
Riccardo, fotografo italiano, incontra Elizabet, una modella locale che lo guida in una spiaggia segreta di Santo Domingo. Tra scatti sensuali e sguardi carichi di tensione, i due creano immagini mozzafiato, ma è l'intesa non detta tra loro a promettere sviluppi inaspettati.
Santo Domingo
L’aereo tocca la pista con un impatto che mi vibra nelle ossa, e dal finestrino osservo Santo Domingo stendersi sotto di me come una promessa. Il calore entra già attraverso il vetro spesso, un abbraccio umido che sa di sale e fiori tropicali. Stringo la macchina fotografica tra le mani, il peso familiare del mio strumento di lavoro, mentre l’aereo rallenta verso il terminal. Marco, Luca e Giovanni si scambiano occhiate cariche di quella eccitazione maschile che precede una settimana di libertà assoluta.
Il corridoio dell’aeroporto si apre davanti a noi, e l’aria condizionata cede il passo alla prima ondata di caldo vero. La camicia mi aderisce già alla schiena, e i piedi nudi nei sandali registrano la temperatura del pavimento. Code per il controllo passaporti, facce stanche di turisti europei, volti sorridenti di locali che lavorano nei servizi. Un uomo in divisa timbra il mio passaporto con un gesto rapido, e il suo sorriso rivela denti bianchissimi contro la pelle scura.
“Benvenuto a Santo Domingo,” dice, e la sua voce ha quel ritmo melodico che caratterizza ogni parola pronunciata qui.
Recuperiamo i bagagli, e l’uscita dall’aeroporto è come attraversare una cortina invisibile. Il calore mi avvolge, denso e avvolgente, carico di umidità. Il sole colpisce la pelle con un’intensità che non conosco a Roma, dove la luce è più morbida, più dorata. Qui è bianca, abbagliante, implacabile. Il cielo è di un azzurro così profondo da sembrare dipinto.
Un taxi ci aspetta fuori, una vecchia Toyota con l’aria condizionata che fatica contro il caldo esterno. L’autista, un uomo robusto con una maglietta bianca tesa sul petto, carica i bagagli con gesti efficienti mentre noi ci sistemiamo sui sedili posteriori. L’interno puzza di fumo stantio e deodorante all’arancia, un mix che mi fa arricciare il naso.
Il tragitto verso l’hotel è un assalto ai sensi. Il taxi si immette nel traffico caotico di Santo Domingo, dove le strisce sembrano suggerimenti più che regole. Motorini scivolano tra le auto con pericolosa noncuranza, pedoni attraversano dove capita, e il clacson è un linguaggio a parte, usato per salutare, avvertire, esprimere frustrazione o semplice presenza. Osservo tutto dal finestrino aperto, la macchina fotografica pronta sulle ginocchia, ma non scatto. Voglio prima assorbire, capire, sentire.
Le case scorrono veloci, alcune dipinte in colori vivaci che sembrano sfidare il sole, altre mostrano la loro età con crepe e intonaco scrostato. Palme si innalzano ovunque, le loro fronde che ondeggiano in una brezza che non riesco a sentire dal finestrino. Bambini giocano a calcio in spazi sterrati, le loro risate che raggiungono l’auto nonostante il rumore del traffico. Donne camminano lungo i marciapiedi con ceste sulla testa, portamento fiero e vestiti colorati che fluttuano intorno alle gambe.
“Prima volta qui ?” chiede l’autista dal sedile anteriore, i suoi occhi che ci scrutano dallo specchietto retrovisore.
“Sì,” rispondo. “Siamo di Roma.”
“Italia!” esclama lui, e il suo sorriso si allarga. “Bella. Pizza, pasta, vino. Qui abbiamo rum, spiagge, donne bellissime.” Ride, un suono profondo che riempie l’abitacolo. “Vi piacerà.”
L’hotel appare all’improvviso dietro una curva, una struttura bianca che brilla contro il cielo azzurro. Palme alte fiancheggiano il vialetto d’ingresso, e un cortile aperto ci accoglie con il suono di una fontana e il profumo di fiori che non riconosco. Il taxi si ferma, e un ragazzo in uniforme bianca si avvicina per aprire le portiere.
La reception è un open space con il pavimento di marmo fresco sotto i piedi, ventilatori a pale che girano lentamente sul soffitto alto. Una donna di mezza età ci accoglie con un sorriso, i capelli neri raccolti in una coda stretta, e ci porge bicchieri di qualcosa di freddo e dolce, cocco e rum, una miscela che scivola in gola lasciando una scia di calore.
Le stanze sono al secondo piano, con porte che si aprono direttamente su un balcone che affaccia sul mare. Il Caribe si stende davanti a noi, un tappeto di blu che sfuma dal turchese all’indaco, con la linea dell’orizzonte che si perde in una foschia luccicante. La spiaggia è una mezzaluna di sabbia bianca, ombrelloni colorati che punteggiano la riva, corpi distesi al sole che sembrano piccoli da questa distanza.
“Gente, abbiamo una settimana,” dice Marco, lasciandosi cadere su uno dei letti con le braccia spalancate. “Una settimana intera senza pensieri.”
La sera scende rapida, come sempre ai tropici, e il cielo si accende di arancione e viola prima di cedere al buio. Usciamo per esplorare i locali lungo la costa, e la notte di Santo Domingo ci avvolge con la sua energia. Musica esce da ogni porta, merengue e bachata che si mescolano in un ritmo continuo che sembra il battito cardiaco della città.
Ci sediamo in un locale all’aperto, tavoli di legno sulla sabbia, torce che bruciano lungo il perimetro. Ordiniamo spritz e aperitivi, e il cameriere arriva con bicchieri colorati e piatti di pesce fresco condito con lime e peperoncino. Il sapore esplode sulla lingua, acidità e piccante che si bilanciano perfettamente.
È il secondo giorno che ricevo il messaggio di Sophie. La mia amica veneziana, con cui ho collaborato per anni, mi scrive: “Se vuoi fare un servizio che conti qualcosa, cerca Elizabet. È del posto, conosce ogni angolo dell’isola, ed è… be’, vedrai da te.” Il suo sorriso ha qualcosa di enigmatico. “Ti do il suo numero. Chiamala. Fidati.”
Il giorno dopo mi sveglio con il nome di Elizabet scritto su un tovagliolo di carta sul comodino. Il numero di telefono è scarabocchiato sotto. Chiamo prima di colazione, e una voce femminile risponde al terzo squillo.
“Sì ?”
“Sono Riccardo. Il fotografo. Sophie mi ha dato il tuo numero.”
Una pausa. Poi: “Ah, sì. Sophie mi ha parlato di te.” La sua voce ha un accento morbido, le vocali allungate nel modo tipico di qui. “Vuoi fare foto?”
“Se sei disponibile.”
“Quando?”
“Oggi. Questo pomeriggio.”
Un’altra pausa, più breve questa volta. “Conosco un posto. Una spiaggia. Ti mando la posizione. Ci vediamo lì alle tre.”
La comunicazione si interrompe prima che possa dire altro, e mi ritrovo a fissare il telefono con un mezzo sorriso. Diretta, penso. Mi piace.
Il pomeriggio arriva con un calore ancora più intenso, e il taxi mi lascia all’inizio di un sentiero sterrato che si inoltra nella vegetazione. Le indicazioni di Elizabet sono precise: seguire il percorso tra le palme fino a una radura, poi scendere verso il mare. Cammino con la borsa fotografica a tracolla, il sudore che già mi cola lungo la schiena, e i piedi che affondano nella terra morbida mista a sabbia.
La spiaggia appare improvvisamente, nascosta da una curva della costa e da una fitta barriera di palme. È una mezzaluna di sabbia bianca, più piccola di quanto mi aspettassi, completamente deserta. L’acqua è una lastra di turchese immobile, e il silenzio è rotto solo dal fruscio delle fronde e dal rumore lontano delle onde che si infrangono sulla barriera corallina.
Elizabet è già lì, seduta su una roccia piatta vicino alla riva. I suoi capelli sono una nuvola di ricci neri, indossa un abito leggero sopra un bikini bianco, e la sua pelle scura brilla sotto il sole con riflessi dorati. Quando mi vede, si alza con un movimento fluido, e il vestito si apre leggermente rivelando le gambe lunghe e le curve dei fianchi.
“Riccardo,” dice, e non è una domanda. I suoi occhi neri mi studiano con una calma che mi fa sentire come se fossi io quello sotto esame. “Sei in anticipo.”
“Puntualità italiana.”
Lei ride, un suono breve e caldo. “Qui nessuno è puntuale. Ma va bene.” Si guarda intorno, indicando la spiaggia con un gesto ampio. “Ti piace?”
“È perfetta.”
“È il mio posto.” Si avvicina, e il suo profumo mi raggiunge prima che lei sia abbastanza vicina da toccarmi. Sa di cocco e qualcosa di più dolce, più segreto. “Nessuno viene qui. È… privato.”
Comincio a preparare l’attrezzatura mentre lei si allontana di qualche passo, parlando al telefono con qualcuno. La osservo con l’occhio del professionista, notando come la luce colpisce la sua pelle, come i suoi capelli catturano il vento, come il suo corpo si muove con una naturalezza che non si può insegnare. Sophie aveva ragione. È speciale.
“Pronta?” chiedo quando torna da me.
Lei annuisce, e senza cerimonie si sfila l’abito leggero, rimanendo nel bikini bianco che contrasta con la sua pelle scura. Il suo corpo è una sinuosità continua, seni pieni che tendono il tessuto del costume, vita stretta che si allarga in fianchi rotondi, gambe lunghe che terminano in piedi nudi sulla sabbia.
“Ho portato una camicia,” dice, porgendomi un indumento bianco di cotone sottile. “Per le prime foto. Sophie dice che ti piace l’effetto bagnato.”
Il mio cuore accelera. “Sì.”
Elizabet si dirige verso l’acqua, e io la seguo con la macchina fotografica pronta. Si bagna completamente, il bikini che aderisce al corpo, i capelli che si appiccicano alle spalle e al collo. Poi indossa la camicia bianca, e il tessuto trasparente si incolla alla pelle, rivelando ogni curva, ogni ombra, la forma dei seni e dei capezzoli tesi sotto il cotone bagnato.
Comincio a scattare, e lei sa esattamente cosa fare. Si gira verso di me, poi di profilo, poi di spalle, guardando il mare con espressione sognante. I suoi movimenti sono lenti, calcolati, ogni posa una composizione perfetta. La camicia aderisce alle sue curve, e l’acqua che gocciola dal tessuto crea percorsi luminosi sulla sua pelle.
“Girati verso di me,” dico, abbassando la macchina per un istante. “Così. Perfetto.”
Lei mi guarda dritto negli occhi, e c’è qualcosa nel suo sguardo che mi fa esitare. È consapevole, sì, ma c’è anche una sfida, un invito silenzioso che mi fa battere il cuore più forte. I suoi capezzoli premono contro la camicia bagnata, e il tessuto è così sottile che riesco a vedere il colore scuro dell’areola.

Continuo a scattare, ma le mie mani sono meno ferme ora. Lei se ne accorge, e un sorriso le incurva le labbra carnose. Sa cosa mi sta facendo, e le piace. Si muove con maggiore lentezza, inarcando la schiena, sporgendo i fianchi, lasciando che la camicia si sollevi leggermente sulle cosce.
“Basta con la camicia?” chiede, la voce più bassa ora.
Annuisco, non fidandomi della mia voce.
Lei si sfila l’indumento bagnato con un movimento fluido, e poi armeggia con i lacci del bikini. Il top cade sulla sabbia, seguito dal resto. Rimane nuda davanti a me, il corpo esposto al sole e al mio sguardo, e non c’è vergogna in lei, solo una tranquilla sicurezza.
Prende dal suo borsone delle collane colorate, lunghe catene di perline che si avvolge intorno al collo e al petto, cadendo tra i seni e sull’addome. Un pareo legato basso sui fianchi copre appena il pube, e occhiali da sole scuri nascondono i suoi occhi. Il contrasto tra gli accessori colorati e la sua pelle nuda è elettrico, e sollevo la macchina fotografica con rinnovata energia.

Le foto che seguono sono tra le migliori che abbia mai scattato. Elizabet posa con una consapevolezza che va oltre l’esperienza, come se sapesse esattamente come apparire da ogni angolazione. Si siede sulla sabbia, le ginocchia piegate e leggermente divaricate, il pareo che si apre rivelando l’interno delle cosce. Si appoggia all’indietro sui gomiti, i seni che si sollevano verso il cielo, le collane che scivolano sul petto. Si gira a pancia in giù, sollevando i fianchi in un arco che fa tendere i muscoli delle gambe e delle natiche.
Il sole si abbassa verso l’orizzonte, e la luce diventa più dorata, più drammatica. Le ombre si allungano sulla sabbia, e il corpo di Elizabet sembra prendere fuoco, la sua pelle che brilla come bronzo lucido. Scatto senza sosta, il dito che preme il pulsante quasi automaticamente, l’occhio incollato al mirino.

A un certo punto lei si ferma, si siede sulla sabbia e mi guarda. I suoi occhi sono nascosti dagli occhiali, ma sento il suo sguardo su di me come una carezza fisica.
“Basta?” chiede.
Abbasso la macchina fotografica. Il silenzio della spiaggia mi circonda, rotto solo dal mio respiro accelerato. “Per oggi.”
Lei sorride, un movimento lento delle labbra che promette cose che non posso nominare. “È stato… interessante.”
Mentre raccoglie le sue cose e si riveste, io controllo le foto sul display della macchina fotografica. Sono incredibili. Ogni scatto cattura qualcosa di diverso, una sfaccettatura della sua bellezza che cambia con ogni posa, ogni angolazione, ogni gioco di luce.
Torniamo indietro lungo il sentiero in silenzio, lei davanti e io dietro, i nostri passi che affondano nella terra morbida. Quando raggiungiamo la strada principale, lei si gira verso di me.
“Sei bravo,” dice. “Sophie aveva ragione.”
“Tu sei… naturale.”
Il suo sorriso si allarga. “Ci vediamo in giro, fotografo.”
Si allontana senza aspettare una risposta, e io la guardo andare via, i suoi capelli che oscillano con ogni passo, il suo corpo che si allontana lungo la strada polverosa. Il suo profumo indugia nell’aria ancora dopo che lei è scomparsa dietro la curva.
Quella sera, seduto sul balcone della mia stanza con un bicchiere di rum in mano, riguardo le foto. Il display della macchina fotografica brilla nel buio, e ogni immagine mi riporta a quel pomeriggio, alla spiaggia nascosta, al corpo di Elizabet esposto al sole e al mio sguardo. Le sue curve, la sua pelle, i suoi occhi che mi fissano attraverso gli occhiali scuri.
Qualche settimana dopo, tornato a Roma, le foto vengono pubblicate su una rivista di moda. Il titolo recita “Caribe Sensual”, e le immagini si distendono su quattro pagine patinate. Elizabet non le vedrà mai, probabilmente, ma io le guardo e ripenso a quel pomeriggio, al calore del sole, al profumo di cocco, al sorriso enigmatico di una donna che ho conosciuto per poche ore e che non ho più rivisto.
Ma c’è un’ultima foto che non ho inviato alla rivista. È l’ultima che ho scattato quel giorno, quando Elizabet si è girata verso di me senza occhiali, i suoi occhi neri che mi fissavano diretti, un’espressione che non so decifrare. La tengo sul mio computer, la guardo ogni tanto, e mi chiedo cosa stesse pensando in quel momento, cosa significasse quello sguardo.
Forse un giorno tornerò a Santo Domingo. Forse ritroverò quella spiaggia nascosta tra le palme. Forse rivedrò Elizabet, e forse allora capirò cosa c’era di non detto in quel pomeriggio di sole e di sabbia.
Per ora, mi accontento di guardare la foto, di ricordare il calore della sua pelle sotto il mio sguardo, di sentire ancora una volta il profumo di cocco e di mare che caratterizza i miei sogni tropicali.







