Nudi sotto il sole

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“Le storie di Sophie”
Le dita di Sophie esitano sulla tastiera mentre cerca di raccontare la storia di Sandro, un segreto consegnatole tra lezioni di informatica e aperitivi. La vergogna e la meraviglia si mescolano nel ricordo di un campeggio naturista, dove Sandro ha imparato a stare nel suo corpo.

Il corso di informatica

Le mie dita esitano sopra la tastiera. Il cursore lampeggia, quella linea verticale che pulsa come un battito cardiaco impaziente, in attesa che io trovi le parole giuste. Fuori dalla finestra, Venezia stasera è un brusio lontano di rumori, che si mescolano alle voci dei turisti e passanti. Ma la mia mente è altrove, torna a quel pomeriggio nell’aula del corso di informatica a Milano, quando Sandro si è seduto accanto a me con il suo portatile scrostato e l’aria di chi porta un peso invisibile sulle spalle.

Scrivo il titolo sul blog: “L’estate di Sandro”. Poi lo cancello. Lo riscrivo. Lo cancello di nuovo. Non riesco a trovare la forma giusta per iniziare, forse perché la storia che voglio raccontare non è davvero mia. È sua. Me l’ha consegnata come si consegna un segreto, a pezzi, tra una lezione di informatica e l’altra, mentre gli altri studenti chiacchieravano di algoritmi e io ascoltavo lui che parlava di agosto, di un campeggio in Croazia, di un posto dove la gente vive senza vestiti.

Ricordo come si torturava le mani mentre parlava. Le sue dita si intrecciavano, si separavano, tornavano a stringersi. La luce al neon dell’aula gli disegnava ombre sotto gli zigomi, e ogni tanto si interrompeva per guardarsi intorno, come se qualcuno potesse sentire.

Quella sera dopo l’ultimo corso, quando siamo usciti a prendere un aperitivo e lui mi ha raccontato tutto d’un fiato di quel campeggio naturista. Le sue guance si coloravano di rosso, e non era solo l’aperol spritz. La vergogna gli tremava nella voce, ma c’era anche qualcos’altro, una specie di meraviglia trattenuta, come chi ha scoperto un segreto troppo grande per tenerlo solo per sé.

“Erano quattordici giorni,” mi ha detto, fissando il suo bicchiere. “Quattordici giorni in cui ho dovuto… ho dovuto imparare a stare nel mio corpo. Senza nascondermi. Senza scappare.”

Bevo un sorso di tisana ormai tiepida. La finestra della cucina è aperta e sento la voce di un gondoliere che passa. Le mie dita tornano sulla tastiera. Questa volta scrivo senza cancellare. Scrivo di Sandro, del suo viso quando mi ha raccontato di quel primo giorno, quando è sceso dall’auto e ha dovuto spogliarsi. Scrivo di come la sua voce si spezzava su certe parole, di come abbassava lo sguardo e poi lo rialzava, come se cercasse il coraggio nei granellini di polvere che galleggiano nei raggi di sole.

Il blog è il mio spazio. Il mio rifugio. E stasera, in questa stanza che profuma di lavanda e carta vecchia, sto dando voce a Sandro. Perché certe storie chiedono di essere raccontate, anche quando chi le vive non avrebbe mai il coraggio di farlo da solo.


Il campeggio naturista

Il messaggio di Federica appare sullo schermo del mio telefono mentre siedo sul divano, una sera di fine maggio. La luce bluastra illumina il mio viso nella stanza semibuia. “Sandro, quest’anno devi venire in Croazia con noi. Campeggio naturista. Ti cambio la vita, vedrai.”

Leggo e rileggo quelle parole. Le mie dita esitano sopra la tastiera. Conosco Federica da quasi due anni, prima come un’immagine profilo su una piattaforma social, poi come una voce attraverso auricolari che mi teneva compagnia durante le serate solitarie. Abbiamo parlato di tutto, dei miei cinquantadue anni portati con fatica, della sua giovinezza vibrante, dei libri, dei film, delle mie giornate ripetitive in ufficio e delle sue avventure da studentessa. Ma incontrarci di persona, in un campeggio nudista, è diverso. Molto diverso.

Rispondo dopo mezz’ora. “Ci penserò.”

La verità è che non ho mai fatto nulla del genere. Sono un uomo timido, single da anni, abituato a nascondere il mio corpo persino davanti allo specchio. L’idea di spogliarmi davanti a estranei, davanti a lei, mi fa stringere lo stomaco.

Passano tre giorni prima che io accetti. Tre giorni di dialoghi interni, di notti insonni, di quella voce nella testa che mi ripete che ho cinquantadue anni e non ho mai vissuto davvero.

Ora, mentre l’auto attraversa il confine sloveno-croato, con Federica al volante e Vanessa un’ amica seduta accanto a lei, mi chiedo cosa mi abbia spinto a dire di sì. Guardo fuori dal finestrino: i cartelli stradali in una lingua che non capisco, i vigneti che scorrono verdi sotto il sole, il cielo di un azzurro che sembra dipinto. Federica canticchia una canzone alla radio. I suoi capelli castani, lunghi fino alle spalle, si muovono con l’aria che entra dal finestrino abbassato.

“Sandro, rilassati,” dice Vanessa girandosi verso di me. Ha ventun anni, un anno più di Federica, e un modo di parlare diretto che mi mette a disagio e mi affascina allo stesso tempo. “Qui nessuno ti giudica. È questo il bello.”

Annuisco senza parlare. Le mie mani sono poggiate sulle ginocchia, e stringono il tessuto dei pantaloni corti che ho indossato stamattina, pensando fossero adatti. Tutto in me sembra inadatto.

Il campeggio appare dopo un’ora di strade sterrate. Si estende lungo la costa, una distesa di tende colorate che punteggiano il verde della macchia mediterranea. Il mare è una lastra di cobalto che luccica in lontananza. Scendiamo dall’auto, e subito l’aria calda mi avvolge. Odore di pino, di sale, di erba secca.

E poi vedo loro.

Uomini e donne che camminano nudi come se fosse la cosa più naturale del mondo. Corpi di ogni età, ogni forma, ogni colore. Il sole sembra trattarli tutti allo stesso modo, dorando pelle raggrinzita e pelle liscia, pance sporgenti e addominali piatti. Una donna passa vicino a noi portando una borsa della spesa, i seni piccoli che dondolano a ogni passo. Un uomo anziano legge il giornale seduto su una sedia da campeggio, completamente nudo, gli occhiali da sole che riflettono il mare.

Il mio corpo si irrigidisce. Non riesco a guardare. Non riesco a non guardare.

“Dai, montiamo le tende,” dice Federica, aprendo il bagagliaio. “Poi andiamo in spiaggia.”

Lavoriamo in silenzio per un’ora. Le due ragazze si muovono con naturalezza, piantando picchetti, tendendo tiranti, ridendo per qualche battuta che non afferro. Io mi sento goffo, ogni movimento calcolato, ogni gesto misurato per non sbagliare. Federica mi sorride ogni tanto, quel sorriso luminoso che ho visto solo nelle foto e nelle videochiamate. È strano trovarmela davanti in carne e ossa, con la sua maglietta estiva e i pantaloncini di jeans, i sandali ai piedi, la pelle abbronzata delle gambe.

“Allora, pronto per la spiaggia?” chiede Vanessa quando abbiamo finito.

Il cuore mi batte forte. “Non so se…”

“Tranquillo,” interviene Federica. “Prenditi il tuo tempo. Nessuno ti forza.”

Camminiamo verso le rocce che digradano verso il mare. Troviamo una spiaggietta di ciottoli, con grandi massi piatti che formano terrazze naturali. L’acqua è cristallina, di un turchese che non ho mai visto sulle coste italiane. Ci sono altre persone sparse qua e là, distese sugli asciugamani, sedute sulle rocce. Tutte nude.

Federica e Vanessa si sfilano le magliette con un movimento fluido. Poi i pantaloncini. Poi la biancheria. I loro corpi appaiono alla luce del sole, giovani, femminili, perfetti nella loro imperfezione. Il seno di Vanessa è pieno, rotondo, con piccoli nei che costellano la pelle chiara. Federica è più snella, con fianchi stretti e gambe lunghe. Entrambe non hanno segni di costume, un’abbronzatura uniforme che fa sembrare la loro pelle di seta.

Io rimango in mutande, paralizzato, con l’asciugamano stretto al petto come uno scudo.

“Dai, Sandro,” dice Federica senza guardarmi, stendendo il telo sulla roccia. “Il sole aspetta tutti.”

Vanessa si è già sdraiata, il corpo in mostra senza alcun imbarazzo. La sua schiena arcuata, le natiche sode e rotonde, una linea scura che scende lungo la spina dorsale. Federica si siede accanto a lei e inizia a spalmarsi l’olio solare sulle braccia, sulle spalle, sul décolleté. I movimenti sono lenti, quasi rituali.

Io mi allontano di qualche metro, verso una roccia più isolata. Mi siedo, ancora con l’asciugamano sulle ginocchia. Il cuore non smette di battere forte. Chiudo gli occhi e respiro.

Passa un’ora. Forse due. Il sole mi scalda la pelle, ma non ho il coraggio di scoprirmi. Osservo da lontano le due ragazze che chiacchierano, che ridono, che si passano l’olio a vicenda sulla schiena. Vedo le mani di Vanessa scivolare sulle spalle di Federica, i pollici che premono i muscoli tesi, le dita che tracciano linee invisibili lungo la colonna vertebrale. Federica si gira pancia in su, e il suo corpo appare in tutta la sua eleganza: il seno piccolo e sodo, il ventre piatto, il pube completamente liscio, senza un pelo, come quello di Vanessa.

Distolgo lo sguardo. Ma è come cercare di non pensare a un elefante rosa. La mia mente torna lì, a quei corpi giovani, a quella pelle che brilla di olio, a quelle forme che il sole disegna con ombre precise.

A un certo punto Federica si alza e cammina verso di me. I suoi passi sono leggeri sui sassi caldi. Si siede sulla roccia accanto, e per un momento siamo solo due persone che guardano il mare.

“Sai,” dice, “quando ho iniziato a venire qui, avevo paura anch’io. Pensavo che tutti mi avrebbero guardata, giudicata. Invece…” Indica con un gesto largo la spiaggia. “Nessuno guarda. Ognuno è preso da se stesso. È liberatorio, in un modo che non puoi immaginare.”

La guardo con la coda dell’occhio. I capelli le sono ricaduti sul viso, e lei li scosta con un gesto abituale. Il suo corpo è lì, a mezzo metro da me, completamente nudo, eppure non c’è malizia nel suo atteggiamento. Solo naturalezza.

“Non è il mio corpo il problema,” dico, e la mia voce suona roca, impacciata. “È la mia testa.”

Federica sorride. “Lo so. Ma forse devi smettere di ascoltarla.”

Poi torna dall’ amica. Io rimango lì, con il sole che mi brucia le spalle coperte, il sudore che mi cola sulla fronte. E poi, lentamente, come se stessi eseguendo un movimento proibito, mi tolgo l’asciugamano di dosso. L’aria colpisce la mia pelle nuda, calda, quasi solida. Sento una scarica elettrica lungo la schiena, un misto di vergogna e esaltazione. Mi sdraio pancia in giù, nascondendo il viso nell’incavo del braccio.

Nessuno mi guarda. Nessuno ride. Il mondo continua a girare, il mare continua a infrangersi sui sassi, le ragazze continuano a parlare tra loro.

E per la prima volta in cinquantadue anni, il mio corpo respira all’aria aperta.

Le ore passano. Il pomeriggio scivola verso la sera. Mi alzo solo quando il sole inizia a calare, arrossando il cielo di striature viola e arancio. Le ragazze hanno indossato dei parei trasparenti, sottili veli colorati che coprono senza nascondere, che suggeriscono senza mostrare del tutto. Il gioco di luci e ombre li rende quasi più provocanti della nudità completa.

La notte scende sul campeggio. Accendiamo un fuoco sulla spiaggia, con la legna che abbiamo raccolto nel pomeriggio. Le fiamme crepitano, proiettando ombre danzanti sui nostri corpi. Federica e Vanessa siedono vicine, le ginocchia che si toccano, i capelli che brillano alla luce del fuoco.

Siedo poco distante, con i pantaloncini indosso, ancora incapace di abbandonarmi completamente alla nudità. Ma qualcosa è cambiato. Non sono più terrorizzato. Osservo le ragazze che parlano, che ridono, che si scambiano occhi complici che non riesco a decifrare.

A un certo punto Vanessa si china verso Federica e le sfiora le labbra con le sue. Un bacio breve, leggero, quasi innocente. Poi si gira verso di me e sorride.

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“Ti sciogli troppo, Sandro?”

Non rispondo. Non posso rispondere. La mia gola è secca, il mio cuore impazzito. Federica ride, e il suono si mescola con lo sciabordio delle onde, con il crepitio del fuoco, con il frinire dei grilli tra i cespugli.

Guardo le stelle che affollano il cielo, più numerose di quanto le abbia mai viste in città. Penso alla mia vita, alle mie abitudini, alle mie paure. Penso a questi giorni che mi aspettano, a questi corpi giovani che mi circondano, a questa libertà che non sapevo esistesse.

E per la prima volta, ho paura di non averne più paura.

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