Stella, trentacinque anni e segretaria meticolosa, ha trasformato il suo rapporto professionale con l'avvocato Massimo Ferretti in un gioco di seduzione silenzioso e calcolato.
I tacchi sul marmo freddo
Mi chiamo Stella, ho trentacinque anni e faccio la segretaria per l’avvocato Massimo Ferretti. Sono alta, mora, con i capelli raccolti in uno chignon basso e severo che libero solo quando sono sola.
Il mio seno è piccolo, quasi insignificante, ma i miei fianchi sono larghi e il mio culo è rotondo, pieno, impossibile da ignorare sotto i tailleur attillati che indosso ogni giorno. E mi piace provocare. Non lo nascondo. È una parte di me tanto quanto la mia efficienza, tanto quanto la mia capacità di gestire l’agenda di Massimo senza sbagliare un orario, un cliente, un dettaglio.
Questa mattina arrivo in studio alle otto in punto, come sempre. Il corridoio delle porte a vetro è deserto, illuminato dalla luce dorata del primo sole che filtra dalle finestre. I miei tacchi risuonano sul marmo freddo, un ritmo regolare e deciso che conosco bene. Dodici centimetri di pelle nera, lucida, con la punta affilata e il tacco sottile come un coltello.
Li ho scelti io, ma è Massimo che li vuole. Non me l’ha mai detto esplicitamente, ma io lo so. Lo vedo da come i suoi occhi grigi scendono dai miei occhi ai piedi ogni mattina, da come il suo sguardo si ferma un istante di più sulle mie caviglie quando mi siedo.
È un uomo di sessantacinque anni, brizzolato, con lineamenti marcati e un naso aquilino che gli dà un’aria autoritaria. È magro, asciutto, e indossa solo abiti su misura che cadono perfetti sulle spalle strette. Le sue mani sono grandi, con dita lunghe che si muovono con precisione quando parla, ma che tradiscono un nervosismo incontrollabile quando è solo con me nel suo studio.
Mi siedo alla mia scrivania, il desk di marmo bianco e vetro che è il mio regno. Accendo il computer, apro l’agenda rossa di Massimo, controllo gli appuntamenti della giornata. Tre clienti al mattino, una pausa pranzo libera, due clienti al pomeriggio. Niente di straordinario. Ma poi vedo qualcosa che mi fa fermare le dita sulla pagina. Domani venerdì, alle tre del pomeriggio, c’è un appuntamento con Elena Conti. E accanto al nome, nella grafia precisa di Massimo, c’è un’annotazione:
“Stella presente”.
Non è una richiesta normale. Di solito non sono presente agli incontri con i clienti, a meno che non serva prendere appunti o gestire documenti. Ma per Elena Conti non c’è nessuna di queste esigenze.
È una donna di quarantadue anni, elegante, con capelli neri corti e occhi verdi che sembrano leggere dentro le persone. Viene allo studio da mesi per una questione di divorzio, e ogni volta che la vedo noto come il suo sguardo si posa su Massimo con un’intensità che va oltre la professionalità. E adesso Massimo vuole che io sia lì.
Perché?
La porta del suo studio si apre. Massimo esce con una cartella in mano, il completo grigio scuro che gli calza a pennello, la cravatta blu annodata con precisione militare. I suoi occhi si posano su di me per un istante, poi scendono lungo il mio corpo, si fermano sui tacchi, risalgono. Il suo sguardo è rapido, controllato, ma io lo vedo. Lo vedo sempre.
“Buongiorno, Stella.”
“Buongiorno, avvocato.”
La sua voce è formale, distante. Ma le sue mani stringono la cartella con troppa forza. Io mi alzo in piedi, e il movimento fa aderire la gonna del tailleur ai miei fianchi, al mio culo. Lo sento tirare sulla stoffa, e so che lui lo nota. So che sta guardando la curva dei miei glutei sotto la lana grigia, la linea delle mie gambe nei collant scuri, l’arco del mio piede nel tacco.
“Ho cancellato l’appuntamento delle quattro,” dice, aggiustandosi i polsini della camicia. “Riprogrammalo per la prossima settimana.”
Annuisco e prendo nota. Questa è la terza volta questa settimana che cancella un appuntamento pomeridiano. La prima volta non ci ho fatto caso. La seconda mi è sembrata una coincidenza. La terza è uno schema. Massimo sta creando spazi vuoti nel suo pomeriggio, finestre di tempo dove non ci sono clienti, dove lo studio si svuota e restiamo solo io e lui.
“Come preferisce, avvocato.”
Lui annuisce senza guardarmi e si avvia verso il corridoio. I suoi passi sono silenziosi sul marmo, i mocassini di cuoio che consumano il pavimento con eleganza. Io resto in piedi dietro la scrivania, e lo guardo allontanarsi. Il suo portamento è dritto, controllato, ma c’è qualcosa nella sua schiena che mi dice che sa che lo sto guardando. E che gli piace.
Mi risiedo e fisso l’agenda. Venerdì, ore quindici. Elena Conti. “Stella presente.” Le dita tamburellano sul marmo freddo della scrivania. Cosa significa quella richiesta? Cosa vuole Massimo da me in quell’incontro? E perché la sua mano, quando mi ha detto dell’appuntamento cancellato, tremava appena?
Il suono di altri tacchi interrompe i miei pensieri. Un ritmo diverso dal mio, più leggero, più veloce. Alzo lo sguardo e vedo Giuliana Serra che avanza nel corridoio con la sua andatura sicura e il suo sorriso contagioso. Ha ventotto anni, è bassa, con capelli biondi tagliati in un bob perfetto e occhi azzurri che sembrano sempre cercare qualcosa.
Il suo fisico è curvy, con un seno pieno che riempie la camicetta di seta e gambe magre che oggi sono esaltate da un paio di tacchi rossi, vertiginosi, con il plateau che li rende ancora più alti.
“Buongiorno, Stella!” La sua voce è allegra, ma i suoi occhi mi scrutano con un’intelligenza calcolatrice. “L’avvocato Ferretti è già arrivato?”
“Sì, è nel suo studio.” La mia voce è neutra, professionale. Ma dentro di me sento una fitta di fastidio. Giuliana è una cliente, ma si comporta come se fosse la padrona dello studio. Si siede sulla poltrona di Massimo quando lui non c’è, appoggia i tacchi rossi sulla scrivania, lo guarda con un’audacia che nessun’altra cliente si permetterebbe. E lui la lascia fare.
Giuliana si appoggia alla mia scrivania, sporgendo verso di me. Il suo profumo è dolce, floreale, troppo intenso per le otto del mattino. “Hai un momento? Volevo chiederti una cosa sull’udienza di giovedì.”
“Dimmi.”
“Il giudice ha richiesto dei documenti aggiuntivi. Li hai preparati?”
“Sì, sono nella cartella dell’avvocato. Glieli darò prima dell’udienza.”
Lei sorride, ma il suo sguardo scende lungo il mio corpo, si ferma sui miei tacchi neri. “Belle scarpe. Le hai appena comprate?”
Le guardo un istante. “No, le ho da un po’.”
“Massimo ha buon gusto, non trovi?” La sua voce è un sussurro, e il modo in cui pronuncia il suo nome, senza titolo, senza formalità, mi fa stringere i denti.
Io non rispondo. La guardo con i miei occhi scuri, e vedo qualcosa nel suo sguardo che va oltre la curiosità. È competizione. È sfida. Giuliana vuole l’attenzione di Massimo, e sa che io ce l’ho. E adesso sta cercando di capire quanto.
“L’avvocato è molto esigente su certe cose,” dico alla fine, con un tono che non ammette repliche. “Ora scusami, ho del lavoro da sbrigare.”
Lei si raddrizza, il sorriso ancora sulle labbra. “Certo. Ci vediamo dopo.” E si avvia verso lo studio di Massimo, i tacchi rossi che risuonano sul marmo con un ritmo che sembra una dichiarazione di guerra.
La guardo allontanarsi e sento il peso del fastidio mescolato a qualcosa di più profondo, qualcosa che non voglio nominare. Gelosia? No, non è gelosia. È consapevolezza. Io so cosa vuole Massimo. So cosa desiderano le sue mani grandi, le sue dita lunghe. E so che Giuliana non lo sa. Lei pensa che sia un gioco di sguardi e sorrisi, ma non ha idea di cosa si celi dietro la compostezza dell’avvocato Ferretti.
Io sì.
Lo so da quel pomeriggio di tre mesi fa, quando lo studio era vuoto e io sono entrata nel suo ufficio per lasciargli dei documenti. Lui era in piedi davanti alla finestra, le mani dietro la schiena, lo sguardo perso sulla strada. Non mi ha sentita entrare, e io mi sono fermata sulla soglia a guardarlo. C’era qualcosa nella sua postura che non avevo mai visto, una tensione che andava oltre la stanchezza, un bisogno che premeva contro la sua compostezza come acqua contro una diga.
Poi si è voltato, e i suoi occhi si sono posati su di me. Non sul mio viso, non sulle mie mani che reggevano i documenti. Sui miei tacchi. Sulla curva dei miei fianchi. Sul mio culo, avvolto nella gonna del tailleur che avevo scelto proprio quella mattina perché sapevo che lo avrebbe fatto impazzire. E per un istante, un istante che è durato un battito di ciglia, ho visto qualcosa nei suoi occhi che non era professionalità, non era distacco, non era il controllo ferreo che mostra al mondo. Era fame.
Poi ha battuto le palpebre, e la maschera è tornata al suo posto. “Grazie, Stella. Puoi andare.” Ma la sua voce era roca, e le sue mani tremavano quando ha preso i documenti.
Da quel giorno, ho iniziato a provocare. Coscienziosamente, strategicamente, con la precisione che metto in tutto ciò che faccio. Sceglievo tacchi più alti, gonne più attillate, camicette che si aprivano appena un centimetro di più sul collo. Mi piegavo sulla sua scrivania per lasciargli i documenti, sentendo i suoi occhi che mi bruciavano addosso. Camminavo nel corridoio con un ritmo più lento, più deliberato, sapendo che lui mi stava ascoltando dalla porta socchiusa.
E lui reagiva. Non con parole, non con gesti espliciti. Ma con quello sguardo che scendeva lungo il mio corpo come una carezza invisibile. Con le mani che tremavano quando ero vicina. Con le cancellazioni degli appuntamenti pomeridiani che lasciavano lo studio vuoto, solo per noi.
La porta dello studio di Massimo si chiude con un click sommesso. Giuliana è dentro con lui. Io fisso lo schermo del computer, ma non vedo le email che scorrono. Vedo le mani di Massimo, le sue dita lunghe che si flettono sulla scrivania, il modo in cui stringono la penna quando mi guarda. Vedo i suoi occhi grigi che si scuriscono quando il mio culo ondeggia nel corridoio.
Il suono di passi maschili mi distoglie dai pensieri. Marco Rinaldi emerge dal corridoio, il suo fisico atletico che riempie il completo blu scuro, i capelli castani pettinati con cura nel suo stile moderno ma professionale. Ha trentadue anni, ed è bello in quel modo pulito e regolare che piace alle donne. Ma c’è qualcosa in lui che non mi attrae, un’ansia sottostante che traspare dalla postura rigida, dall’espressione concentrata che non si rilassa mai del tutto.
“Buongiorno, Stella.” La sua voce è formale, ma c’è un calore in eccesso nel suo tono, un’inflessione che tradisce le sue intenzioni.
“Buongiorno, Marco.”
Si avvicina alla mia scrivania, e io noto come il suo sguardo scivola lungo il mio corpo, si ferma sulla scollatura della camicetta, risale al mio viso. È uno sguardo diverso da quello di Massimo. Più diretto, meno controllato, ma anche meno profondo.
“Hai da fare venerdì sera?” La domanda è casuale, ma il suo tono è troppo studiato, troppo provato.
Alzo lo sguardo su di lui, e i miei occhi scuri incontrano i suoi.
“Sì, ho da fare.”
È la terza volta che mi invita a cena. La terza volta che rifiuto. Ma Marco non si arrende, e vedo la determinazione nel suo sguardo mescolata a una frustrazione che non sa nascondere.
“Un’altra volta, allora.” Sorride, ma il sorriso non raggiunge i suoi occhi. “Sai, Stella, potremmo parlare di lavoro. Del caso Ferretti, per esempio.”
“Il caso Ferretti è dell’avvocato, Marco. Non mio.”
Lui si irrigidisce. “Certo. Volevo solo dire che potremmo collaborare, tutto qui.”
Annuisco senza aggiungere altro, e dopo un momento di silenzio imbarazzato lui si allontana verso il suo ufficio. Lo guardo andare via, e penso a come sarebbe facile con lui. Marco è giovane, bello, determinato. Potrebbe darmi una vita normale, una relazione senza segreti, senza la tensione che sento ogni volta che Massimo mi guarda.
Ma io non voglio facile. Voglio lui.
Il resto della mattinata scorre lento. I clienti si susseguono, le telefonate si accumulano, le email si moltiplicano. Io gestisco tutto con la mia solita efficienza, ma c’è un pensiero che mi rode dentro, un tarlo che non mi lascia in pace. Venerdì. Elena Conti. “Stella presente.”
All’una, quando lo studio si svuota per la pausa pranzo, scendo al Caffè Roma al piano terra. Il bancone di marmo è affollato di impiegati, l’aria è densa di aromi di caffè e cornetti appena sfornati, il rumore delle tazzine che si toccano crea un sottofondo costante. Mi siedo a un tavolino di legno nell’angolo riservato allo staff, ordino un espresso, e fisso il mio riflesso nello specchio antico dietro il bancone.
Vedo una donna di trentacinque anni, con i capelli mori raccolti nello chignon, gli occhi scuri e attenti, il tailleur grigio che aderisce alle curve del suo corpo. Vedo i tacchi neri sotto il tavolo, le gambe accavallate, la postura composta. Ma dietro quella facciata di controllo, c’è una donna che desidera essere toccata, sculacciata, posseduta da un uomo che ha il doppio dei suoi anni e che non osa prendere ciò che vuole.
Il mio telefono vibra. Un messaggio di Massimo.
“Vieni nel mio studio. Subito.”
Il cuore mi salta nel petto. Poso la tazzina, mi alzo, e attraverso il Caffè Roma con passo veloce. Le scale mi sembrano interminabili, il corridoio delle porte a vetro sembra più lungo del solito. I miei tacchi risuonano sul marmo, e il suono mi sembra assordante nel silenzio del primo pomeriggio.
La porta dello studio di Massimo è chiusa. Busso una volta, e la sua voce arriva dall’interno, bassa e controllata. “Avanti.”
Apro la porta ed entro. Lo studio è in penombra, le tende tirate, la luce del sole che filtra appena dalle fessure. Le pareti rivestite di legno scuro sembrano più opprimenti del solito, i libri legali sugli scaffali sembrano guardarmi con i loro dorsi consumati. Massimo è seduto dietro la sua scrivania, le mani giunte davanti a sé, gli occhi grigi che mi fissano con un’intensità che mi toglie il respiro.
“Chiudi la porta.”
La sua voce è un sussurro, ma ha il peso di un comando. Io obbedisco, e il click della serratura mi sembra il suono più erotico che abbia mai sentito. Poi mi volto verso di lui, e aspetto.
Massimo mi guarda in silenzio. I suoi occhi scendono lungo il mio corpo, si fermano sui miei tacchi, risalgono lungo le gambe, i fianchi, il seno sotto la camicetta, il collo, il viso. È uno sguardo lento, deliberato, che mi spoglia senza toccarmi. E io resto immobile, sentendo il calore che si diffonde nel mio basso ventre, la tensione che si accumula tra le mie cosce.
“Venerdì,” dice alla fine, la sua voce roca. “Durante l’incontro con la Conti. Voglio che tu sia presente.”
“L’ho visto sull’agenda. Perché?”
Lui non risponde subito. Le sue mani si flettono sulla scrivania, le dita lunghe che si stringono e si rilassano. Vedo il suo petto alzarsi e abbassarsi con un ritmo leggermente più veloce del normale. Vedo i suoi occhi che si scuriscono, che si riempiono di qualcosa che non ha mai mostrato a nessun altro.
“Perché ti voglio lì.”
Quattro parole. Quattro parole che cambiano tutto. Io lo guardo, e vedo il suo bisogno, il suo desiderio represso, la sua paura di essere giudicato. E vedo anche qualcos’altro, qualcosa che mi fa battere il cuore così forte che lo sento nelle orecchie.
Voglio che mi sculacci.
Il pensiero mi attraversa la mente come un lampo, chiaro e inequivocabile. Voglio che le sue mani grandi si posino sul mio culo, che le sue dita lunghe affondino nella carne, che il palmo si abbatta sulla mia pelle con un suono secco che echeggi nello studio. Voglio sentire il bruciore, il calore, il dolore che si trasforma in piacere. E voglio che lui mi guardi mentre lo faccio, che veda la mia facciata di controllo che si sgretola sotto le sue mani.
Ma non lo dico. Non ancora. Perché questa è solo l’inizio, e io so che le cose migliori richiedono pazienza.
“Come desidera, avvocato.”
La mia voce è ferma, ma le mie mani tremano leggermente lungo i fianchi. Lui lo nota, e vedo un accenno di sorriso sulle sue labbra sottili, un movimento quasi impercettibile che mi dice che sa. Sa cosa voglio. Sa cosa provo. E sa che venerdì, quando la porta della sala conferenze si chiuderà, tutto cambierà.
“Ora vai,” dice, e la sua voce è di nuovo controllata, professionale. Ma i suoi occhi no. I suoi occhi sono ancora su di me, ancora affamati, ancora pieni di quella cosa che non ha nome ma che sento nel profondo del mio corpo.
Io mi volto e mi avvio verso la porta. E mentre cammino, sento il suo sguardo che mi segue, che si posa sul mio culo che ondeggia sotto la gonna, sui tacchi che risuonano sul pavimento di legno. Apro la porta, e prima di uscire mi fermo un istante. Mi volto appena, abbastanza per vedere le sue mani che stringono il bordo della scrivania, con le dita che si flettono come se stessero immaginando di stringere qualcos’altro.
Poi esco, e la porta si chiude alle mie spalle con un click definitivo.
Il corridoio è deserto, il silenzio rotto solo dal ronzio lontano dell’ascensore. Io mi appoggio alla parete di vetro, il cuore che batte ancora forte, il respiro che è ancora corto. E penso a venerdì, alle tre del pomeriggio, quando Elena Conti sarà seduta nella sala conferenze e io sarò lì, presente, come ha richiesto.
E poi penso alle sue mani. Alle sue dita lunghe. Al suono di una sculacciata che echeggia nel silenzio del suo studio.







