
Sara, motociclista appassionata, si ritrova in una situazione inaspettata quando Martina, la cognata, le chiede un passaggio in moto. Durante il tragitto, le mani di Martina si fanno audaci, creando un'atmosfera di desiderio proibito che lascia Sara confusa e desiderosa.
La cognata
Mi chiamo Sara e la mia vita scorre sull’asfalto. Sono una motociclista, la mia Kawasaki da strada è un’estensione del mio corpo, un pezzo di metallo e motore che risponde al mio tocco come nessun’altra cosa al mondo. Stasera vi racconto quello che mi è accaduto, un fatto strano, imprevisto, ma incredibilmente piacevole.
Era il compleanno di Davide, il gestore di un locale in centro a Torino. Ci conosciamo da anni, e le sue feste sono sempre un punto di ritrono fisso per il nostro gruppo. Marco, il mio fidanzato, è arrivato con la sua Audi grigia assieme a sua sorella Martina.
Io, come sempre, sono arrivata in moto. Il ronzio del motore che si spegne nel parcheggio dallo sfondo crepato, i lampioni gialli che ronzano sopra la mia testa, l’odore di griglia e vino che esce dalla porta del locale. Parcheggio la Kawasaki accanto all’auto di Marco e mi tolgo il casco, passandomi una mano tra i capelli corti castani, già spettinati.
La festa è bellissima. Davide ci accoglie con il suo sorriso ampio e la risata troppo forte che attira l’attenzione di tutti nel locale. Indossa una camicia slim fit che mette in risalto il suo fisico magro, i baffi sottili e curati che si sollevano a ogni battuta. Versa il vino rosso con gesti fluidi, sicuri, e io mi ritrovo a ridere con gli altri, a mangiare bene, a chiacchierare del più e del meno. Marco è accanto a me, la sua presenza solida e rassicurante, la sua giacca elegante persino in un’occasione informale come questa.
Martina è dall’altra parte del tavolo, i capelli biondi ondulati che le cadono sulle spalle, gli occhi nocciola che brillano sotto la luce calda del locale. La giacca che ha preso in prestito stenta a contenere le sue curve generose, e il suo sorriso ha quel tocco di sensualità che contrasta con la sua reputazione di ragazza perbene. Tutto è normale, tutto è come deve essere. Fino al momento di andare via.
È nel parcheggio, mentre l’aria si riempie dell’odore residuo della griglia e i lampioni ronzano sopra di noi, che Martina mi si avvicina. Marco è già in macchina, il motore dell’Audi acceso, il jazz a basso volume che filtra dal finestrino aperto. Martina mi guarda con quegli occhi espressivi, le labbra curve in un sorriso che promette qualcosa che non dovrebbe promettere.
Mi chiede di accompagnarla in moto. È sempre stato il suo desiderio fare un giro, mi dice. La sua voce è casuale, ma c’è un’ombra di malizia sotto la superficie. Io esito solo un istante, poi annuisco. Ok, va bene.
Le porgo il casco di riserva e la guardo salire sulla moto. Le sue gambe si sistemano ai lati della sella, le cosce che stringono le mie, e le sue mani trovano le mie spalle. Sento il peso nuovo del suo corpo dietro di me, il calore della sua presenza attraverso la giacca di pelle consumata sulle spalle. Accendo il motore e il rombo copre ogni altro suono. Marco ci saluta con la mano dall’Audi, poi parte, i suoi fanali posteriori che scompaiono nel traffico di Torino. Io e Martina siamo sole.
Il percorso dura venti minuti. Venti minuti che cambiano tutto. Dal primo momento, Martina si aggrappa a me con decisione. Le sue mani sono salde sui miei fianchi, le dita che affondano nella giacca di pelle, e il suo petto morbido preme contro la mia schiena. Sento il suo respiro sul collo, caldo e costante, mentre mi immetto in corso Regina Margherita.
I semafori rossi creano pozze di luce gialla sull’asfalto, i palazzi alti e grigi svettano come denti nel buio, e il vento freddo taglia tra gli edifici. Ma non è il vento che sento di più. È il corpo di Martina che si preme più forte ad ogni accelerazione.
Poi arrivano le buche. L’asfalto di Torino non è perfetto, e la moto sobbalza sotto di noi. Ogni scossone spinge Martina contro di me, e le sue mani cominciano a muoversi. All’inizio sono movimenti piccoli, quasi impercettibili. Le dita scivolano dai fianchi alla vita, trovano lo spazio tra la giacca e i jeans neri aderenti. Sento la punta delle sue dita sulla pelle nuda dell’addome, un contatto breve ma elettrico. Il mio corpo si irrigidisce, ma non dico nulla. Non mi fermo. Accelero quando il semaforo diventa verde, e il rombo del motore copre il battito del mio cuore.
Al secondo semaforo, le mani di Martina si spostano ancora. Risalgono lungo i miei fianchi, lente ma decise, e io trattengo il respiro. Le sue dita trovano il bordo del reggiseno sotto la maglietta, poi lo superano. Il suo tocco si fa più audace, più intenzionale. Le palme aperte si appoggiano sui miei seni, e le dita cominciano a massaggiare con malizia.
Un movimento circolare, lento, che mi fa arcuare la schiena contro la sua volontà. I miei capezzoli si induriscono sotto il suo tocco, e un calore improvviso si diffonde tra le mie cosce. Mi sto bagnando. Sento l’umidità raccogliersi tra le pieghe della mia carne, la stoffa delle mutandine che si inumidisce ad ogni suo movimento. Il mio respiro si fa più pesante, ma il vento e il rombo del motore coprono tutto.
Non so se lo sta facendo apposta o se è solo l’effetto delle buche, del movimento della moto, della posizione scomoda. Ma le sue mani non si fermano. Anzi, diventano più insistenti. Ogni curva delle strade delle colline torinesi, con i loro muretti bassi e i lampioni rari che creano chiazze di luce intermittente, è un pretesto per avvicinarsi ancora di più.
Il suo viso è contro il mio collo, e sento le sue labbra sfiorarmi la pelle, il suo respiro caldo che mi fa venire i brividi. Le sue dita pizzicano leggermente i miei capezzoli turgidi, e un gemito mi sfugge dalle labbra, perso nel vento. La Kawasaki trema sotto di noi, e io stringo le mani sul manubrio con più forza, come se fosse l’unico punto fermo in un mondo che si è capovolto.
Venti minuti. Solo venti minuti. Ma quando mi fermo davanti al portone di casa, le mie cosce tremano e il mio cuore batte così forte che lo sento nelle orecchie. Martina scende dalla moto, si toglie il casco, e i suoi capelli biondi cadono liberi sulle spalle. Mi guarda con quegli occhi nocciola, un sorriso innocente sulle labbra, come se nulla fosse accaduto. Come se non avesse appena cambiato tutto. Io non dico nulla. Non riesco a dire nulla. La guardo entrare nel palazzo, e resto lì, sul sellino della mia Kawasaki, con il corpo ancora acceso e il sesso che pulsa sotto i jeans.
Quella notte, a letto, Marco dorme accanto a me. Il suo respiro è regolare, profondo, la sua mano abbandonata sul cuscino. Io tengo gli occhi aperti nel buio, e ripenso a quei venti minuti in moto con la cognata. Ripenso alle sue mani sui miei seni, alle sue dita che massaggiavano con malizia, al calore del suo corpo contro il mio.
Ripenso a quel momento di trasgressione che non avevo mai provato prima, a quel desiderio proibito che mi ha attraversata come un fulmine, lasciandomi bagnata e confusa.
Le mie mani scendono sotto le coperte, trovano l’orlo della maglietta, e le mie dita sfiorano la pelle nuda dell’addome, dove le sue dita mi hanno toccata. Chiudo gli occhi e rivivo ogni istante, ogni curva, ogni buca, ogni sospiro. E so che nulla sarà più come prima.







