Sull'aereo notturno tra Venezia e Madrid, Barbara sente lo sguardo intenso di Claudia, l'hostess che la guida in un gioco di desiderio proibito. Tra sussurri e tocchi, prende vita una passione improvvisa e travolgente in uno spazio ristretto.
Tra Venezia e Madrid
aereo taglia il cielo notturno come una lama, le ali che fendono l’oscurità tra Venezia e Madrid. Dentro, l’aria è satura di quel silenzio ovattato che avvolge i voli notturni, rotto solo dal ronzio costante dei motori e dal fruscio delle coperte stirate sui sedili. Barbara si sistema sulla poltrona vicino al finestrino, le dita che giocano distratte con il bordo della camicetta bianca, troppo aderente, troppo consapevole di come il tessuto sottile si modelli sul suo corpo ad ogni respiro. La gonna nera, corta e stretta, si solleva appena quando accavalla le gambe, rivelando un lampo di pelle coperta dalle calze autoreggenti, nere come la notte fuori dal finestrino. Il tacco dodici dei suoi stiletti batte lievemente sul pavimento, un ritmo lento, quasi ipnotico.
Non ha bisogno di girare la testa per sapere che qualcuno la sta guardando.
Lo sente.
È una sensazione che le serpeggia lungo la schiena, un calore che le si deposita tra le scapole e le fa contrarre i muscoli delle cosce. Le labbra, già umide di natura, si inumidiscono ancora di più quando la lingua le sfiora, lenta, come se assaporasse già qualcosa di proibito. Gli occhi le brillano, non per la luce fioca delle luci soprasede, ma per quell’elettricità che le corre sotto la pelle, che le fa fremere le dita dei piedi dentro le scarpe strette.
La hostess passa lungo il corridoio con una grazia felina, i fianchi che oscillano appena sotto la gonna azzurra della divisa, stretta in vita da una cintura che ne sottolinea la snellezza. I capelli biondi, raccolti in uno chignon così severo da sembrare una corona, non tradiscono nemmeno un filo ribelle. Solo le unghie, laccate di un rosso scuro che ricorda il vino invecchiato, tradiscono qualcosa di meno compost: lunghe, affilate, quasi minacciose. Quando si ferma accanto al carrello delle bevande, le dita si posano sul vassoio di metallo con una precisione che sembra calcolata, come se ogni movimento fosse una nota in una partitura che solo Barbara può udire.
«Desidera qualcosa da bere, signora?» La voce è vellutata, ma c’è un filo di ruggine sotto la seta, qualcosa che graffia.
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