
Ogni mattina, il primo pensiero di lui è Giuly. A scuola, il suo sguardo la insegue, catturato dai suoi movimenti e dal suo profumo inebriante.
L’ ora di matamatica
Il professore di matematica traccia una parabola sulla lavagna, e il gesso stride contro la superficie verde come un’unghia su una superficie ruvida. La sua voce monocorda riempie l’aula, spiegando fuochi e direttrici, ma le sue parole scivolano via come acqua su vetro. Io non guardo la lavagna. Il mio banco è nella terza fila, vicino alla finestra, e la luce del sole che filtra attraverso i vetri crea un alone dorato attorno al posto due file avanti e una di lato rispetto al mio. Il posto di Giuly.
Lei è seduta con la schiena leggermente inarcata, i gomiti appoggiati sul banco, il mento sostenuto da una mano. I capelli scuri le cadono sulle spalle come onde pigre, e alcune ciocche le sfiorano la guancia. Il maglione aderente che indossa oggi è color borgogna, una tonalità profonda che sembra bere la luce, e segue ogni curva del suo corpo come una seconda pelle. Il tessuto si tende sul seno, generoso e rotondo, e l’orlo inferiore si appoggia appena sopra la vita della gonna, lasciando intravedere una striscia di pelle dorata quando si muove.
La gonna è sopra il ginocchio, ma il modo in cui è seduta — con le gambe accavallate e leggermente di lato — la fa risalire di qualche centimetro sulla coscia. Le sue cosce sono piene, morbide, e la luce del sole ne accende la pelle con riflessi ambrati. I tacchi che porta oggi sono neri, con una cinturina sottile alla caviglia, e il tacco a stiletto produce un suono secco ogni volta che muove il piede, un ticchettio ritmico che mi entra nella testa come un metronomo.
Giuly si muove sulla sedia, e il maglione si tende ancora di più sul seno. Le sue labbra si dischiudono appena, e la punta della lingua sfiora il labbro inferiore in un gesto che sembra distratto, ma che mi fa stringere la penna nella mano fino a far sbiancare le nocche. I suoi occhi scuri sono fissi sulla lavagna, ma c’è qualcosa nel suo sguardo — un’ombra di noia, forse, o di qualcos’altro — che mi fa pensare che la sua mente sia altrove.
Io la guardo da mesi, ormai. Ogni giorno, in ogni lezione, in ogni intervallo. La guardo camminare per i corridoi con quei tacchi che martellano il pavimento come una dichiarazione di intenti. La guardo nel cortile, appoggiata al muro dell’edificio scolastico, il telefono in mano, le gambe accavallate, i capelli che le cadono davanti al viso mentre sorride a qualcosa sullo schermo. La guardo e immagino cose che non dovrei immaginare, cose che mi tengono sveglio la notte e mi fanno camminare con lo sguardo basso nei corridoi per nascondere l’evidenza del mio desiderio.
Il professore si volta verso la classe e pone una domanda. Nessuno alza la mano. Il silenzio si allunga, denso e imbarazzato, e Giuly si muove di nuovo sulla sedia. Questa volta si sporge leggermente in avanti, come per sgranchirsi, e il movimento fa sì che il maglione si sollevi appena, rivelando un altro centimetro di pelle dorata sulla parte bassa della schiena. Il bordo di pizzo di un intimo scuro fa capolino sotto l’orlo della gonna, e io devo mordermi l’interno della guancia per non emettere un suono.
Lei si volta, come se sentisse il mio sguardo sulla pelle. I suoi occhi scuri — con quelle sfumature calde come cioccolato fuso che ho imparato a conoscere nelle mie notti insonni — incontrano i miei per un istante. Un istante che dura un battito del cuore, un respiro, un’eternità. Le sue labbra si curvano in un sorriso che è appena un accenno, un’ombra di promessa, e poi si volta di nuovo verso la lavagna.
Il professore riprende la sua spiegazione, e io cerco di concentrarmi. Ma la mia mente continua a tornare a quel sorriso, a quello sguardo, a quel centimetro di pizzo scuro sulla sua pelle dorata. Sento il sangue pulsare nelle tempie, e il calore si diffonde dal petto all’inguine. Mi agito sulla sedia, cercando una posizione che mascheri l’evidenza, ma il tessuto dei pantaloni è implacabile.
La lezione continua, lenta e dolorosa. Il professore disegna un’altra parabola, poi un’altra ancora, e le sue parole si confondono in un mormorio indistinto. Io non smetto di guardare Giuly. Osservo il modo in cui i suoi capelli si muovono quando gira la testa, il modo in cui il maglione segue i contorni del suo corpo quando respira, il modo in cui le sue dita tamburellano sul banco in un ritmo lento e ipnotico.
Poi, senza preavviso, lei alza la mano. Il professore si interrompe a metà frase. «Sì, Giuly?»
«Professore, posso andare in bagno?» La sua voce è morbida, con una sfumatura roca che mi fa venire la pelle d’oca. Il professore annuisce, e Giuly si alza dal banco. Il movimento è fluido, elegante, e la gonna le scivola lungo le cosce mentre si mette in piedi. I tacchi producono il loro suono secco sul pavimento dell’aula, e ogni colpo è come un martello che pianta un chiodo nella mia mente.
La guardo camminare verso la porta. I suoi fianchi oscillano a ogni passo, un movimento ondulatorio che sembra studiato, calcolato per catturare l’attenzione. E cattura la mia, completamente, totalmente, assolutamente. Le sue cosce si flettono sotto la gonna, i tacchi brillano sotto la luce al neon, e i capelli le accarezzano le spalle come seta nera.
Esce dall’aula, e la porta si chiude alle sue spalle con un clic sommesso. L’assenza del suo profumo — un aroma di fiori notturni e vaniglia che ha iniziato a permeare l’aria attorno al suo banco — mi colpisce come uno schiaffo. Respiro, e mi rendo conto che stavo trattenendo il fiato.
Il professore riprende a parlare, ma le sue parole non significano nulla. Io fisso la porta dell’aula, e un pensiero si forma nella mia mente, chiaro e insistente: la seguo. Non so cosa mi spinga a farlo. Non so cosa mi aspetto di trovare. So solo che devo muovermi, che non posso restare qui seduto mentre lei è là fuori, da qualche parte, con quel sorriso e quello sguardo .
Alzo la mano. Il professore mi guarda con un sopracciglio sollevato. «Prof, posso andare in bagno anche io?»
Lui sospira, annuisce, e io mi alzo dal banco. Le mie gambe sono rigide, e devo camminare con attenzione per nascondere il rigonfiamento nei pantaloni. Attraverso l’aula, raggiungo la porta, e la apro. Il corridoio è vuoto, silenzioso, illuminato dalla luce fredda dei neon. Il pavimento è di linoleum grigio, e i muri sono di un bianco ingiallito dal tempo.
Cammino verso i bagni, e il suono dei miei passi è l’unico rumore nel corridoio. Ogni passo mi porta più vicino, e il cuore mi batte più forte a ogni metro. Sento il sangue pulsare nelle vene, e il respiro si fa più corto. Non so cosa sto facendo. Non so cosa sto cercando. So solo che devo andare avanti.
Raggiungo l’atrio dei bagni, e mi fermo. C’è una porta per il bagno dei maschi, una per il bagno delle femmine, e uno spazio aperto nel mezzo, con un lavandino e uno specchio. E lì, appoggiata al lavandino, c’è Giuly.
Mi guarda attraverso lo specchio, e i suoi occhi scuri incontrano i miei. Non sembra sorpresa di vedermi. Sembra… compiaciuta. Le sue labbra si curvano in quel sorriso che è appena un accenno, e si volta verso di me. I capelli le scivolano sulla spalla, e il maglione si tende sul seno quando incrocia le braccia sotto il petto.
«Ci hai messo poco» dice, e la sua voce è un sussurro che rimbalza sulle piastrelle del bagno.
Io non rispondo. Non riesco a parlare. La guardo, e la mia mente è vuota, piena solo di lei. Del suo profumo, più intenso qui che in classe. Del suo corpo, così vicino che potrei toccarla. Del suo sguardo, che mi tiene inchiodato dove sono.
Lei si stacca dal lavandino e fa un passo verso di me. I tacchi producono il loro suono secco sul pavimento e il mio cuore salta un battito. Un altro passo e il profumo di fiori notturni e vaniglia mi avvolge come un mantello. Un altro passo ancora e lei è davanti a me, così vicina che posso sentire il calore del suo corpo attraverso i vestiti.
Le sue mani si posano sul mio petto, e io sento il tocco delle sue dita come una scossa elettrica. Lei mi guarda, e i suoi occhi sono pozzi scuri pieni di promesse e sfide. Poi, con una forza che non mi aspettavo, mi spinge indietro.
Io barcollo, e la mia schiena colpisce la porta del bagno dei maschi. La maniglia mi preme nella schiena, e la porta si apre sotto il mio peso. Io cado all’indietro, e Giuly mi segue, le sue mani ancora sul mio petto, i suoi occhi ancora nei miei.
La porta si chiude alle nostre spalle con un clic, e ci ritroviamo nel bagno. È piccolo, con un lavandino, un gabinetto e una finestra opaca che lascia filtrare una luce grigiastra. L’aria odore di disinfettante e umidità, ma sotto quel puzzo sento ancora il suo profumo, dolce e inebriante.
Lei mi spinge contro il muro, e le sue labbra sono a un centimetro dalle mie. Il suo respiro è caldo sulla mia pelle, e sento il sapore della sua essenza nell’aria. «Sapevo che saresti venuto» sussurra, e le sue parole sono come una carezza sul mio collo.
Le sue mani scendono dal mio petto, scivolano lungo il mio addome, e raggiungono la cintura dei pantaloni. Le dita lavorano sulla fibbia con una destrezza che mi fa stringere i denti, e il suono del metallo che si apre è assordante nel silenzio del bagno. Il bottone dei pantaloni si slaccia, e la cerniera si abbassa con un rumore che sembra un ruggito.
Le sue dita si infilano nell’elastico dei boxer, e io trattengo il respiro. Lei mi guarda, e i suoi occhi sono profondi, pieni di una fame che mi fa tremare le ginocchia. Poi abbassa lo sguardo, e le sue labbra si schiudono in un sorriso che è allo stesso tempo tenero e predatorio.
«Lo sapevo» mormora, e la sua voce è un sussurro roco che mi fa venire la pelle d’oca. Le sue dita si chiudono attorno a me, e io devo appoggiarmi al muro per non cadere. Il suo tocco è leggero, quasi etereo, ma il calore della sua mano mi attraversa come una fiamma.
Lei si abbassa, lentamente, e i suoi capelli neri le cadono davanti al viso come una cortina di seta. Le sue ginocchia si posano sul pavimento freddo del bagno, e la gonna si tende sulle sue cosce mentre si sistema davanti a me. Il maglione si solleva leggermente, rivelando la striscia di pelle dorata sulla parte bassa della schiena, e io devo stringere i pugni per non allungare le mani.
Lei alza lo sguardo, e i suoi occhi scuri incontrano i miei. Ci sono mille cose in quello sguardo — promessa, sfida, desiderio, controllo — e io non riesco a distogliere il mio. Poi lei si sporge in avanti, e le sue labbra si schiudono.
Il primo contatto è un bacio leggero sulla punta, un sfioramento che mi fa trattenere il respiro. Le sue labbra sono morbide, calde, e il loro tocco è come una piuma sulla pelle. Poi lei apre la bocca, e io sento il calore del suo respiro avvolgermi come un mantello.
La sua lingua sfiora la punta, e un brivido mi attraversa dalla testa ai piedi. Lei traccia un percorso lento lungo la lunghezza, assaporando ogni centimetro come se fosse un dolce pregiato. La sua lingua è seta liquida, e ogni movimento è studiato, calcolato, come se stesse suonando uno strumento che solo lei sa suonare.
Io appoggio la testa contro il muro e chiudo gli occhi. Il piacere mi attraversa a ondate, e ogni ondata è più intensa della precedente. Sento le sue labbra chiudersi attorno a me, e il calore della sua bocca è come un fuoco che mi consuma. Lei inizia a muoversi, lentamente, e il ritmo è ipnotico, come una marea che sale e scende.
Le sue mani si posano sui miei fianchi, e le dita si affondano nella pelle come artigli. Io apro gli occhi e la guardo, e la vista di lei — in ginocchio, con i capelli neri che le cadono sul viso e le labbra avvolte attorno a me — è così erotica che devo mordermi il labbro per non venire subito.
Lei mi guarda dal basso, e i suoi occhi scuri brillano di una luce maliziosa. Le sue guance sono cave mentre succhia, e il suono della sua bocca che si muove è umido e osceno nel silenzio del bagno. Io le affondo le mani nei capelli, e le ciocche di seta nera mi scivolano tra le dita come acqua.
Lei accelera il ritmo, e io sento il piacere salire come un’onda che sta per infrangersi. I miei fianchi si muovono da soli, seguendo il ritmo della sua bocca, e lei li accoglie con un gemito che mi vibra attraverso la pelle. Le sue dita si stringono sui miei fianchi, e io sento le unghie affondare nella carne.
Poi, proprio quando sto per raggiungere il limite, lei si ferma. Toglie la bocca e mi guarda, e il suo sorriso è quello di un gatto che ha appena catturato un topo. Io ansimo, e il mio corpo trema per il bisogno di completare. Lei si lecca le labbra, e il gesto è così sensuale che mi fa male.
«Non ancora» sussurra, e la sua voce è come miele che cola su una ferita aperta. Poi si sporge di nuovo in avanti, e ricomincia.
Questa volta è più lenta, più deliberata. La sua lingua traccia cerchi attorno alla punta, e ogni cerchio è una tortura deliziosa. Le sue labbra si stringono, e io sento la pressione aumentare fino a diventare quasi insopportabile. Poi lei allenta la presa, e il contrasto mi fa gemere.
Le sue mani scivolono dai miei fianchi, e le dita raggiungono i testicoli. Li accarezza con tocchi leggeri, e io sento le gambe tremare. Lei li prende in mano, li massaggia con una delicatezza che è quasi reverenza, e io devo chiudere di nuovo gli occhi per non perdere il controllo.
La sua bocca scende lungo la lunghezza, e io sento la punta toccare il fondo della sua gola. Lei trattiene il riflesso faringeo con una facilità che mi fa capire che non è la sua prima volta, e il pensiero mi eccita ancora di più. Il calore e la pressione della sua gola mi avvolgono, e io le afferro i capelli con più forza.
Lei si ritrae, lentamente, e la sua lingua traccia una linea lungo la parte inferiore mentre risale. Quando arriva alla punta, i suoi occhi incontrano i miei, e io vedo qualcosa nel suo sguardo — un miscuglio di divertimento, desiderio e controllo assoluto. Poi lei apre la bocca e mi prende di nuovo, e questa volta il ritmo è più veloce, più intenso.
Io sento il piacere salire di nuovo, e questa volta è più forte, più potente. I miei fianchi si muovono più in fretta, e lei li segue senza esitazione. Il suono della sua bocca è umido e ritmico, e ogni movimento mi porta più vicino al limite.
Lei mi prende più in profondità, e io sento i muscoli della sua gola contrarsi attorno a me. Le sue dita continuano a massaggiare i testicoli, e la combinazione di sensazioni è quasi insopportabile. Io le tiro i capelli, e lei emette un suono che è a metà tra un gemito e un mugolio.
Il piacere si accumula come acqua dietro una diga, e io so che da un momento all’altro travolgerà tutto. Lei deve sentirlo, perché accelera ancora il ritmo, e la sua bocca diventa più avida, più affamata. Io ansimo il suo nome, e il suono della mia voce nel bagno vuoto è strano e distante.
Poi vengo, e il mondo esplode.
Il primo getto mi attraversa come una scossa elettrica, e io mi irrigidisco mentre il piacere mi consuma. Sento il calore del mio seme nella sua bocca, e lei lo accoglie senza esitazione. Il secondo getto è altrettanto intenso, e io le afferro i capelli con una forza che deve farle male, ma lei non si ferma.
Il terzo getto è più debole, e io mi accascio contro il muro mentre l’ultima ondata di piacere mi attraversa. Lei continua a muoversi, lentamente, assaporando ogni goccia, e io tremo per la sensibilità che mi fa quasi male.
Poi lei si ritrae, e io la guardo. I suoi occhi sono nei miei, e io vedo la mia essenza sul suo labbro inferiore. Lei sorride, e poi deglutisce. Il movimento della sua gola è lento, deliberato, e io sento il sangue pulsare nelle tempie mentre guardo.
Lei si alza in piedi, e i tacchi producono il loro suono secco sul pavimento mentre si avvicina a me. Le sue labbra sono a un centimetro dalle mie, e io sento il sapore della mia essenza nel suo bacio. Le sue mani si posano sul mio petto, e io le sento attraverso il tessuto della camicia come braci ardenti.
«Porca?» sussurra, e la sua voce è un sussurro roco che mi fa venire la pelle d’oca.
Io non rispondo. Non riesco a parlare. La guardo, e lei mi guarda, e c’è qualcosa nel suo sguardo — una promessa, una sfida, un invito — che mi fa capire che questa è solo l’inizio.







