
Dopo una partita, Sandra e Giulia si ritrovano negli spogliatoi. Tra sguardi intensi e gesti ambigui, la tensione sessuale tra loro cresce, culminando in un momento di intimità sotto la doccia.
Lo spogliatoio
Il fischio dell’arbitro taglia l’aria come un coltello nel burro. Finita tre a zero per noi. Il campo polveroso di periferia trema ancora sotto i nostri scarpini mentre abbraccio Marta, la nostra centravanti, che grida qualcosa di incomprensibile con la voce roca. Il sudore mi cola lungo le tempie, incollandomi i capelli biondi sulla fronte. La maglietta azzurra mi aderisce alla pelle come una seconda membrana. Ma non è il trionfo sportivo che mi fa battere i denti. È quello che viene dopo.
Percorriamo il tunnel che porta agli spogliatoi. L’aria condizionata mi schiaffeggia il viso accaldato, un contrasto violento dopo il calore del campo. Il cemento grigio delle pareti trasuda umidità. I passi rimbombano, le voci si sovrappongono in un coro caotico di vittoria. Cammino dietro a Chiara, la nostra terzina. I suoi short bianchi sono una seconda pelle sui suoi glutei sodi e compatti, che si contraggono a ogni passo. I miei occhi scendono lungo le sue cosce muscolose, lucide di sudore. Deglutisco. Il tunnel è stretto, l’aria è fresca, ma il mio sangue scorre bollente.
Entriamo nello spogliatoio e l’odore mi travolge: un mix di erba, sudore, bagnoschiume alla lavanda e deodorante al cocco. Le ragazze si spogliano con la naturalezza di chi lo fa da anni. Nessun imbarazzo, nessun pudore. Solo corpi che si liberano di strati inzuppati. Io vado alla mia panca, la numero sette.
Apro l’armadietto di metallo verde con uno scatto secco. Lo specchietto interno mi rimanda l’immagine del mio viso arrossato, i capelli biondi che sembrano un nido di topi. Mi sfilo la maglietta, la getto sulla panca. Il reggiseno sportivo nero è fradicio. Lo slaccio con un sospiro di sollievo. I miei seni piccoli e pallidi respirano finalmente.
Alzo lo sguardo e il mondo si ferma. Giulia, la nostra portiera, si sta togliendo i pantaloncini. Ha un corpo che sembra scolpito nel marmo di Carrara. Addominali definiti, linee nette che scendono verso l’ombelico. I suoi seni sono grandi, pieni, con un’inclinazione naturale che sfida la gravità. Li ho visti cento volte, ma ogni volta il mio respiro si blocca per un istante. Si volta verso di me, completamente nuda, con un asciugamano in mano.
«Sandra, mi passi il bagnoschiuma?» mi chiede con un sorriso.
La mia mano trema mentre le lancio il flacone blu. Le mie dita sfiorano le sue. Un contatto di un secondo. La sua pelle è calda, umida. Il suo profilo si staglia contro la luce al neon dello spogliatoio. I glutei di Giulia sono rotondi, pieni, con quella curva che fa venire voglia di allungare una mano. Distolgo lo sguardo, fingendo di cercare qualcosa nel mio borsone. Il cuore mi batte in gola come un tamburo impazzito.
«Grazie!» canta Giulia, avviandosi verso le docce.
Le altre la seguono. Francesca, l’ala veloce, con le sue gambe chilometriche e i fianchi stretti. Sara, il mediano, con i suoi seni piccoli e i capezzoli scuri che sembrano due chicchi di caffè. Ogni corpo è un universo diverso. Ogni curva racconta una storia. Io rimango indietro, a torturare la chiusura del mio borsone con dita inutili.
«Sandra, vieni o l’acqua calda finisce!» grida Marta dal corridoio delle docce.
Mi alzo. Mi sfilo gli short, le mutande, i calzettoni. Rimango nuda. Il pavimento di piastrelle è freddo sotto i piedi nudi. Cammino verso le docce con l’andatura di chi va al patibolo, o in paradiso. Probabilmente entrambi.
La sala docce è una nuvola di vapore. I getti d’acqua calda creano una cortina opaca che avvolge i corpi. Entro e il calore mi avvolge come un abbraccio bagnato. L’acqua scorre sulla pelle, mescolandosi al sapone e al sudore della partita. È un’atmosfera di intimità forzata, dove gli sguardi si incrociano e si sfuggono, dove i corpi si sfiorano per caso, o forse no.
Mi posiziono sotto un getto. L’acqua bollente mi massaggia le spalle contratte. Chiudo gli occhi per un secondo. Quando li riapro, Francesca è di fronte a me. Si sta insaponando le gambe, le mani che scivolano lungo quelle cosce lunghe e snelle. L’acqua le scorre sul petto, tra i seni, giù verso il ventre piatto. Si volta e mi mostra la sua schiena, i muscoli che si flettono sotto la pelle bagnata. I suoi glutei sono due mele sode, perfetti. Le mie mani prudono. Stringo il flacone di bagnoschiuma così forte che la plastica scricchiola.
«Tutto bene, Sandra? Sei rossa come un peperone» dice Sara, comparendo al mio fianco.
Sara è bassa, formosa, con curve che non finiscono mai. I suoi seni sono pesanti, con goccioline d’acqua che scintillano sotto la luce come diamanti. Il suo ventre è morbido, i suoi fianchi larghi. È l’opposto della mia magrezza da fantasmino biondo.
«È l’acqua calda» rispondo, con una voce che suona falsa alle mie stesse orecchie.
Sara ride, un suono grasso e caldo. «Ma se l’hai aperta adesso!»
Si avvicina per prendere il suo shampoo dalla mensola. Il suo seno mi sfiora il braccio. Il capezzolo è turgido per il calore, la pelle è seta bagnata. Il contatto dura un battito di ciglia, ma il calore mi si propaga dal braccio fino alla punta dei piedi. Mi irrigidisco. Sara non sembra notare nulla. Si allontana canticchiando una canzone di Mina.
Io resto immobile, con l’acqua che mi scorre addosso come un fiume di lava fredda. Il mio corpo traditore reagisce. Il calore si concentra tra le mie cosce. Stringo le gambe. Il desiderio è una molla compressa nel mio petto.
Giulia si avvicina al mio getto. «Ti dispiace se mi metto qui? Il mio è rotto.»
Non aspetta nemmeno la mia risposta. Si infila sotto il getto accanto al mio. I nostri corpi sono a pochi centimetri. L’acqua scorre su di lei, lavando via la schiuma bianca. I suoi seni sono davanti ai miei occhi, due colline di carne rosea, con i capezzoli che sembrano due fragole mature. Il suo addome è una tavola di muscoli, l’ombelico una pozza d’acqua. I suoi glutei sono due montagne che sfidano la mia resistenza.
«Sandra, mi lavi la schiena?» chiede Giulia, porgendomi la spugna.
Il mondo si ferma. Il rumore dell’acqua copre il mio respiro affannoso. Le mie mani tremano mentre prendo la spugna. La appoggio sulla sua schiena. La sua pelle è liscia, scivolosa per il sapone. Muovo la spugna in cerchi lenti, sentendo i muscoli che si contraggono sotto il mio tocco. Giulia emette un suono gutturale.
Scendo lungo la sua colonna vertebrale. Ogni vertebra è un gradino verso il mio inferno personale. Arrivo alla base della schiena. I suoi glutei sono lì, due sfere perfette che aspettano il mio tocco.
Le mie mani scendono. La spugna scivola sui suoi glutei. La carne cede sotto la pressione, elastica e soda. Il calore dell’acqua si mescola al calore del mio desiderio. Sento il mio respiro accelerare. Sento il mio corpo che si accende come un fiammifero in una stanza buia.
«Grazie, Sandra, sei un tesoro» dice Giulia, voltandosi.
I suoi seni mi sfiorano il petto. I suoi capezzoli sfregano contro i miei. Il contatto è elettrico, una scarica che mi attraversa dalla testa ai piedi. Le mie labbra si socchiudono. I suoi occhi incontrano i miei per un secondo. Poi lei ride, mi dà un bacio sulla guancia e se ne va.
Io rimango sotto il getto d’acqua, con la spugna in mano e il fuoco nel sangue. Le altre ragazze chiacchierano, ridono, si asciugano. Nessuna sa. Nessuna immagina. Questo è il mio sogno proibito, vissuto a occhi aperti, ogni domenica dopo la partita. Il desiderio che mi consuma, la fantasia che mi tiene sveglia la notte.
Mi appoggio alla parete di piastrelle bagnate. L’acqua calda mi scorre addosso, ma non basta a spegnere l’incendio. Chiudo gli occhi e rivedo i corpi, le curve, i seni, i glutei. Rivedo i sorrisi, gli sguardi, i contatti accidentali. Il mio respiro torna normale, ma il mio cuore continua a battere forte.
«Sandra, ti sei addormentata lì?» grida Marta dallo spogliatoio.
Apro gli occhi. Il vapore si dirada. La realtà mi riporta alla terra. Ma il sogno resta, impresso nella mia pelle come un tatuaggio invisibile.
Mi asciugo, mi vesto, e torno nel mondo. Ma dentro di me, il fuoco arde ancora. E aspetto già la prossima domenica, la prossima partita, il prossimo sogno proibito.







