
Matteo, nascosto sul terrazzo, osserva Naima spogliarsi sulla spiaggia privata della villa. Il suo corpo nudo sotto il sole siciliano accende un desiderio proibito ...
Un gioco di sguardi
Il vento si infila tra le pieghe dei pantaloni di lino mentre me ne sto appoggiato al parapetto di pietra lavica. Sotto di me, il mare sbatte contro gli scogli con un rumore sordo e costante, cinquanta metri più in basso. L’ iodio mi riempie le narici. Le piante grasse lungo il bordo del terrazzo tremolano appena. Spingo gli occhiali da sole sulla fronte e strizzo gli occhi contro la luce accecante del mattino siciliano.
La villa è silenziosa. Valeria dorme ancora, la porta della camera chiusa, il rumore del condizionatore che filtra dal corridoio. Ho la mattina tutta per me. O così credo.
Poi la vedo.
Naima attraversa il giardino degli agrumi con passo lento, i piedi nudi che calpestano le pietre calde del sentiero. La gonna nera corta le oscilla sulle cosce a ogni passo. Il grembiule bianco è annodato stretto sotto il seno, la stoffa che tira sulla camicetta, il décolleté che straripa dal tessuto leggero. I capelli ricci sono raccolti in uno chignon disordinato, qualche ciocca che le sfiora il collo. La sua pelle color caramello brilla sotto il sole.
Mi schiaccio contro il parapetto, istintivamente. Non so perché. Lei non può vedermi da questa angolazione, nascosto dalle piante grasse e dall’ombra del pergolato. Ma il mio corpo si muore da solo, si fa piccolo, si nasconde.
Naima ha la mattina libera. Me lo ha detto ieri sera, con quella sua voce gutturale, mentre mi serviva il whisky. “Domani non ci sono, signor Matteo. Vado in spiaggia.” E io ho annuito, senza capire che quelle parole si sarebbero piantate nel mio cervello come chiodi.
Ora la guardo attraversare il giardino e scendere verso la scala intagliata nella roccia che porta alla spiaggetta privata. I gradini sono ripidi, consumati dal sale e dal tempo. Lei li scende con agilità, i piedi nudi che trovano appoggio sicuro sulla pietra ruvida. La gonna si solleva appena, mostra la curva inferiore delle natiche. Stringo le dita sulla pietra lavica del parapetto.
La spiaggia è un fazzoletto di ciottoli bianchi circondato da scogli alti e frastagliati. L’acqua è così limpida che si vede il fondale, i sassi sul fondo, i pesci argentati che saettano tra le rocce. È nascosta alla vista da ogni parte, tranne che dal mare e dal terrazzo. Il mio terrazzo.
Naima si ferma sulla riva. Si volta verso la villa, gli occhi che scrutano le finestre. Io mi ritraggo ancora di più nell’ombra. Il cuore mi batte nelle tempie. Lei resta immobile per un momento, le mani sui fianchi, lo sguardo che scorre lungo la facciata della villa. Poi sorride. Un sorriso lento, consapevole, che le incurva le labbra piene.
Si volta di nuovo verso il mare. Le dita vanno ai nodi del grembiule.
Lo slaccia con un gesto solo e la stoffa bianca cade a terra. Poi è la volta della camicetta. I bottoni si aprono uno dopo l’altro, rivelando la pelle dorata del ventre, il solco tra i seni, il pizzo nero del reggiseno. Si sfila la camicetta dalle spalle con un movimento fluido, la getta sopra il grembiule.
Il sangue mi pulsa nelle vene. Il bernoccolo nei pantaloni preme contro il tessuto di lino, duro, insistente. Lo ignoro. Non posso muovermi. Non voglio muovermi.
Naima abbassa la lampo della gonna nera. La stoffa scivola lungo i fianchi, lungo le cosce, si accascia ai suoi piedi. La scavalca con un passo. Indossa solo il reggiseno di pizzo nero e uno slip sottile, dello stesso colore. Il contrasto con la sua pelle è violento, erotico. Le curve dei suoi fianchi, la rotondità del suo culo, la lunghezza delle sue gambe. Tutto è esposto, offerto al sole e al mio sguardo famelico.
Si china per raccogliere i vestiti. Le natiche si tendono, lo slip si infila nel solco. Mi mordo l’interno della guancia. Il sapore del sangue mi riempie la bocca.
Li posa su una roccia piatta, ordinatamente piegati. Poi le dita vanno dietro la schiena. Il reggiseno si slaccia. Lo fa scivolare lungo le braccia e lo aggiunge sopra la camicia. I seni sono liberi, pieni, con i capezzoli scuri che si induriscono sotto il bacio del vento marino. Si volta leggermente, come se cercasse qualcosa sulla riva, e li vedo di profilo. Tondi, pesanti, con una goccia di sudore che scende lungo il solco tra di essi.
Infine, lo slip. Lo abbassa con entrambe le mani, facendolo scivolare lungo le gambe. Lo scavalca. È nuda.
Completamente nuda sulla spiaggia privata, sotto il sole di Sicilia, con il mare che le lambisce i piedi. Il monte di Venere è coperto da una striscia sottile di peli scuri. Le cosce sono lunghe, muscolose, bagnate dagli schizzi delle onde. Il culo è rotondo, sodo, perfetto. Si stiracchia, le braccia sopra la testa, i seni che si sollevano, i muscoli dell’addome che si tendono.
Mi aggiusto i pantaloni. Il bernoccolo è evidente, preme contro il lino come un pugno chiuso sotto la stoffa. Lo tocco brevemente, un contatto involontario che mi fa trattenere il respiro.
Naima si stende su una roccia piatta vicino alla riva. La pietra è liscia, scaldata dal sole. Si sdraia sulla schiena, le gambe leggermente divaricate, le braccia lungo i fianchi. Chiude gli occhi. Il sole le accarezza la pelle, la fa brillare come miele fuso. Il petto si alza e si abbassa con un ritmo lento, ipnotico.
La osservo per minuti che sembrano ore. Il sudore le imperla la fronte, il petto, il ventre. Si muove appena, inarca la schiena, offre il corpo al sole. Le cosce si schiudono un po’ di più. Vedo le labbra del suo sesso, gonfie, leggermente aperte, come un fiore che si schiude. Il clitoride fa capolino tra le pieghe di pelle scura.
Il pene mi fa male. È duro come la pietra del parapetto, pulsa sotto i pantaloni. Lo stringo attraverso il tessuto, un gesto disperato, vergognoso. Ma non posso smettere di guardare.
Naima si gira a pancia in giù. Il culo è rivolto verso di me, due mezzelune perfette di carne dorata. Si appoggia sui gomiti, inarca la schiena, solleva le natiche. Il solco tra le chiappe si apre appena, rivela l’anellino scuro del buco nascosto del sedere, e sotto, il sesso lucido di umori. Si sta bagnando. Il sole, il vento, l’esposizione. Qualcosa la eccita.
Si passa una mano tra le cosce. Un gesto lento, quasi casuale. Le dita scivolano tra le labbra del sesso, e si bagnano dei suoi umori. Poi risalgono lungo il solco tra le natiche, sfiorano l’ano, tornano giù. Si massaggia il clitoride con movimenti circolari, la testa reclinata all’indietro, le labbra dischiuse.
Mi tiro fuori il pene dai pantaloni. Non resisto più. La stoffa di lino si tende, il bernoccolo esplode, l’erezione salta fuori come un animale in gabbia. Lo stringo alla base, sento il calore, la durezza, il bisogno. Comincio a muovere la mano su e giù, lentamente, gli occhi fissi su Naima.
Lei continua a toccarsi. Le dita affondano nel sesso, poi escono bagnate, scivolose. Se le porta alla bocca, le lecca. Poi torna giù, si scopa con due dita, il sedere che si solleva a ogni spinta. I seni oscillano contro la roccia, i capezzoli sfregano sulla pietra ruvida. Gode. Gode sotto il sole, sotto il mio sguardo, e non sa che la sto guardando. O forse lo sa.
Il pensiero mi attraversa come una scossa elettrica. Forse lo sa. Forse ha sempre saputo che ero qui, sul terrazzo, a guardarla. Forse tutta questa scena è per me. Il sorriso consapevole di prima, quando ha scrutato le finestre. La lentezza con cui si è spogliata. La posa provocante sulla roccia. Tutto è stato calcolato per farmi impazzire.
Aumento il ritmo della mano. Il pene pulsa, i coglioni si stringono. Il sudore mi cola lungo la schiena, mi bagna la camicia. Il parapetto di pietra lavica mi graffia il palmo dell’altra mano. Non me ne frega niente. L’unica cosa che esiste è Naima, il suo corpo dorato, le sue dita che si scopano il sesso bagnato.
Lei viene. Un fremito che le percorre tutto il corpo, la schiena che si inarca, le natiche che si contraggono, le dita che affondano dentro di sé. Un grido le sfugge dalle labbra, soffocato dal rumore delle onde. Il suo sesso si contrae, espelle umori che le colano lungo le cosce. Si accascia sulla roccia, ansimante, il petto che si alza e si abbasso veloce.
Vengo anch’io. Lo sperma schizza sul parapetto, sulla pietra lavica, sulle piante grasse. Un getto dopo l’altro, mentre il piacere mi esplode nel cervello e le ginocchia mi cedono. Mi appoggio al parapetto, ansimante, il pene ancora in mano, gocciolante.
Naima si alza. Si stiracchia di nuovo, senza fretta. Si passa le mani sul corpo, si accarezza i seni, il ventre, le cosce. Poi cammina verso l’acqua. Il mare le accoglie i piedi, poi le caviglie, poi i polpacci. Si tuffa. Il corpo scivola sotto la superficie, scompare per un momento, poi riemerge. Nuota con bracciate lente, i capelli che si sciolgono dallo chignon e le fluttuano intorno al viso come alghe scure.
La guardo nuotare. Il suo corpo è un’ombra sotto la superficie, si muove con grazia tra le rocce sommerse. L’acqua è così limpida che posso vedere tutto: le braccia che fendono l’acqua, le gambe che scalciano, i seni che galleggiano appena sotto la superficie. Si gira sulla schiena, si lascia trasportare dalle onde, i capezzoli puntati verso il cielo come due fari scuri.
Mi rimetto il pene nei pantaloni. La stoffa di lino è umida di sudore e di sperma. Mi sento sporco, eccitato, confuso. La guardo nuotare per altri dieci minuti, poi lei torna a riva. Esce dall’acqua come una dea, i capelli incollati al viso e alle spalle, la pelle che gocciola, il sesso e i seni esposti senza vergogna. Si strizza i capelli, si passa le mani sul corpo per asciugarsi.
Si sdraia di nuovo sulla roccia. Si mette a pancia in su, le gambe divaricate, il sesso aperto al sole. Chiude gli occhi. Il petto si alza e si abbassa con un ritmo lento. Si addormenta? O finge di dormire?
Non lo so. Non mi importa. La guardo e basta. La guardo come non ho mai guardato nessuna donna in vita mia. Con un desiderio che mi consuma, che mi brucia dentro, che mi fa dimenticare che sono sposato, che sono sul terrazzo di casa mia, che sto spiando la mia cameriera come un pervertito.
Il sole è alto nel cielo. Il calore è opprimente. Il sudore mi cola negli occhi. Ma non mi muovo. Non posso. Sono incollato a questo parapetto, prigioniero della visione di Naima nuda sulla spiaggia.
Lei si muove. Apre gli occhi. Si alza a sedere, si guarda intorno. Poi si volta verso la villa, verso il terrazzo. I suoi occhi trovano i miei. Un sorriso le incurva le labbra. Lo stesso sorriso di prima. Consapevole. Seducente. Complice.
Sa tutto.
Ha sempre saputo.
Mi saluta con la mano. Un gesto lento, pigro, quasi regale. Poi si alza, si riveste con la stessa lentezza con cui si era spogliata, raccoglie il grembiule e la gonna, la camicetta, il reggiseno, lo slip. Si veste sotto i miei occhi, senza mai smettere di guardarmi. Ogni bottone della camicetta è una promessa. Ogni nodo del grembiule è un invito.
Risale la scala intagliata nella roccia. Scompare nel giardino degli agrumi. Sento i suoi passi nudi sulle pietre del sentiero, sempre più vicini. Poi la sua voce, dal basso, gutturale, carica di promesse.
“Signor Matteo, ha bisogno di qualcosa?”
Mi sporgo dal parapetto. La guardo dal basso, i capelli sciolti, il grembiule annodato sotto il seno, la gonna corta che le accarezza le cosce. I suoi occhi sono due pozze scure, piene di malizia.
“No, Naima. Grazie.”
Il sorriso si allarga. Si volta e se ne va, i fianchi che oscillano a ogni passo. La guardo scomparire oltre l’angolo della villa. Il pene mi pulsa di nuovo nei pantaloni. Il bernoccolo preme contro il tessuto , duro, insistente, insoddisfatto.
Mi volto verso il mare. Le onde si infrangono contro gli scogli con un rumore costante, ipnotico. L’odore dello iodio mi riempie le narici. Il vento mi scompiglia i capelli. Le piante grasse lungo il parapetto tremolano appena.
Tutto è come prima. Tutto è cambiato.
Naima sa che la guardavo. E non le è dispiaciuto. Anzi. Il suo sorriso, il suo saluto, la sua voce. Tutto parlava di complicità, di desiderio, di promesse non dette.
Mi passo una mano sul viso. Il sudore, il sole, il sale. Tutto si mescola sulla mia pelle. Il cuore mi batte ancora forte nelle tempie. Il respiro è corto, irregolare.
La mattina è quasi finita. Tra poco Valeria si sveglierà. Tra poco Naima servirà il pranzo sulla terrazza, con il suo grembiule bianco e la sua gonna corta, i suoi occhi scuri e il suo sorriso consapevole. E io sarò lì, a tavola, a guardarla, a desiderarla, a ricordare il suo corpo nudo sulla spiaggia, le sue dita che si scopavano il sesso bagnato, il suo culo che si sollevava verso il sole.
E lei lo saprà. Lo leggerà nei miei occhi, nel mio sguardo, nel modo in cui mi agito sulla sedia, nel bernoccolo che preme contro i pantaloni di lino.
Il gioco è cominciato. E io non ho nessuna intenzione di fermarmi.






