
Laura, in una sala da pittura veneziana, viene travolta dal piacere e desiderio per la modella , raggiungendo l'orgasmo in un sogno ad occhi aperti.
Il corso di pittura
È dicembre, e l’aria porta con sé quel freddo umido che si infila sotto i vestiti, che sa di nebbia e di pietra bagnata. Entro dal portone principale, i passi che risuonano sul marmo consumato dell’ingresso. Un albero di Natale troneggia nell’atrio, addobbato con palline rosse e fili d’argento, e ovunque ci sono ghirlande di vischio appese alle colonne. Il profumo di resina e di cera fusa si mescola a qualcosa di più indefinibile, qualcosa che sa di chiuso e di antico.
Mi fermo un momento a guardarmi intorno. Le decorazioni natalizie sembrano quasi fuori luogo in questa villa palladiana, con i suoi soffitti affrescati e i suoi pavimenti a mosaico. Eppure c’è qualcosa nel contrasto che mi attrae, nel modo in cui il rosso e l’oro delle feste si sposano con il marmo freddo e le ombre lunghe dei corridoi. Stringo sotto il braccio la cartella con i fogli e i pennelli nuovi, quelli che ho comprato appositamente per questo corso.
Non mi considero un’artista. Non lo sono mai stata. Ma qualcosa mi ha spinta a iscrivermi, una curiosità che non sapevo di avere, un bisogno di mettere le mani in qualcosa di diverso dalla solita routine.
Seguo le indicazioni per la sala da pittura, percorrendo un corridoio lungo le cui pareti sono appesi ritratti ottocenteschi. Occhi dipinti mi osservano passare, indifferenti. Il suono delle mie scarpe sul parquet è l’unico rumore, finché non raggiungo una porta socchiusa da cui filtra una luce calda. Spingo il battente ed entro.
La sala è più grande di quanto mi aspettassi. Al centro troneggia un cavalletto, e intorno sono disposte otto sedie in cerchio, ciascuna con il suo piccolo tavolino portacolori. Le altre partecipanti sono già arrivate, e mi guardano con curiosità mentre mi avvicino a una sedia libera. Sono tutte donne, di età diverse, alcune con grembiuli già macchiati di colore, altre impeccabili come se fossero pronte per un ricevimento.
Il soffitto è alto, decorato con stucchi bianchi e dorati, e un lampadario a gocce diffonde una luce ambrata che rende tutto più morbido, più intimo. L’aria odora di trementina, di lino e di qualcosa di caldo, come di corpi vicini in uno spazio chiuso.
Mi siedo e appoggio la cartella per terra. Le mani mi tremano leggermente mentre tiro fuori i fogli, i carboncini, i tubetti di colore che ho comprato senza sapere bene cosa farci. La donna alla mia destra mi rivolge un cenno del capo, un sorriso rapido, poi torna a preparare la sua palette. Nessuna parla molto. C’è un silenzio carico di attesa, rotto solo dal fruscio della carta e dal tintinnio dei barattoli di vetro.
L’insegnante entra da una porta laterale. È una donna magra, con i capelli grigi raccolti in uno chignon severo e gli occhiali appoggiati sulla punta del naso. Parla con voce pacata, spiegando che il corso coprirà tutto il percorso: dal disegno al colore, dalla linea alla materia. Annuisco, anche se nessuno mi guarda. Le sue parole scivolano via come l’acqua del canale fuori dalla finestra, e io mi ritrovo a fissare il cavalletto vuoto al centro della sala, la tela bianca che aspetta.
La mattina passa lentamente. Disegniamo linee, curve, ombre. Il carboncino mi sporca le dita, e io lo guardo affascinata mentre si deposita sulla pelle, nero contro il pallore della mia mano. Lo sfrego tra pollice e indice, sento la consistenza polverosa, il modo in cui aderisce alle impronte digitali.
C’è qualcosa di primitivo in questo gesto, qualcosa che mi fa pensare a caverne e a fuochi accesi nella notte. Mi sporco le mani sempre di più, quasi senza accorgermene, e quando me ne rendo conto le mie dita sono nere, come se avessi affondato le mani nella terra.
Pranziamo in silenzio, ciascuna al proprio posto, mordendo panini che qualcuno ha preparato e lasciato su un vassoio d’argento. Il pomeriggio porta il colore. Apro i tubetti, uno dopo l’altro, e la consistenza densa della tempera mi sorprende. È più fredda di quanto pensassi, più viva. Ne spremo un po’ sulla palette: rosso cadmio, giallo ocra, blu oltremare. Mescolo con il pennello, e i colori si fondono in sfumature che non mi aspettavo, tonalità che non sapevo di poter creare.
È allora che l’insegnante annuncia la sessione pomeridiana. La modella. Il cuore mi salta un battito, e il pennello mi scivola tra le dita, lasciando una strisciata rossa sul tavolino. La guardo cadere come al rallentatore, quella goccia di rosso che si allarga sul legno chiaro. Qualcuno si alza per chiudere le tende, e la luce si fa più bassa, più intima. Il silenzio si addensa come vernice fresca.
La porta laterale si apre di nuovo, e lei entra.
È alta, molto più alta di quanto mi aspettassi. I capelli neri le cadono sulle spalle come onde scure, e la sua pelle ha quel calore mediterraneo che sembra catturare la luce del lampadario e trattenerla. Indossa un accappatoio bianco che le avvolge il corpo, e in testa porta un cappello di Babbo Natale, rosso e bianco, con il pompon che dondola a ogni passo.
Sorride, un sorriso che non rivela nulla e promette tutto, e si dirige verso il podio al centro della sala. Il velluto cremisi della pedana sembra fatto apposta per lei, come se il rosso del tessuto fosse un prolungamento del rosso del cappello.
Si siede sul bordo del podio e, con un gesto fluido, lascia cadere l’accappatoio. Il tessuto bianco scivola a terra come neve, e il suo corpo rimane esposto davanti a noi, nudo tranne per quel cappello assurdo e festoso. Trattengo il respiro. Il seno è grande, pieno, con una gravità che sfida la geometria, i capezzoli scuri come more mature che puntano verso l’alto.
La curva dei fianchi è pronunciata, il fondoschiena rotondo e sodo, come scolpito in un materiale più caldo del marmo. La pelle è liscia, senza imperfezioni, e la luce dorata del lampadario la rende quasi lucente, come se fosse stata spalmata d’olio.
Ma è la parte intima che cattura la mia attenzione, che mi costringe a sbattere le palpebre come se avessi fissato il sole. È rasata, completamente priva di peli, e le labbra sono vistose, piene, leggermente dischiuse come i petali di un fiore notturno. Rosa scuro, quasi viola alle estremità, sembrano pulsare sotto la luce, e io non riesco a distogliere lo sguardo. Il calore mi sale al viso, e le mani mi si stringono intorno al pennello.
Le altre pittrici hanno già cominciato a disegnare. Sento il rumore dei carboncini sulla carta, il fruscio dei pennelli carichi di colore. Ma io rimango immobile, il respiro corto, gli occhi fissi su quel corpo che sembra troppo perfetto per essere reale. La modella si muove leggermente, aggiustando la posizione, e il movimento fa oscillare il seno, fa tendere la pelle delle cosce. Il cappello di Babbo Natale pende leggermente di lato, e i capelli neri le sfiorano le spalle.
Afferro il pennello e lo intingo nel rosso. Il colore è denso, quasi solido, e quando lo poso sulla tela sento una scossa attraversarmi il braccio. Disegno una curva, poi un’altra, e mi accorgo che sto tracciando il contorno del seno, la linea piena che dal collo scende verso il capezzolo scuro. Le mani si muovono da sole, guidate da qualcosa che non è la mente, qualcosa di più profondo e più antico. Il rosso si mescola al giallo, crea sfumature di pelle che non esistono nella realtà ma che sento vere, come se il colore potesse catturare ciò che gli occhi non vedono.
La modella mi guarda. I suoi occhi sono scuri, penetranti, e c’è qualcosa nel suo sguardo che mi attraversa come un dito che preme un punto sensibile. Sorride, e quel sorriso è un invito e una sfida. Abbasso gli occhi sulla tela, ma le mani continuano a tremare. Il pennello scivola, e una goccia di rosso cade sul dorso della mia mano. La guardo allargarsi, calda e vischiosa, e invece di pulirla la spalmo con l’indice, sentendo la consistenza del colore sulla pelle, il modo in cui si mescola al sudore che mi imperla il polso.
Continuo a dipingere. Il fondoschiena ora, la curva piena che si innalza dal podio di velluto. Mescolo il rosa con il bianco, cerco di catturare la luce che si posa su quella pelle, ma il colore non è mai abbastanza, la tela non è mai abbastanza. Le mani mi si sporcano sempre di più: giallo sulle nocche, blu sul palmo, rosso sotto le unghie. Il calore nella sala si fa opprimente, come se i corpi di tutte queste donne, la modella e le pittrici, stessero scaldando l’aria fino a renderla irrespirabile.
Mi slaccio il primo bottone della camicia. Poi il secondo. L’aria sulla pelle del collo è un sollievo, ma non basta. Il sudore mi cola lungo la schiena, e sento il tessuto della gonna aderire alle cosce. La modella ha cambiato posizione: ora è sdraiata su un fianco, il braccio piegato sotto la testa, il seno che preme contro il velluto cremisi.
Le labbra della sua parte intima sono più visibili ora, rosa scuro contro la pelle chiara, e io le dipingo con un pennello più sottile, seguendo il contorno con una precisione che mi fa trattenere il respiro.
Il colore mi gocciola lungo il polso. Lo sento scendere verso l’avambraccio, una linea sottile che sembra un graffio. Non mi fermo a pulirlo. Le dita mi si intorpidiscono, come se il colore avesse sostituito il sangue nelle vene, e ogni pennellata è un atto di possesso, un modo di toccare quel corpo senza toccarlo, di sentire quella pelle sotto le mie dita senza attraversare lo spazio che ci separa.
Mi alzo dalla sedia. Le altre pittrici mi guardano con la coda dell’occhio, ma nessuna dice nulla. Mi sfilo la camicia e la lascio cadere sulla sedia. Il reggiseno è bianco, semplice, ma sotto la luce dorata del lampadario sembra trasparente. I miei seni sono più piccoli di quelli della modella, e per un momento provo qualcosa che non so definire, un misto di invidia e di desiderio che mi fa stringere i pugni.
Il colore mi macchia il ventre, una striscia di blu che non ricordo di aver fatto, e io la sfrego con il palmo, spargendola sulla pelle come una vernice.
La modella mi guarda ancora. Il suo sorriso si è allargato, e ora c’è qualcosa di apertamente provocatorio nella curva delle sue labbra. Si lecca il labbro inferiore, lentamente, e io sento un fremito attraversarmi dall’interno, un’onda che parte dal basso ventre e sale fino alla gola. Le mie mani tornano alla tela, e ora dipingo più in fretta, con meno controllo. Il pennello traccia linee che non seguono più il contorno del corpo ma qualcosa di più profondo, più essenziale. Le labbra della modella, il loro rosa scuro, la loro promessa di umidità e di calore.
Mi sfilo la gonna. Scivola a terra con un fruscio, e io rimango in reggiseno e mutandine, il corpo esposto alla luce dorata e agli sguardi delle altre donne. Ma non mi importa. Il colore mi copre le mani, le braccia, il ventre. Sento la trementina pizzicare la pelle, e il calore si fa più intenso, come se il colore stesso stesse bruciando. Le mie dita trovano il tubetto di rosso, e lo spremo direttamente sulla pelle, sulla clavicola, lungo lo sterno, come se stessi dipingendo il mio corpo invece della tela.
La modella si è messa a quattro zampe sul podio. Il fondoschiena è rivolto verso di me, rotondo e perfetto, e tra le cosce la sua parte intima è completamente esposta, le labbra piene e dischiuse come un fiore che si offre. Il cappello di Babbo Natale è scivolato indietro, e i capelli neri le cadono sul viso. Mi guarda da sopra la spalla, e il suo sguardo è una mano che mi afferra il ventre, che mi tira verso di lei.
Dipingo con le mani ora, abbandonando il pennello. Le dita affondano nel colore, e poi sulla tela, e io sento la consistenza della pittura sotto i polpastrelli, fredda e densa, come pelle bagnata. Le mie mani si muovono come se accarezzassero un corpo, seguendo le curve che ho davanti agli occhi, le curve che il mio corpo ricorda anche senza guardare. Il seno della modella, il suo fondoschiena, le sue labbra. Dipingo tutto, e ogni pennellata è una carezza, ogni tocco è un sussurro.
Il calore è ovunque ora. Sento il sudore colare tra i seni, lungo la schiena, e le mutandine sono umide, aderiscono alla pelle come una seconda membrana. Le mie cosce si stringono l’una contro l’altra, e il movimento crea un attrito che mi fa mordere il labbro. Le dita della mano sinistra scendono verso il basso, seguendo una linea di colore che dal ventre arriva all’elastico delle mutandine. Esito un momento, il respiro sospeso, poi le dita scivolano sotto il tessuto.
La modella ha allargato le gambe. Le sue labbra sono completamente visibili ora, rosa scuro, lucide, e io le dipingo con il rosso più intenso che ho sulla palette, un rosso che sembra sangue, che sembra desiderio. Le mie dita si muovono in sincronia con il pennello, e ogni tratto sulla tela corrisponde a un movimento sotto il tessuto, a una carezza che si fa più precisa, più urgente.
Chiudo gli occhi. Il buio si riempie di colori: rosso, oro, il rosa scuro delle labbra della modella. Sento il suo respiro nella mente, o forse è il mio, non lo so più. Le dita si muovono più in fretta, e il colore si sparge sulla tela in chiazze informi che non rappresentano più nulla di riconoscibile, solo sensazione, solo calore. Il ventre si contrae, le cosce tremano, e io apro la bocca in un respiro che è quasi un gemito.
Apro gli occhi di scatto.
La sala è vuota. Le sedie sono tutte al loro posto, intatte, senza traccia di colore o di carboncino. Il lampadario è spento, e l’unica luce viene dalla finestra, il grigiore del pomeriggio invernale che filtra attraverso i vetri. Il podio di velluto cremisi è vuoto, senza l’ombra di un corpo, senza l’impronta di una presenza. L’aria odora solo di polvere e di legno vecchio, non di trementina, non di sudore femminile.
Mi guardo le mani. Sono pulite. Nessuna traccia di colore, nessuna macchia di rosso o di blu. Le unghie sono curate, il palmo è asciutto. Abbasso lo sguardo sul mio corpo: la camicia è abbottonata, la gonna è al suo posto, non ci sono strisce di pittura sulla pelle, non c’è sudore tra i seni. Il cuore mi batte forte nelle orecchie, e il respiro è ancora corto, come se il mio corpo non si fosse accorto che è finita.
Mi volto verso il cavalletto davanti a me. La tela è lì, tesa sulla cornice di legno, e la sua superficie è completamente bianca. Non c’è nulla: nessun tratto di carboncino, nessuna pennellata di rosso, nessuna curva che riproduca il seno della modella o il contorno del suo fondoschiena. Solo il bianco, puro e intatto, come la neve che cade fuori dalla finestra.
Rimango immobile a fissare quella bianchezza. Le mani mi tremano ancora, e il calore nel basso ventre non si è spento del tutto, come una brace che continua a consumarsi sotto la cenere. La modella non c’è mai stata. Le altre pittrici non ci sono mai state. Il corso, il pomeriggio, il colore sulle mie dita, il corpo esposto sul podio di velluto: tutto è stato solo nella mia mente, un fuoco che si è acceso e si è spento senza lasciare traccia.
Allungo la mano verso la tela. Le dita sfiorano la superficie ruvida, e il contatto mi fa trasalire. È reale, questa tela. È reale il legno del cavalletto, è reale il freddo della stanza, è reale il profumo di neve che entra dalla finestra socchiusa. Ma quello che ho vissuto, quello che ho sentito, il calore e il colore e il desiderio: tutto quello è svanito, come un sogno che si dissolve al risveglio.
Ritraggo la mano. La appoggio in grembo, e le dita si stringono l’una contro l’altra, come se cercassero qualcosa che non c’è più. Il bianco della tela mi guarda, vuoto e paziente, e io so che potrei riempirlo, che potrei prendere un pennello e ricominciare da capo. Ma non lo faccio. Rimango seduta, il respiro che torna lento, gli occhi fissi su quel nulla che aspetta di diventare qualcosa.
Fuori dalla finestra, la neve continua a cadere su Venezia, e l’acqua del canale riflette il grigio del cielo. La villa è silenziosa, e io sono sola, con una tela bianca e un desiderio che non ha trovato la sua forma.
Non sono un’artista. Non lo sono mai stata. Ma per un momento, nel calore di quel sogno, ho sentito qualcosa che assomigliava alla creazione. E forse, forse, è da lì che bisogna partire.







