verità, ma non c’è nulla. Solo cotone bianco e pizzo, un indumento come tanti altri.
Le porto al naso, e inspiro. Sento lavanda e qualcosa di più caldo, più profondo, come legno bagnato dalla pioggia. Il suo profumo. Il profumo di Zoe. Ma poi, un istante dopo, dubito. Non è anche il mio? Non è il profumo che metto sempre, quello che si mescola al sudore e alla pelle dopo una lunga giornata? Le mani mi tremano. Le mutandine mi scivolano dalle dita e cadono sul divano, un mucchietto di stoffa bianca contro il cuoio marrone.
Mi guardo intorno. Lo studio è lo stesso di sempre, con le sue ombre e la sua polvere e il suo silenzio. Ma qualcosa è cambiato. L’aria è diversa, più pesante, come se contenesse un segreto che non posso decifrare. La Nikon è sul pavimento, e non so cosa contenga il rullino: le foto di Zoe, o solo inquadrature vuote di un divano e di una stanza deserta? Non ho il coraggio di svilupparlo. Non ancora.
Raccolgo le mutandine dal divano. Le piego con cura, come se fossero un reperto prezioso, e le poso sul tavolo, accanto alla tazza di caffè freddo. Poi mi siedo sul divano, le ginocchia raccolte al petto, e fisso lo spazio vuoto dove Zoe era distesa accanto a me. La luce del mattino si fa più forte, e le ombre si ritirano negli angoli. Roma si sveglia fuori dalla finestra, con i suoi clacson e le sue voci e il suo eterno movimento.
E io resto qui, con un indumento bianco sul tavolo e un dubbio nel petto che non mi abbandona.
È stato tutto un sogno?
Un’allucinazione nata dalla solitudine e dal desiderio? Oppure è stato reale, più reale di qualsiasi altra cosa io abbia vissuto in anni? Non lo so. So solo che il suo profumo mi è rimasto nelle narici, che il suo sapore mi è rimasto sulle labbra, che il suo calore mi manca come manca l’aria. E so che, sogno o realtà, Zoe è stata qui, e qualcosa in me è cambiato per sempre.
Le mie dita trovano la Nikon. La sollevano, la stringono. Il metallo è freddo al tatto. Il rullino è dentro, con i suoi segreti avvolti nella pellicola. Prima o poi lo svilupperò. Prima o poi saprò la verità. Ma non oggi.
Oggi resto seduta su questo divano, con le mutandine bianche sul tavolo e il fantasma del suo tocco sulla pelle, e aspetto. Aspetto che la risposta mi venga incontro, o che il dubbio si dissolva, o che lei torni. Perché se è stata qui una volta, può tornare.
E se è stato un sogno, allora voglio sognare ancora.







