Il velo delle calze

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“Le storie di Sophie”
La giovane Flores 21 anni, accetta un lavoro temporaneo a Palazzo Corner della Regina, dove la signora Corner, una donna enigmatica e seducente, la coinvolge in un gioco di potere e desiderio, mettendo alla prova i suoi limiti e le sue inibizioni.

Un gioco di potere

Cammino veloce, le suole delle mie scarpe da ginnastica consumate battono sulle pietre umide dei vicoli stretti, il fiato che esce a nuvolette bianche nell’aria fredda di novembre. Ho le mani infilate nelle tasche del cappotto logoro, le dita che stringono il foglio piegato dell’agenzia, l’indirizzo scritto a penna blu: 

Palazzo Corner della Regina, Dorsoduro 2215 Venezia.

Un lavoro per un giorno . Solo un giorno. Ma è pur sempre un lavoro, e in questo periodo ogni euro conta.

Non ho mai messo piede in un palazzo vero. Quelli che conosco sono i condomini fatiscenti vicino a Mestre, con le scale che puzzano di umido e i citofoni rotti. Questo, invece, è un nome che ho sentito solo nei libri di storia dell’arte. Corner della Regina. Suona come qualcosa che non appartiene a questo mondo, almeno non al mio. Mi fermo davanti al portone massiccio, intarsiato di legno scuro e ottone lucido, così alto che devo allungare il collo per vedere la cima. Un leone alato, scolpito nella pietra sopra l’arco, mi fissa con occhi vuoti. Respiro a fondo, poi premo il campanello.

Non suona come un normale citofono. È un ding-dong profondo, quasi musicale, che rimbomba dentro le mura come se avesse svegliato l’intero palazzo. Attendo. Nessuna risposta. Sto già pensando che forse ho sbagliato indirizzo, quando la porta si socchiude da sola, silenziosa, come se spinta da una mano invisibile. Dentro, l’atrio è un abisso di marmo nero e oro. Le pareti sono coperte di specchi antichi, incorniciati da dorature che sembrano vive alla luce fioca delle lampade.

Il pavimento è un mosaico di pietra levigata, fredda sotto i miei piedi quando finalmente oso entrare. L’odore è quello della cera per mobili, del legno antico, e qualcosa di più dolce, quasi stantio, come profumo di donna miscelato a tabacco.

«Signorina Flores?» Una voce maschile, calma, viene dall’alto. Alzo gli occhi. Una scala a chiocciola di marmo bianco si avvolge su sé stessa, scomparendo nel buio del piano superiore. In cima, una sagoma si staglia contro la luce di un lampadario. Un uomo. Non giovane. Capelli bianchi pettinati all’indietro, un completo grigio tagliato su misura che gli aderisce alle spalle larghe. Non sorride. Non sembra il tipo che sorride spesso.

«Sì, sono io», rispondo, la voce che mi esce più acuta del solito. Mi schiarisco la gola. «L’agenzia mi ha mandata per… sostituire la signorina Marta.»

L’uomo annuisce, lento, come se avesse tutto il tempo del mondo. Poi fa un gesto con la mano, le dita lunghe e curate, con un anello d’oro massiccio al mignolo. «Salga. La signora la aspetta.»

Le scale sono più ripide di quanto sembrino. Ogni gradino mi costringe a sollevare le ginocchia più in alto, il cappotto che mi si apre sulle cosce, la treccia che mi sbatte contro la schiena. Man mano che salgo, il profumo diventa più intenso: gardenia, ambra, e quel sentore metallico del lusso che non si può confondere con niente altro. Quando arrivo in cima, l’uomo è già sparito.

Davanti a me, un corridoio interminabile, tappezzato di seta rossa e quadri enormi. Corpi nudi, per lo più. Donne con seni pesanti e fianchi larghi, distese su divani di velluto, o uomini muscolosi avvinghiati a figure mitologiche. Non sono un’esperta d’arte, ma so riconoscere un Tiziano quando lo vedo. E so anche che in una casa come questa, un quadro del genere non è un ornamento. È un avvertimento.

«Flores, tesoro, finalmente!» La voce è femminile, roca, come se la proprietaria avesse appena finito di ridere. Mi giro. Una porta si apre su una stanza che sembra uscita da un sogno febbrile: un boudoir, con le pareti rivestite di damasco rosa, un letto a baldacchino con tende di seta, e ovunque specchi, specchi, specchi. Al centro, seduta su una poltrona a forma di conchiglia, c’è lei.

La signora Corner. O almeno, suppongo sia lei. Non si presenta. Non ne ha bisogno. È il tipo di donna che non ha bisogno di presentarsi. Bionda, ma non la bionda artificiale delle riviste: i suoi capelli sono un oro scuro, quasi miele, raccolti in onde morbide che le cadono su una spalla. Indossa una vestaglia di seta nera, aperta abbastanza da far intravedere un reggiseno di pizzo nero e un seno generoso, pesante, che sembra sul punto di traboccare dalle coppe. Le gambe sono accavallate, e anche da qui vedo le calze autoreggenti, la giarrettiera che le stringe la coscia come un morso.

«Vieni qui, piccola», dice, e il modo in cui lo dice—piccola—mi fa venire la pelle d’oca. Non è un insulto. È una carezza. O forse è entrambe le cose.

Mi avvicino, le scarpe che affondano nel tappeto persiano. Lei mi squadra dalla testa ai piedi, e io mi sento improvvisamente consapevole di ogni centimetro del mio corpo: le spalle strette, il seno quasi inesistente sotto il maglione consumato, i jeans attillati che mi stringono i fianchi. Non sono abituata a essere guardata così. Non da una donna.

«Marta mi aveva detto che eri carina», continua, le labbra dipinte di un rosso scuro che si incurvano in un sorrisetto. «Ma non mi aveva detto che eri così carina.» Si alza, e solo ora mi rendo conto di quanto sia alta. Più di me, di sicuro. I tacchi che indossa—neri, a spillo, con una fibbia dorata—la fanno svettare. Camminando verso di me, i suoi fianchi oscillano con una grazia felina, le anche che sembrano muoversi indipendentemente dal resto del corpo. Si ferma a un palmo da me. Posso sentire il calore che emana, il profumo che ora è più forte, più dolce, con una nota di qualcosa di muschiato, di sudore appena lavato via.

«Ti piace lavorare qui, Flores?» mi chiede, ma non aspetta la risposta. Mi sfiora la guancia con il dorso delle dita, le unghie laccate di rosso. «Perché se ti piace, potresti restare più di un giorno.»

Non so cosa rispondere. Non so nemmeno se sto ancora respirando. Lei ride, una risata bassa, gutturale, che mi fa contrarre lo stomaco.

«Ma prima», dice, girandomi intorno come se fossi un manichino in vetrina, «dobbiamo sistemarti. Non puoi servire la cena con quelli addosso.» Fa un gesto disprezzativo verso i miei vestiti. «Qui abbiamo degli standard.»

Mi indica una porta sul lato opposto della stanza. «Lì dentro troverai tutto ciò che ti serve. Indossalo e torna qui. Non farmi aspettare troppo.»

La stanza è uno spogliatoio. O almeno, così sembra. Un armadio a muro aperto rivela una fila di uniformi appese a grucce di velluto: grembiuli di cotone inamidato, cuffiette bianche, calze di nylon trasparenti ancora nella confezione. E scarpe. Decine di paia di scarpe con il tacco, allineate su uno scaffale, dai colori pastello ai neri lucidi, alcune con le fibbie, altre con i lacci, tutte con i tacchi così alti che mi fanno male solo a guardarli.

Sull’appendiabiti più vicino, c’è già un completo preparato: un grembiule bianco, così corto che a malapena coprirà il mio sedere, una cuffietta di pizzo, un paio di calze autoreggenti ancora arrotolate, e un paio di décolleté nere, con il tacco a spillo e la suola rossa. Non ci sono mutandine. Non ci sono reggiseni. Non c’è niente, sotto, se non la seta e il nylon.

Mi tolgo i vestiti lentamente, come se qualcuno mi stesse guardando. Forse è così. Forse ci sono telecamere nascoste, o forse è solo la sensazione di essere esposta, anche da sola. Quando resto nuda, mi guardo allo specchio a figura intera appeso alla porta. Il mio corpo è magro, quasi ossuto in alcuni punti, ma i fianchi sono rotondi, il sedere sodo.

Le mie mani tremano un po’ mentre infilo le calze, arrotolandole con cura sulle cosce, sentendo il nylon che si stringe sulla pelle. Il grembiule è freddo quando me lo lego dietro la schiena, la stoffa ruvida che mi sfiora i capezzoli già duri per l’aria della stanza. Le scarpe sono la parte peggiore—orribili, meravigliose. Il tacco è così alto che devo aggrapparmi allo schienale di una sedia per non cadere, le dita dei piedi strette nella punta affusolata. Quando finalmente mi raddrizzo, sono irriconoscibile.

La donna nello specchio non sono io. È qualcuno di più alto, di più curvo, di più esposto. Il grembiule mi arriva appena sotto il sedere, lasciando le cosce scoperte fino a metà. Le calze autoreggenti mi segnano la pelle dove finiscono, appena sotto l’inguine, e ogni movimento fa sì che il tessuto del grembiule si solleverà, mostrando più di quanto nasconda.

Le scarpe mi costringono a camminare in un modo nuovo: i passi più corti, le anche che oscillano, la schiena inarcata per non perdere l’equilibrio. Mi sento goffa. Mi sento potente. Mi sento nuda, anche se sono coperta.

Quando torno nel boudoir, la signora Corner è sdraiata sul divano, un bicchiere di qualcosa di ambrato in mano. Non si gira quando entro, ma so che mi sta guardando nello specchio sopra il camino. «Molto meglio», dice, la voce roca. «Ora sembri una di noi.»

Non so cosa rispondere, così resto in silenzio. Lei finalmente si volta, e i suoi occhi—verdi, con delle pagliuzze dorate—mi percorrono tutto il corpo, soffermandosi sulle gambe, sulle scarpe, sul modo in cui il grembiule si solleva quando mi muovo. «Girati», ordina.

Obbedisco. Sento il suo sguardo su di me come una carezza, pesante, possessivo. Quando mi giro di nuovo verso di lei, ha un sorrisetto che non promette niente di buono. «Bene», dice, posando il bicchiere. «Ora, piccola, ho bisogno che tu mi aiuti con il bagno. Non sono abituata a fare le cose da sola.»

Mi conduce in un’altra stanza, questa volta un bagno che sembra una cattedrale: marmo rosa, rubinetti dorati, una vasca così grande che potrebbe contenere cinque persone. L’acqua è già a livello , fumante, con schiuma profumata che galleggia in superficie.

La signora si sfila la vestaglia con un gesto teatrale, lasciandola cadere sul pavimento. Sotto, indossa un completo intimo di pizzo nero, così fine che si vedono i capezzoli scuri attraverso la stoffa, il triangolo di peli biondi tra le gambe. Si volta verso di me, le mani sui fianchi.

«Spogliami», dice.

Le dita mi tremano mentre slaccio il reggiseno, sentendo il peso dei suoi seni quando finalmente si liberano. Il pizzo scivola via, e lei non si copre, non si muove, lasciandomi fare. Le mutandine sono umide. Non so se è per il bagno o per qualcosa d’altro. Quando gliele sfilo lungo le gambe, lei solleva un piede, poi l’altro, e io sono costretta a inginocchiarmi sul marmo freddo, con le mani che le accarezzano le caviglie mentre le libero delle calze.

I suoi peli biondi sono rasati in una striscia sottile, la pelle lì è più scura, come se prendesse il sole nuda. L’odore che sale da lei è muschio e sale, qualcosa di selvatico sotto il profumo.

«Brava», sussurra, passandomi le dita tra i capelli. «Ora aiutami a entrare.»

La sostengo mentre scende nella vasca, l’acqua che le lambisce le spalle. Si sdraia, chiudendo gli occhi, e io resto lì, in ginocchio, senza sapere cosa fare. Poi lei apre un occhio, mi guarda, e sorride. «Non stare lì impalata, tesoro. Lavami.»

Prendo la spugna. È morbida, quasi troppo, e quando la immergo nell’acqua calda, si riempie di schiuma. Comincio dalle spalle, passando la spugna sulla sua pelle liscia, sentendo i muscoli sotto. Lei sospira, allunga il collo, e io scendo più giù, sulle braccia, poi sul seno.

I capezzoli sono duri, scuri, e quando li sfioro con la spugna, lei trattiene il fiato. Non dico nulla. Non so cosa dire. Le sue gambe sono distese, le cosce che si sfiorano appena sotto l’acqua. Scendo più giù, passando la spugna sul suo ventre, poi tra le gambe. Lei apre le cosce appena, abbastanza da farmi capire che vuole che io continui.

L’acqua è calda, quasi troppo, e il vapore mi appanna gli occhiali—se li avessi indossati. Ma non li porto, oggi. Non li porto mai, quando lavoro. Le mie dita tremano quando sfioro il suo sesso, la spugna che scivola tra le pieghe umide. Lei geme, appena, e io mi fermo, spaventata. Ma lei mi afferra il polso, stringe. «Non fermarti», sussurra. «Fallo bene.»

Così obbedisco. La lavo lì, lentamente, sentendo come il suo corpo risponde, i fianchi che si sollevano appena dall’acqua, le dita che si aggrappano al bordo della vasca. Quando ho finito, sono sudata, il grembiule appiccicato alla schiena, le calze che mi prudono sulla pelle. Lei si solleva, l’acqua che le scivola addosso come mercurio, e mi guarda con occhi mezzo chiusi. «Brava ragazza», dice, e mi accarezza la guancia, bagnata. «Ora asciugami.»

L’asciugamano è spesso, morbido, e mentre la asciugo, lei mi lascia fare, ma le sue mani non stanno ferme. Mi sfiora i fianchi, le cosce, le dita che si insinuano sotto il grembiule, che mi accarezzano il sedere nudo. Non dico nulla. Non mi fermo. Quando ho finito, lei si avvolge nell’asciugamano, ma non si copre del tutto. Mi prende la mano, me la porta alle labbra, e mi bacia le dita, una per una.

«Ora», dice, «è ora di preparare la cena. Gli ospiti arriveranno presto.»

Non so chi siano gli ospiti. Non so cosa mi aspetti. Ma quando esco dal bagno, le gambe mi tremano, e non è solo per i tacchi.


Il banchetto delle ombre e della carne

La porta della sala da pranzo si spalanca sotto la pressione delle mie dita, e l’aria mi investe come un’onda calda, densa di profumi che si mescolano: cera delle candele, legno di sandalo, un sentore metallico di argento lucidato, e qualcosa di più animalesco, quasi fermentato—sudore misto a fragranze costose, il muschio di corpi eccitati che non si curano di nascondersi.

La stanza è un ventre pulsante, illuminata solo dal tremolio dorato delle fiammelle, che si riflettono sui cristalli appesi al lampadario di Murano, proiettando macchie di luce mobili sulle pareti affrescate. Gli affreschi—corpi nudi in pose lascive, dèi e ninfe intrecciati in abbracci che non lasciano dubbi sulle loro intenzioni—sembrano muoversi ogni volta che sbatto le palpebre, come se anche loro fossero spettatori di questa cena.

Il tavolo è un altare di vetro spesso, trasparente, sotto il quale si intravedono le gambe degli ospiti, incrociate o aperte con noncuranza. Ogni posto è apparecchiato con una precisione maniacale: piatti di porcellana bianca bordati d’oro, posate d’argento che brillano come lame, bicchieri di cristallo così sottili che sembrano poter frantumarsi al minimo tocco. Ma non è l’argenteria a catturare la mia attenzione. Sono loro.

Gli ospiti.

Una dozzina di figure adagiate sulle poltrone di velluto rosso, i corpi avvolti in seta, pizzo, e tessuti così trasparenti che lasciano poco all’immaginazione. Le maschere di pizzo nero—alcune semplici, altre elaborate con ricami d’argento—nascondono metà dei loro volti, ma non i loro sguardi. Quelli li sento addosso come dita che mi accarezzano la pelle nuda. Una donna con i capelli rossi, raccolti in un chignon disordinato, indossa un camicetto di seta bianca così sottile che i capezzoli scuri spingono contro la stoffa, duri come pietre.

Accanto a lei, un uomo con le spalle larghe ha la camicia slacciata fino all’ombelico, rivelando un torace peloso e una catena d’oro che scivola tra i peli. Più in là, una coppia si scambia baci lenti, le labbra che si separano solo per lasciare spazio a lingue che si cercano, mentre le loro mani—una sotto il tavolo—si muovono in modo che non posso vedere, ma posso immaginare.

E poi c’è lei.

La signora Corner.

Seduta a capotavola come una regina sul suo trono, indossa un abito di velluto nero che le aderisce al corpo come una seconda pelle, scollato fino a metà della schiena, dove la stoffa si apre in un ventaglio di pizzo che lascia intravedere la curva dei fianchi. Le spalle sono scoperte, la pelle lattea cosparsa di lentiggini che sembrano polvere d’oro sotto la luce delle candele. Quando alza lo sguardo verso di me, le labbra dipinte di un rosso così scuro da sembrare nero si incurvano in un sorriso che non promette nulla di gentile.

—Finalmente— dice, e la sua voce è un colpo di frusta che mi fa sobbalzare. —Flores, cara. Non tenerci sulle spine.

Non ho bisogno che mi ripeta l’ordine. So esattamente cosa mi aspetta.

Respiro a fondo, le dita che si stringono attorno al vassoio d’argento che reggo, e faccio il mio ingresso nella stanza. I tacchi a spillo—neri, lucidi, alti dodici centimetri—battono sul marmo con un clack secco, un ritmo che sembra dettare il battito del mio cuore. Clack. Clack. Ogni passo è una dichiarazione. Non cammino: mi esibisco. Le ginocchia strette, i fianchi che oscillano appena, il sedere nudo che si contrae a ogni movimento. Il grembiule—un triangolo di cotone bianco così corto che copre a malapena il pube—si solleva leggermente ad ogni falcata, rivelando la fascia elastica delle calze autoreggenti, il pizzo nero che stringe le cosce come una promessa.

Non porto le mutandine. Non ne ho mai portate, oggi meno che mai.

Gli sguardi mi bruciano. Li sento scivolare su di me come mani invisibili: sulle caviglie avvolte dalle retine, lungo le gambe che sembrano non finire mai, sulla curva dei glutei che si tendono ad ogni passo, sulla schiena nuda dove la treccia scura scivola come un serpente. Qualcuno emette un verso basso, quasi un ringhio. Un bicchiere tintinna contro il piatto. Una donna—la rossa—si morde il labbro inferiore , eccitata.

Mi fermo accanto al primo ospite, un uomo con i capelli grigi raccolti in una coda, le mani coperte di anelli che brillano come occhi di gatto. Il profumo del suo dopobarba—legno di cedro e tabacco—mi avvolge mentre mi chino per posare il piatto davanti a lui.

Non è un movimento casuale. So esattamente a che angolo piegarmi, quanto inarcare la schiena, quanto separare le gambe perché il grembiule si sollevi appena quel tanto che basta. L’aria fresca accarezza il mio sesso, umido e gonfio, e devo stringere i denti per non gemere.

Grazie, sussurra l’uomo, e la sua voce è rasposa, come carta vetrata. Le dita gli tremano quando allunga la mano verso il vino, ma i suoi occhi—scuri, grigi —rimangono inchiodati sul mio corpo. Sul modo in cui il mio grembiule evidenzia i miei seni piccoli ma sodi, i capezzoli che premono contro la stoffa, duri come sassolini.

Passo al successivo. Una donna con i capelli corti, biondo platino, indossa un body di latex nero che le stringe il corpo come una morsa, lasciando scoperte solo le spalle e un triangolo di pelle tra le cosce. Quando mi avvicino, alza lo sguardo e sorride, le labbra lucide di gloss che riflettono la luce.

—Che profumo hai, tesoro?— domanda, e la sua voce è un soffio caldo che mi solletica l’orecchio. Non rispondo. Non è necessario. So che non sta chiedendo del sapone alla vaniglia che la signora Corner mi ha ordinato di usare per lavarla. Sta annusando l’aria, cercando il mio odore—quello dolce e muschiato che sale tra le mie cosce ogni volta che mi muovo.

Mi allontano prima che possa toccarmi, ma sento il suo sguardo seguirmi, appiccicoso come miele.

La signora Corner non dice nulla. Non ne ha bisogno. Le sue dita tamburellano sul bracciolo della poltrona, le unghie laccate di nero che graffiano appena il velluto. Sta contando. Ogni passo. Ogni respiro. Ogni volta che il mio corpo tradisce quanto mi eccita essere esposta così, umiliata così, desiderata così.

Quando arrivo davanti a lei, mi fermo, le ginocchia che quasi si toccano per la tensione. Il suo sguardo scivola giù, lungo il mio corpo, e si ferma dove il grembiule si solleva appena, rivelando il punto in cui le calze si fermano, lasciando un triangolo di pelle nuda tra la fascia elastica e l’inizio delle cosce.

—Gira— ordina, e la sua voce è un comando che non ammette repliche.

Obbedisco.

Mi volto lentamente, sentendo il peso dei loro sguardi sulla schiena, sul sedere che si contrae quando mi piego appena in avanti, come se stessi per offrire loro qualcosa. Le natiche sono rotonde, soda, e so che sotto la luce delle candele la mia pelle ivorea brilla come seta. Qualcuno emette un verso strozzato. Un altro ride, basso e gutturale.

—Dio, guarda quel culo— dice una voce maschile, roca. —È come se fosse stato scolpito per essere sculacciato.

La signora Corner ride, un suono ricco e oscuro che mi fa venire la pelle d’oca.

—Oh, caro— risponde, —non preoccuparti. Prima o poi, lo sarà.

Continuo a muovermi, servendo il secondo, il terzo, il quarto piatto. Ogni volta che mi chino, il grembiule si solleva un po’ di più. Ogni volta che mi raddrizzo, le calze sfregano contro l’interno delle cosce, e devo mordermi il labbro per non gemere. Sono bagnata. Così bagnata che sento il mio umore scivolare giù, lungo le gambe, e so che se qualcuno si chinasse abbastanza, lo vedrebbe brillare sulle retine delle calze.

Quando arriva il momento del dessert, l’atmosfera nella stanza è cambiata. Il vino ha sciolto le inibizioni, le risate sono più forti, i tocchi più frequenti. Una donna accarezza la coscia dell’uomo accanto a lei, le dita che risalgono sotto il tavolo. Un’altra si è slacciata il corsetto, i seni che pendono liberi sopra il piatto. L’aria è densa di desiderio, di eccitazione repressa che cerca una via d’uscita.

Io porto il dessert: una panna cotta con coulis di frutti di bosco, servita in coppe di cristallo. Mi avvicino al primo ospite, poi al secondo, al terzo. Quando arrivo all’uomo con gli occhi grigi, tutto cambia.

La sua mano scatta. Le dita si chiudono attorno al mio polso come una morsa. Io mi fermo, il vassoio ancora in mano, il cuore che salta un battito. La sua presa è forte, decisa. Non mi fa male, ma non ho dubbi che non posso liberarmi.

Lui mi tira verso di sé. Io barcollo in avanti, i tacchi che scivolano sul marmo, e mi ritrovo quasi addosso a lui. Il suo alito sa di vino e di qualcosa di speziato, cannella forse. Le sue labbra sono vicine al mio orecchio.

“Sei la cosa più bella che abbia mai visto servire a tavola,” sussurra. La sua voce è bassa, roca. “Mi chiedo come sia il tuo sapore.”

Io resto immobile. Il vassoio trema nella mia mano libera. Non so cosa fare, non so cosa dire. Il mio sguardo cerca la signora Corner.

Lei mi sta guardando. I suoi occhi sono socchiusi, le labbra leggermente aperte. Annuisce. Un movimento lento, deliberato. Come se stesse dando il suo permesso. Come se avesse sempre saputo che sarebbe successo.

L’uomo mi toglie il vassoio di mano e lo posa sul tavolo. Poi mi tira ancora, e io cado sulle sue ginocchia. Il grembiule si solleva completamente, il tessuto che scivola in avanti, lasciando il sedere completamente scoperto. Io sento la stoffa dei suoi pantaloni contro la pelle nuda delle natiche, il calore del suo corpo che penetra nel mio.

La sua mano si posa sul mio fianco. Le dita sono lunghe, forti. Accarezzano la curva del bacino, scendono verso la natica. Io trattengo il respiro. Il mio corpo è teso, ogni muscolo contratto. Non so se voglio scappare o restare.

Lui ride. Una risata bassa, gutturale. “Sei tesa,” dice. “Rilassati.”

La sua mano si muove sul mio sedere. Accarezza la pelle, la stringe, la palpa. Io sento il calore diffondersi dal punto del tocco al resto del corpo. Le sue dita tracciano il bordo delle calze autoreggenti, scendono lungo la coscia, risalgono verso l’interno. Io chiudo gli occhi.

Poi arriva lo schiaffo.

Il suono riempie la stanza, secco e improvviso. Il dolore è immediato, una scossa che mi attraversa la natica e si propaga fino alla base della spina dorsale. Io sussulto, un gemito che mi sfugge dalle labbra prima che possa trattenerlo.

Lui ride di nuovo. “Ti è piaciuto?”

Non rispondo. Non so la risposta. Il dolore si sta trasformando in qualcosa di diverso, un calore che si concentra tra le mie gambe, un formicolio che mi fa stringere le cosce.

Un altro schiaffo. Più forte questa volta. La mia pelle brucia, e io sento la carne che rimbalza sotto il colpo. Il suono è osceno, bagnato, come un bacio rude. Io ansimo, la bocca aperta, gli occhi ancora chiusi.

La sua mano si posa sulla pelle arrossata, accarezza il calore. “Sei diventata rossa,” mormora. “Che bel colore.”

Io non apro gli occhi. Sento gli sguardi degli altri ospiti su di me, li sento respirare più forte, li sento eccitati dallo spettacolo. La signora Corner sta guardando, lo so. Forse sorride. Forse si tocca sotto il tavolo.

Il terzo schiaffo arriva più in basso, vicino alla fessura tra le natiche. Il dolore si mescola a un piacere improvviso, acuto, che mi fa arcuare la schiena. Io gemo, e questa volta non cerco di nasconderlo.

“Brava,” dice lui. La sua mano scende tra le mie cosce, le dita che cercano l’umidità. Trovano ciò che cercano subito. Io sono bagnata, completamente bagnata, il mio corpo ha tradito ogni mia resistenza.

Lui se ne accorge. “Ma guarda,” sussurra, le dita che scivolano sulla mia carne bagnata. “Qualcuno qui sta godendo.”

Io non rispondo. Non posso. Il mio respiro è troppo affannoso, il mio corpo troppo scosso. Le sue dita continuano a muoversi, lente, deliberate, accarezzando le pieghe del mio sesso senza penetrarmi. Io mi contorco sulle sue ginocchia, il sedere in aria, le gambe leggermente aperte, completamente esposta a lui e a tutta la tavolata.

Un quarto schiaffo, questa volta sulla coscia, appena sotto il bordo della calza. Il dolore è diverso, più acuto, e io grido. Un suono breve, strozzato, che mi imbarazza e mi eccita allo stesso tempo.

Gli altri ospiti ridono. Qualcuno batte le mani, qualcun altro mormora commenti che non riesco a capire. La musica continua, lenta e malinconica, come se nulla stesse succedendo. Come se questa fosse solo un’altra cena veneziana.

L’uomo mi sculaccia ancora, e ancora, e ogni colpo mi porta più vicina a qualcosa che non voglio nominare. Il mio sedere brucia, la pelle che formicola, e il calore si diffonde in tutto il corpo. Io sono bagnata fradicia, il mio sesso pulsa, e ogni volta che le sue dita mi toccano dopo lo schiaffo, io mi avvicino un po’ di più al limite.

Poi si ferma.

Io resto immobile, il respiro pesante, il cuore che batte così forte che posso sentirlo nelle orecchie. Lui mi solleva dalle sue ginocchia e mi rimette in piedi. Le mie gambe tremano, i tacchi oscillano sul marmo.

“Vai,” dice, la voce improvvisamente fredda. “Il dessert si fredda.”

Io raccolgo il vassoio con mani che tremano. Mi allontano, i tacchi che risuonano sul pavimento, il sedere che brucia a ogni passo. Sento il suo sguardo su di me, e so che anche lui sente il mio desiderio.

Continuo a servire il dessert. Le coppe di cristallo che tintinnano sul tavolo, la panna cotta che trema nei piattini. Io mi muovo come in un sogno, il corpo che ancora pulsa, il sesso che ancora chiede di essere toccato.

Quando tutti sono serviti, mi fermo accanto al muro, le mani strette davanti a me, il grembiule che finalmente mi copre qualcosa. La signora Corner mi guarda dall’altro capo del tavolo. I suoi occhi brillano nella luce delle candele, e il suo sorriso è quello di chi ha ottenuto esattamente ciò che voleva.

Io abbasso lo sguardo. Il mio corpo è ancora scosso, ancora bagnato, ancora desideroso. E mentre la cena continua, mentre gli ospiti ridono e bevono e si toccano sotto il tavolo, io so che questa serata non è finita. Qualcos’altro sta per succedere. Lo sento nell’aria, lo leggo negli occhi della signora Corner, lo percepisco nel brivido che mi percorre la schiena ogni volta che l’uomo con gli occhi grigi si volta a guardarmi.

E io resto qui, in attesa, il sedere che brucia sotto il grembiule, il sesso che pulsa di un desiderio non soddisfatto, chiedendomi cosa succederà dopo.

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la contessa e il bolero kIHcw4p3y7KlJ9b HS2PlpeWz4siI3Q e1778438222695

La Contessa Isabelle

“Le storie di Sophie” Una professoressa d'arte a Parigi si lascia trasportare dalle pagine di un libro erotico antico, esplorando i propri desideri più profondi in una notte di passione solitaria. Paris, la ville de l’amour La sera si distende su Parigi come un amante paziente, avvolgendo i tetti di ardesia in una luce ambrata che si fonde con l’oro dei lampioni. L’aria è fresca, ma non...

vetri e desideri wTZKuXYvWuzQmsK R0dKNkP20WcgMaY e1780007400101

La vicina maliziosa

“Le storie di Sophie” Erika e Giada scoprono una vicina esibizionista durante il loro primo giorno nel nuovo appartamento a Trastevere, trasformando il trasferimento in un'esperienza indimenticabile. Il trasloco Sto scrivendo questo diario con le mani che mi tremano, le guance ancora in fiamme e quel senso di colpa delizioso che mi serpeggia nello stomaco come un vino troppo dolce. Non so nemmeno...

il dono segreto della notte di natale gv7Vchwc2UMsvQQ owWZKTQVBFbS62l e1777925558792

Aspettando Babbo Natale

“Le storie di Sophie” La neve cade silenziosa mentre Monica, sola nella sua dimora, si abbandona alla quiete della vigilia di Natale. La stanza è un rifugio di calore e intimità, illuminata da candele e dal fuoco nel caminetto. Monica riceve un regalo misterioso sotto l'albero di Natale ... Un pacco regalo La neve cade silenziosa fuori dalla finestra, avvolgendo il mondo in un manto bianco e...

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