Il potere di Sonia

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“Le storie di Sophie”
Mentre attende Giacomo, Sonia accoglie il suo amico d'infanzia con un sorriso e un vestito estivo , scollato. Ma l'atmosfera cambia quando lui, incapace di resistere al suo fascino, le propone un'avventura segreta, mettendo a rischio la loro amicizia.

Giacomo, il mio migliore amico

Sono seduto al tavolo di marmo, lo stesso tavolo intorno al quale mi sono seduto migliaia di volte negli ultimi quindici anni. Io e Giacomo abbiamo la stessa età, ventuno anni compiuti da pochi mesi, e le nostre vite si sono intrecciate così a fondo che ormai la sua famiglia è diventata la mia. Conosco ogni crepa di questo tavolo, ogni macchia di caffè che la lucidatura non è riuscita a cancellare. E conosco ogni angolo di questa casa, ogni suono, ogni profumo.

Il profumo, soprattutto. Oggi è vaniglia e qualcosa di floreale, un mix che si diffonde dal soggiorno e mi raggiunge come una mano invisibile che mi afferra lo stomaco. È il profumo di Sonia.

Sonia si muove davanti ai fornelli, anche se non sta cucinando nulla di complicato. Sta solo scaldando del latte per il caffè, ma lo fa con una grazia naturale che mi costringe a guardarla. Indossa un vestito estivo, leggero, di un colore tra il celeste e il bianco, che le arriva appena sopra il ginocchio. Il tessuto segue le curve del suo corpo con una familiarità che mi fa seccare la gola.

Sonia ha quarant’anni suonati, ma li porta come se fossero un vestito prestato troppo grande: le stanno larghi, le scivolano addosso senza segnarla. Ha avuto Giacomo quando era poco più di una ragazzina, ancora minorenne, e il padre se n’è andato prima ancora che il bambino imparasse a dire papà. Questo l’ha segnata, certo, ma non l’ha spezzata. L’ha resa diversa dalle altre madri. Più vicina a noi, in un certo senso. Più accessibile.

I capelli biondi le cadono sulle spalle in onde morbide, e quando si volta verso di me per versarmi il caffè, una ciocca le scivola davanti al viso. La spinge indietro con un gesto rapido, quasi distratto, e mi sorride. È un sorriso ampio, genuino, che le fa arricciare gli angoli degli occhi. “Allora,” mi dice, porgendomi la tazza, “ti annoi già senza Giacomo?”

Scuoto la testa, ma la verità è che non mi annoio affatto. Sono ipnotizzato. Il décolleté del vestito si apre a V sul suo petto, e quando si china verso di me per appoggiare la tazza, il tessuto si allarga appena abbastanza da mostrare la curva piena del suo seno. Distolgo lo sguardo, ma è una battaglia persa. I miei occhi tornano sempre lì, come magneti attratti dal ferro.

Sonia si siede di fronte a me e inizia a raccontare. Parla del suo weekend, delle amiche con cui è uscita sabato sera, di un locale nuovo che hanno scoperto in centro. “C’era una musica fantastica,” dice, muovendo le mani nell’aria come se potesse afferrare il ritmo. “E poi abbiamo incontrato quel tipo, quello che lavora in banca, sai? Mi ha offerto da bere, ma io non ci ho fatto troppo caso.” Ride, e il suono della sua risata mi vibra nel petto.

Io annuisco, bevo il caffè, ma le parole mi scivolano addosso come acqua su vetro. La guardo parlare e tutto quello a cui riesco a pensare è quanto sia ingiusto che una donna così sia la madre del mio migliore amico.

È una cosa che abbiamo sempre detto tra noi, nella comitiva. Nei pomeriggi d’estate, quando Sonia usciva in giardino con il suo costume a prendere il sole, ci scambiavamo occhiate cariche di desiderio represso. Sapevamo tutti. Sonia era il fantasma che abitava le nostre fantasie adolescenti, e adesso che siamo adulti, quel fantasma si è trasformato in qualcosa di più solido, più pericoloso.

“Ah, e poi sono andata al cinema,” continua Sonia, riportandomi alla realtà. “Hanno dato quel film nuovo, quello con l’attore francese. Non mi ricordo il titolo, ma era bellissimo. C’era questa scena in cui lui la guarda e lei capisce tutto senza che lui dica una parola.” Sospira, e il suo petto si solleva sotto il vestito. “Mi piacerebbe trovare qualcuno che mi guardi così.”

Il silenzio che segue è denso, quasi solido. Sonia mi guarda, e per un istante qualcosa passa tra noi. Non so dire cosa sia, ma mi fa accelerare il battito. Poi lei si alza, si liscia il vestito con le mani, e mi fa cenno di seguirla. “Dai, andiamo in salotto. Accendi la TV, così ti rilassi un po’. Giacomo ha detto che fa tardi, aveva da fare in università.”

La seguo. Non posso fare altro. Cammina davanti a me, e i suoi tacchi picchiettano sul pavimento con un ritmo regolare, ipnotico. Sono scarpe con il tacco alto, nere, lucide, che le fasciano i piedi e le fanno dondolare i fianchi a ogni passo. Il vestito le si muove sulle gambe, e io mi ritrovo a fissare la linea delle sue cosce, la curva dei suoi fianchi, il modo in cui la luce del corridoio le accarezza la schiena scoperta.

Il salotto è fresco, le persiane completamente chiuse. Sonia accende una lampada da tavolo che getta una luce calda, ambrata, sulle pareti color crema. Si siede sul divano, accavalla le gambe, e il vestito le risale lungo le cosce. Io mi siedo sulla poltrona di fronte, ma la distanza non mi aiuta. Se mai, peggiora le cose.

“Allora, cosa guardiamo?” mi chiede, prendendo il telecomando e porgendomelo.

Lo prendo, ma non lo punto verso la TV. Lo stringo nella mano come un’ancora, mentre dentro di me qualcosa si spezza. O forse si sblocca. Non lo so. So solo che non posso più stare qui a fingere che sia tutto normale, che io sia qui solo per aspettare Giacomo, che non stia morendo dalla voglia di toccarla.

Sonia mi guarda con quegli occhi chiari, curiosi, e io apro la bocca prima ancora di sapere cosa dirò. Le parole escono da sole, come un fiume che rompe gli argini.

“Io ho voglia di farlo.”

Sonia si irrigidisce. La tazza che sta ancora tenendo in mano si ferma a metà strada dalle labbra. “Cosa?” chiede, e la sua voce è poco più di un sussurro.

“Lo facciamo?” continuo, e mi sorprende la fermezza nella mia voce. “Ti va di scoparmi?”

Il silenzio che segue è il suono più assordante che abbia mai sentito. Sonia mi fissa, e io vedo il suo petto alzarsi e abbassarsi più rapidamente, il rossore che le sale dal collo alle guance, la sua lingua che sfiora il labbro inferiore. Non dice di no. Non si alza. Non mi urla contro. Resta lì, con le gambe accavallate e il vestito che le scopre le cosce, e mi guarda come se mi vedesse per la prima volta.

“Resta tra di noi,” aggiungo, e la mia voce si abbassa, diventa più roca. “Non dirò niente a Giacomo e tu farai lo stesso. È solo un’avventura.”

Le ultime parole restano sospese nell’aria come fumo. Sonia continua a guardarmi, e io vedo qualcosa cambiare nel suo sguardo. La sorpresa lascia il posto a qualcos’altro, qualcosa che non riesco a decifrare ma che mi fa battere il cuore. Le sue dita si stringono attorno alla tazza. Poi, lentamente, la appoggia sul tavolino da caffè, con una precisione che mi fa capire che sta scegliendo ogni gesto con cura.

Il salotto è avvolto nel silenzio, rotto solo dal ronzio lontano del frigorifero in cucina e dal battito del mio cuore. Sonia si appoggia allo schienale del divano, e il vestito si tende sul suo seno. Mi guarda, e io aspetto. Aspetto che dica qualcosa, che mi cacci via, che mi dica che sono pazzo. Ma non lo fa. Resta lì, con le gambe accavallate e i tacchi che dondolano lentamente, e mi guarda come se stesse soppesando qualcosa di enorme, di irreversibile.

E io resto immobile, con il telecomando ancora stretto in mano, e aspetto che il mondo decida da che parte girare.


Le regole del gioco

Le dita di Sonia si portano dietro la nuca, dove la zip del vestito estivo riposa contro la pelle dorata. Il metallo freddo cattura un raggio di luce mentre lei abbassa la cerniera, centimetro dopo centimetro, e il suono è sottile, quasi impercettibile, ma nel silenzio del salotto sembra echeggiare come uno sparo. Il tessuto l si allenta attorno alle sue spalle, scivola lungo le braccia, e lei non fa nulla per trattenerlo. Il vestito cade in un fruscio morbido, ammassandosi ai suoi piedi come una pozzanghera di cotone stampato.

La biancheria nera che rivela è un contrasto violento contro la pelle abbronzata. Il reggiseno a balconcino spinge i seni verso l’alto, creando un solco profondo che attira lo sguardo come un magnete. Le coppe di pizzo nero seguono la curva della carne, lasciando intravedere i contorni scuri dei capezzoli attraverso il ricamo.

Le mutandine sono un triangolo di pizzo che le avvolge i fianchi, alti sulle gambe, scoprendo la rotondità delle natiche e la linea definita degli adduttori. Il tessuto aderisce al suo sesso, e posso vedere l’ombra scura dei peli attraverso il ricamo.

Il mio respiro si ferma. Il cuore mi batte così forte che posso sentirlo nelle tempie, nelle orecchie, nel cazzo che preme contro i pantaloni. Sonia non si muove, non cerca di coprirsi. Mi guarda dritto negli occhi, e non c’è vergogna nel suo sguardo—c’è qualcos’altro, qualcosa che non ho mai visto prima. Una consapevolezza. Un controllo.

Si china in avanti, e i capelli le cadono attorno al viso. Le sue dita trovano la fibbia della scarpa destra—un sandalo basso, elegante—e lo slaccia con un movimento fluido. Il piede scivola fuori dalla calzatura, e vedo le unghie smaltate di rosso scuro, l’arco del piede, la pelle liscia della caviglia. Poi è il turno della sinistra, e lei si muove con la stessa lentezza deliberata, lo stesso controllo che fa sembrare ogni gesto una coreografia studiata.

Quando entrambe le scarpe sono a terra, Sonia raddrizza la schiena. È davanti a me, ora, più bassa senza i sandali, eppure sembra occupare tutto lo spazio nella stanza. Il pizzo nero della biancheria è come una seconda pelle, segue ogni curva, ogni ombra del suo corpo. I fianchi larghi, la vita stretta, il seno pieno—tutto è esposto e coperto allo stesso tempo, una promessa e una sfida.

Poi si inginocchia.

Le ginocchia toccano il pavimento con un suono sordo, e il vestito abbandonato le sfiora le caviglie. Le sue mani si posano sulle mie cosce, e il calore dei suoi palmi attraversa il tessuto dei pantaloni come un marchio a fuoco. Le dita si allargano, stringono appena, e sento i muscoli contrarsi sotto il suo tocco.

«Se lo facciamo, sarà alle mie regole.»

La sua voce è bassa, ferma. Non è una domanda, non è un invito. È un ordine. Le parole restano sospese tra noi, e io non riesco a rispondere, non riesco a fare altro che guardarla. Il suo viso è all’altezza del mio inguine, ora, e posso vedere le lentiggini sparse sul suo naso, la linea decisa della mascella, il modo in cui le labbra si socchiudono appena.

Le sue dita trovano la mia cintura. Il cuoio scricchiola mentre lo tira, e il suono del metallo che si slaccia è come un colpo di pistola nel silenzio. Sento le sue nocche sfiorarmi il ventre, e un brivido mi percorre la spina dorsale. Il suo respiro caldo mi raggiunge attraverso il tessuto dei pantaloni, e mi rendo conto che è vicina—così vicina che potrei sentire il suo calore anche senza toccarla.

«Sonia…» inizio, ma lei mi interrompe.

«Shh.» Non alza lo sguardo. Le sue dita lavorano al bottone dei pantaloni, lo slaccia con una precisione che suggerisce pratica. «Non parlare. Non ancora.»

Il bottone si apre. La zip si abbassa. Le sue mani scivolano lungo i miei fianchi, afferrano il tessuto e tirano verso il basso. I pantaloni scendono insieme ai boxer, e l’aria fresca del salotto mi colpisce la pelle nuda. Il mio cazzo è duro, teso contro il ventre, e gli occhi di Sonia sono esattamente lì—fissi su di esso con un’intensità che mi fa contrarre i muscoli delle cosce.

Lei non lo tocca. Non ancora. Invece, inclina la testa, e il suo respiro mi sfiora la punta. È un contatto invisibile, eppure mi fa gemere tra i denti stretti. Le sue labbra sono a un centimetro dalla pelle, e posso vedere l’umidità che si raccoglie sulla punta, la vena che pulsa lungo la base.

«Lo sai quanto tempo ho aspettato?» mormora, e la sua voce è un sussurro che mi vibra attraverso il sesso. «Lo sai quante volte ti ho guardato, chiedendomi che sapore avresti avuto?»

Non aspetto una risposta. La sua lingua esce, umida e rosa, e lecca una striscia lenta dalla base alla punta. Il contatto è elettrico—caldo, bagnato, perfetto. Sento il sapore della sua saliva dove mi ha toccato, e devo afferrare i cuscini del divano per non venirle in faccia in quel preciso istante.

Lei se ne accorge. Sorride, e poi prende la punta nella bocca. È un movimento lento, deliberato—le labbra che si chiudono attorno al glande, la lingua che traccia cerchi sul frenulo. Il calore è soffocante, e la pressione della sua bocca mi fa vedere stelle.

«Cazzo, Sonia…»

Lei si ferma. Si ritrae, e il suo sguardo si alza verso il mio. C’è un avvertimento nei suoi occhi—un promemoria silenzioso delle sue regole. «Ho detto niente parole,» ripete, e la sua voce ha una sfumatura di acciaio che non avevo mai sentito prima.

Annuisco, perché non posso fare altro. Le mie mani tremano sui cuscini.

Sonia torna al mio cazzo, e questa volta non si ferma. Lo prende più a fondo, centimetro dopo centimetro, finché non sento la curva della sua gola attorno alla punta. Poi si ritrae, lentamente, con la stessa lentezza esasperante con cui si era slacciata il vestito. La sua bocca è una tortura—troppo lenta, troppo perfetta, troppo tutto.

Le sue mani si spostano. Una rimane alla base del mio sesso, stringendo appena, mentre l’altra scivola più in basso, verso i testicoli. Li accarezza con le dita, li soppesa, e poi continua ancora più giù. Sento il suo dito medio tracciare una linea dietro lo scroto, verso il perineo, e il tocco mi fa inarcare la schiena.

«Ti piace,» dice, e non è una domanda. La sua bocca è ancora sul mio cazzo, e le parole vibrano attraverso la carne. Il dito continua il suo percorso, trovando l’apertura che cerca. Sento la pressione—leggera, insistente—e poi il dito scivola dentro.

È una sensazione che non ho mai provato prima. Non così. Non con qualcuno che sa esattamente cosa sta facendo. Il dito di Sonia si curva, trova quel punto dentro di me che fa esplodere luci bianche dietro le palpebre, e io vengo con un gemito strozzato.

Lei non si ferma. Ingoia tutto, continuando a muovere il dito dentro di me, prolungando l’orgasmo finché non sono svuotato e tremante. Solo allora si ritrae, leccandosi le labbra con un gesto deliberato che mi fa contrarre lo stomaco.

«Alzati,» ordina, e la sua voce non ammette repliche.

Obbedisco. Le gambe mi tremano mentre mi metto in piedi, i pantaloni ancora attorno alle caviglie. Sonia si alza a sua volta, e per un momento siamo faccia a faccia—lei con le labbra gonfie e umide, io con il respiro che ancora non è tornato normale.

Lei si gira, offrendomi la schiena. Le spalline del reggiseno sono sottili come spaghetti, e la curva della spina dorsale scende verso il pizzo nero delle mutandine. «Slacciami,» dice, e io trovo il gancio con dita malferme. Il reggiseno cade a terra, e i seni sono liberi—pieni, pesanti, con i capezzoli scuri che chiedono di essere toccati.

Ma Sonia non mi dà il tempo di toccarli. Si volta, e le sue mani trovano le mie spalle, spingendomi verso il divano. Cado seduto, e lei mi segue—a cavalcioni sulle mie cosce, il pizzo delle mutandine che preme contro il mio sesso che sta già tornando duro.

«Le mie regole,» riprende, e le sue anche si muovono in un cerchio lento. Sento il calore del suo sesso attraverso il tessuto, sento l’umidità che lo ha già impregnato. «Regola numero uno: tu non vieni finché non lo dico io.»

Annuisco, ipnotizzato dal movimento dei suoi fianchi.

«Regola numero due: tu fai esattamente quello che ti dico. Niente di più, niente di meno.»

Un altro cenno del capo.

«Regola numero tre…» Si china in avanti, e i suoi seni mi sfiorano il petto. Le sue labbra trovano il mio orecchio, e il suo respiro è caldo contro la pelle. «Regola numero tre: quello che facciamo qui resta qui. Giacomo non saprà mai. Nessuno saprà mai.»

Il nome di Giacomo è come un secchio di acqua fredda, ma solo per un momento. Perché poi le labbra di Sonia trovano il mio collo, e i suoi denti mi mordono la pelle appena sotto l’orecchio, e tutto ciò che riesco a pensare è che non mi importa di nessun altro al mondo.

Lei si ritrae, e le sue mani scendono tra noi. Sposta il pizzo delle mutandine di lato, e finalmente sento la sua carne nuda contro la mia—calda, bagnata, scivolosa. Si posiziona sopra di me, e la punta del mio sesso trova il suo ingresso.

«Guardami,» ordina, e io obbedisco. I suoi occhi sono scuri, dilatati, e c’è qualcosa di primitivo nel suo sguardo—qualcosa che va oltre il desiderio, oltre la lussuria. È potere. È controllo. È la consapevolezza che in questo momento, io le appartengo completamente.

Si abbassa.

Il calore è incredibile—stretto, umido, perfetto. Lei prende tutto dentro di sé, centimetro dopo centimetro, finché i nostri corpi non sono premuti l’uno contro l’altro. Poi si ferma, e io devo lottare contro l’impulso di muovermi, di spingere, di prendere.

«Buono,» mormora, e le sue dita si stringono attorno ai miei polsi, bloccandoli contro il divano. «Aspetta.»

Aspetto. È la cosa più difficile che abbia mai fatto.

Lei inizia a muoversi—lentamente, con un ritmo che è tutto suo. Su e giù, avanti e indietro, una danza che mi sta lentamente distruggendo. I suoi seni oscillano davanti al mio viso, e io vorrei prenderli in bocca, ma le sue mani mi tengono fermo, e le regole dicono che devo aspettare.

«Sonia, ti prego…»

Lei sorride, e c’è qualcosa di crudele in quel sorriso. «Ti prego cosa?»

«Fammi toccare. Fammi muovere. Qualcosa.»

Lei ci pensa per un momento, come se stesse valutando la mia richiesta. Poi lascia andare i miei polsi. «Muoviti,» dice, e la parola è come un permesso, una liberazione.

Le mie mani trovano i suoi fianchi, e io spingo verso l’alto con una forza che la fa gemere. Il suono—alto, sorpreso, genuino—è la cosa più bella che abbia mai sentito. Spingo di nuovo, e di nuovo, e lei si aggrappa alle mie spalle mentre il ritmo si fa più veloce, più profondo, più disperato.

«Sì,» ansima, e le sue unghie mi affondano nella pelle. «Così. Proprio così.»

Il mondo si riduce a questo—il calore del suo corpo, il suono dei nostri respiri, l’odore del sesso che riempie l’aria. Non esiste nient’altro, non esiste nessun altro. Solo io e lei, e il piacere che ci sta consumando.

Sonia viene per prima, e il suo orgasmo è come un terremoto. Il suo corpo si contrae attorno al mio sesso, i suoi muscoli interni che mi stringono con una forza che mi fa perdere il controllo. Vengo con lei, riempiendola, marchiandola, e il suo nome mi esce dalle labbra come una preghiera.

Crolliamo insieme sul divano, i corpi intrecciati, il sudore che si raffredda sulla pelle. Il respiro di Sonia è caldo contro il mio collo, e le sue dita tracciano linee invisibili sul mio petto.

«Le mie regole,» mormora dopo un momento, e c’è una nota di soddisfazione nella sua voce.

«Le tue regole,» concordo, e non c’è altro da aggiungere.

Il sole del tardo pomeriggio si è spostato, ora, e le ombre nella stanza si sono allungate. Tra poco Giacomo tornerà a casa, e tutto questo diventerà un segreto—qualcosa che esiste solo in questa stanza, in questo momento, tra queste pareti.

Ma mentre Sonia si rannicchia contro di me, con il suo profumo di vaniglia e fiori mescolato all’odore del sesso, so che questo non è un addio. È un inizio. E qualunque cosa accadrà da oggi in poi, niente sarà più come prima.

Perché ho scoperto un lato di Sonia che nessuno ha mai visto—un lato che lei ha tenuto nascosto per anni, forse per tutta la vita. E ora che l’ho visto, ora che l’ho sentito, ora che l’ho assaporato… non posso più tornare indietro.

Nessuno di noi può.

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