
Sophie accetta l'invito di Giorgio per Capodanno a Cortina, dove una tombola erotica con Clara, Marco, Elena e Stefano porta a baci inaspettati e tensioni latenti.
Segreti e verità
Oggi vi racconto una storia che mi è successa l’altro inverno. Un inverno che non dimenticherò facilmente, anche se a volte mi chiedo se sia davvero successo o se l’abbia sognato dopo troppo prosecco.
Tutto inizia con un messaggio sul telefono. È dicembre, il 28 per la precisione, e sto spolverando il mio appartamento a Venezia con lo stesso entusiasmo di un gatto costretto a fare il bagno. Il telefono vibra sul tavolo della cucina, e quando vedo il nome “Giorgio” sullo schermo, mi blocco con lo straccio a mezz’aria.
Giorgio. Non lo sentivo da tre anni. L’avevo conosciuto in un villaggio turistico a Zanzibar, durante una di quelle vacanze in cui ti prometti che ti rilasserai e invece finisci a fare amicizie assurde con persone che non rivedrai mai più. O almeno, questo era il piano.
Apro il messaggio e leggo: “Sophie! Ti va di passare l’ultimo dell’anno a Cortina? Villa di un mio amico, Michele. Saremo in pochi. Solo coppie e tu. Che dici?”
Rileggo tre volte. Poi altre due. Mi siedo sulla sedia della cucina e fisso il telefono come se potesse spiegarmi cosa sta succedendo. Giorgio e io abbiamo avuto una specie di relazione a Zanzibar. Niente di serio, più che altro una serie di serate a bere cocktail con gli ombrellini mentre il sole tramontava sull’oceano, ma abbastanza da creare un legame che credevo si fosse sciolto come il ghiaccio nei miei drink tropicali.
Rispondo dopo venti minuti di riflessione, durante le quali ho pulito la stessa mensola sei volte: “Ci sono. Mandami l’indirizzo.”
Due giorni dopo, la mia auto arranca lungo le curve delle Dolomiti coperte di neve. Il navigatore mi indica la strada verso una zona di Cortina che non conosco, quelle parti dove le ville non sono case ma dichiarazioni di esistenza, monumenti al successo costruiti con legno e vetri che riflettono le montagne.
La villa di Michele appare all’improvviso, dopo una curva che mi fa stringere il volante con entrambe le mani. È una struttura moderna che sembra essere cresciuta dalla roccia stessa, con grandi finestre che brillano di luce calda contro il bianco della neve. Parcheggio l’auto nel vialetto già occupato da altre tre macchine costose quanto il mio appartamento.
La porta si apre prima che io possa bussare. Giorgio è lì, con i capelli più grigi di come li ricordavo ma con lo stesso sorriso che a Zanzibar mi convinceva a fare cose che il mio buon senso veneziano avrebbe vietato.
“Sophie!” esclama, e mi abbraccia con un calore che mi sorprende. “Sei identica a tre anni fa. Come fai?”
“Prodotti skincare costosi e negazione sistematica dell’invecchiamento,” rispondo, e lui ride.
Mi fa entrare e l’ingresso mi toglie il respiro. Non per l’altitudine, questa volta. L’atrio è un open space che si estende su due piani, con un camino che domina la stanza come un altare. Il pavimento è coperto da tappeti di pelo bianco così soffice che i miei stivali affondano di qualche centimetro. Davanti al camino, un tavolo di vetro riflette le fiamme, apparecchiato con posate d’argento e calici che sembrano aspettare una cena di stato.
“Michele ha buon gusto,” commento, perché non mi viene in mente altro.
“Michele ha un budget illimitato e un architetto con manie di grandezza,” ride Giorgio. “Vieni, ti presento gli altri.”
Attraversiamo l’atrio verso il salone, dove un divano a L grande come il mio letto circonda un tavolino basso. Tre persone sono già sedute, e quando entriamo si girano verso di me con il tipo di curiosità che si riserva agli ospiti a sorpresa.
“Sophie, lei è Clara,” dice Giorgio indicando una donna bionda con un vestito nero che deve costare più del mio stipendio mensile. Clara sorride con labbra perfette e mi porge una mano curata. Suo marito Marco è accanto a lei, un uomo con i capelli brizzolati e un orologio al polso che brilla anche nella luce del camino.
“E loro sono Elena e Stefano,” continua Giorgio, indicando l’altra coppia seduta sul divano. Elena è mora, con occhi scuri che mi studiano con interesse. Stefano ha l’aria di chi è abituato a ottenere quello che vuole, il tipo di uomo che negozia contratti milionari mentre aspetta l’aperitivo.
“Sophie è un’amica di vecchia data,” spiega Giorgio mentre mi siedo su una poltrona che mi inghiotte quasi completamente. “Ci siamo conosciuti a Zanzibar.”
“Zanzibar!” esclama Clara. “Che meraviglia. Noi ci siamo stati per il nostro anniversario, tre anni fa.”
“In che villaggio?” chiedo, e quando Clara risponde con lo stesso nome del mio, io e Giorgio ci scambiamo un’occhiata che non sfugge a Elena.
“Piccolo il mondo,” commenta Stefano con un sorriso che suggerisce che ha capito molto più di quanto vogliamo ammettere.
La cena inizia un’ora dopo, servita da una coppia di camerieri che appaiono e scompaiono come fantasmi ben addestrati. Il tavolo di vetro è apparecchiato con una precisione chirurgica, ogni calice a distanza esatta dall’altro, ogni piega del tovagliolo identica. Ci sediamo io e Giorgio alle estremità, le due coppie ai lati, e per un momento mi chiedo se sono stata invitata come ospite o come attrazione.
Il cibo è eccezionale. Antipasti di pesce crudo che si sciolgono sulla lingua, un primo di risotto al tartufo che mi fa emettere suoni poco eleganti, e un secondo di carne così tenera che il coltello quasi non serve. Il vino scorre, un rosso che Giorgio descrive come “un regalo di Michele” con un tono che mi fa capire che Michele non è presente ma la sua generosità sì.
La conversazione fluisce tra una portata e l’altra. Clara racconta del suo lavoro in una galleria d’arte, Marco parla di investimenti con la passione di chi descrive una partita di calcio, Elena e Stefano si scambiano aneddoti di viaggi in posti dove non sono mai stata e probabilmente non andrò mai.
“Sophie, tu cosa fai?” chiede Elena, versandomi altro vino senza aspettare risposta.
“Sono una modella professionista,” dico. “ma, mi piace anche scrivere e raccontare, come faccio nel mio blog Storie Accanto. Uno spazio dove essere la voce di storie che nessuno racconta. Le storie più vicine, quelle della porta accanto.”
Tutti mi fanno i complimenti, e per un momento mi rilasso. Forse questa serata sarà solo una cena elegante con persone interessanti e un ex che ricordo con affetto.
Poi, dopo il dolce — una mousse al cioccolato che dovrebbe essere illegale — Giorgio si alza e va verso un mobile accanto al camino. Torna con una scatola di legno intagliato che posa al centro del tavolo di vetro.
“E ora,” annuncia con un sorriso che riconosco da Zanzibar, “il momento che aspettavamo.”
“Giorgio,” dice Clara con una voce che è un misto di divertimento e allarme, “cos’hai in mente?”
Lui apre la scatola e ne estrae quello che sembra un tabellone della tombola. Ma quando lo dispiega sul tavolo, vedo che i numeri sono accompagnati da scritte che mi fanno sgranare gli occhi.
“Tombola erotica,” dichiara Giorgio con orgoglio. “Regalo di Michele. Ogni numero ha un significato, e ogni significato ha una conseguenza.”
Marco ride, un suono profondo che rimbomba nel petto. “Stai scherzando.”
“Mai stato più serio,” risponde Giorgio. Estrae dalla scatola un sacchetto di velluto rosso. “Il regolamento è semplice. Estraggo un numero, leggo il significato, e chi ha quel numero sul tabellone deve eseguire l’azione. Se non hai il numero, bevi. Se ce l’hai e non esegui, ti togli un indumento. Se resti senza indumenti…” lascia la frase in sospeso con un sorriso.
Guardo il mio tabellone, che Giorgio mi ha posto davanti. È coperto di numeri, ognuno con una casella vuota accanto. “Non ho portato fagioli,” dico, e Clara ride.
“Usiamo questi.” Giorgio mi porge una manciata di bottoni neri. “Michele pensa a tutto.”
Il primo numero estratto è il 23. “Bacio sulla guancia a scelta,” legge Giorgio. Marco ha il numero, bacia Clara con teatralità esagerata, tutti applaudono come se fosse un traguardo olimpico.
Il secondo numero è il 45. “Massaggio alle spalle per trenta secondi.” Elena ha il numero, si alza e massaggia Stefano con movimenti che suggeriscono pratica considerevole.
Il terzo numero è il 12. “Descrivi la tua fantasia proibita.”
Silenzio. Tutti guardano il tabellone. Clara alza la mano con un sorriso colpevole.
“Avanti,” la incoraggia Marco.
Clara beve un sorso di vino, poi dice: “Una spiaggia. Di notte. Con qualcuno che non ho mai visto prima.”
“Romantico,” commenta Elena. “Io avrei detto qualcosa di più spinto.”
“È per questo che toccherà a te tra poco,” ribatte Clara, e tutti ridono.
I numeri continuano a uscire dal sacchetto. Il 7 è “fai un complimento esplicito alla persona alla tua destra.” Tocca a Elena, che si gira verso Marco e dice: “Hai delle mani che sembrano fatte per altre cose che non siano stringere bicchieri.” Marco arrossisce, Clara applaude.
Il 19 è “racconta il tuo bacio più imbarazzante.” Stefano racconta di un appuntamento alle medie finito con un naso sanguinante e un rifiuto che ancora brucia.
Poi esce il 33. Giorgio legge il significato e il suo sorriso si allarga.
“Togliti un indumento. Obbligatorio.”
Il silenzio cala sul tavolo. Guardo il mio tabellone. Il 33 è lì, nella terza fila, che mi fissa come un’accusa.
“Sophie,” dice Giorgio con dolcezza. “Tocca a te.”
Le coppie mi guardano con anticipazione. Elena ha un sorriso che suggerisce che si diverte un mondo. Clara si copre la bocca con la mano, gli occhi brillanti.
Mi alzo, le gambe leggermente instabili — il vino, mi dico, è solo il vino — e slaccio il primo bottone della camicetta. Poi il secondo. La stanza è calda, il camino crepita, e quando la camicetta cade sulla sedia, tutti applaudono come se avessi appena completato una maratona.
“Continuiamo,” dice Giorgio, e la sua voce ha un tono diverso ora, più profondo.
I numeri si susseguono. Il 28 è “bacia la persona alla tua sinistra per dieci secondi.” Clara ha il numero, si gira verso Elena, e le due donne si scambiano un bacio che fa sollevare le sopracciglia a entrambi gli uomini.
“Dieci secondi erano finiti da un pezzo,” commenta Stefano quando si separano.
“Stavamo contando male,” risponde Elena con un sorriso innocente.
Il 41 è “togliti un indumento.” Tocca a Marco, che si toglie la camicia rivelando un torace sorprendentemente tonico. Clara fischia, io mi copro la bocca per nascondere un sorriso.
Il 52 è “fai un massaggio a scelta.” Elena sceglie me, si avvicina alla mia poltrona, e le sue mani lavorano le mie spalle con una pressione che mi fa chiudere gli occhi.
“Sei tesa,” sussurra al mio orecchio. “Dovresti rilassarti di più.”
“Ci sto lavorando,” rispondo, e la mia voce viene fuori più roca di quanto intendessi.
Il gioco continua. Gli indumenti si accumulano sulle sedie come pelle di serpente abbandonata. Clara perde il vestito, rivelando completi intimo neri che sembrano usciti da una rivista. Stefano rimane in boxer, e Marco segue a ruota. Elena è ancora vestita, grazie a una serie di numeri fortunati e a una disponibilità a eseguire le azioni che fa arrossire persino Giorgio.
Poi esce il 66. Giorgio legge il significato e il suo sorriso diventa quasi feroce.
“Bacia qualcuno del tuo stesso sesso. Per un minuto. Con trasporto.“
Il silenzio è assoluto. Guardo il tabellone. Il 66 è lì, nell’angolo in basso a destra, dove l’avevo ignorato fino a ora.
“Sophie,” dice Elena con voce vellutata. “Sembra che tocchi a noi due.”
Si alza e si avvicina alla mia poltrona. Io rimango immobile, il cuore che batte contro le costole come un uccello in gabbia. Quando si china su di me, i suoi capelli mi sfiorano il viso, profumano di qualcosa di costoso e di bosco.
“Sei nervosa?” chiede, e la sua voce è così vicina che posso sentire il calore del suo respiro.
“Un po’,” ammetto.
“Non esserlo,” dice, e poi le sue labbra toccano le mie.
Il bacio inizia gentile, esploratorio. Poi qualcosa cambia, e la gentilezza si trasforma in qualcos’altro. Le sue mani mi afferrano il viso, le mie le trovano sui fianchi, e quando le nostre lingue si incontrano, sento un suono uscire dalla mia gola che non riconosco.
Un minuto dopo — o un’ora, ho perso la cognizione del tempo — Elena si stacca da me con un sorriso soddisfatto. Tutti applaudono, fischi, commenti che non registro perché sto ancora cercando di ricordare come si respira.
“Questo sì che era un bacio,” dichiara Stefano con ammirazione.
“Grazie,” risponde Elena senza staccarmi gli occhi di dosso. “È stato un piacere.”
Il gioco riprende con intensità rinnovata. Il 77 è “scambia il posto con qualcuno.” Giorgio ha il numero, e sceglie di scambiarsi con Marco. Ora Clara è seduta accanto a me, e il suo profumo mi arriva a ondate.
“Ti stai divertendo?” mi chiede, chinandosi verso di me mentre Giorgio estrae il numero successivo.
“Più di quanto mi aspettassi,” rispondo onestamente.
Il 88 è “togliti un indumento.” Clara ha il numero, e si slaccia il reggiseno con un movimento fluido. I suoi seni sono perfetti, piccoli e sodi, e quando li libera, li scuote con noncuranza.
“È solo pelle,” dice notando il mio sguardo. “Niente che non hai anche tu.”
“I miei non sono così perfetti,” rispondo senza pensare.
Clara ride, un suono genuino che mi sorprende. “Tesoro, nessuno è perfetto. È per questo che esiste la luce soffusa.”
Il 91 è “toccami.” Il significato è vago, ma l’interpretazione è lasciata all’immaginazione. Stefano ha il numero, si avvicina a Elena — che ora è seduta dove prima c’era Marco — e le fa scorrere una mano lungo la coscia.
“Qui?” chiede con un sorriso.
“Lì va bene,” risponde Elena con voce pigra. “Ma anche più su.”
Stefano obbedisce, e la mano sale fino all’orlo delle mutandine di Elena. Lei chiude gli occhi, si morde il labbro inferiore, e quando lui si ferma, emette un suono di protesta.
“Il numero non specificava quanto,” dice Stefano con un sorriso malizioso.
“Il numero era scritto da qualcuno con poca immaginazione,” ribatte Elena.
Il gioco continua fino a quando non restiamo tutti in biancheria intima — o meno. Elena è nuda, distesa sul divano come un’odalisca, senza alcun imbarazzo. Stefano è in boxer, Marco lo stesso, Clara ha ancora le mutandine, io ho reggiseno e slip, e Giorgio — che ha avuto una serie di numeri fortunati — è ancora quasi vestito.
“Non vale,” protesta Elena. “Tu hai barato.”
“Non ho barato,” risponde Giorgio con un sorriso serafico. “Ho solo avuto fortuna.”
“La fortuna finisce,” dice Clara, e prende il sacchetto di velluto. Estrae un numero senza guardare. “99.”
Giorgio legge il significato e impallidisce leggermente.
“Togliti tutto. Immediatamente.”
“Che coincidenza,” commenta Stefano con un sorriso che suggerisce il contrario.
Giorgio si alza, si slaccia i pantaloni con movimenti calmi, e li fa scivolare lungo le gambe. Quando rimane in boxer, esita per un momento.
“Avanti,” lo incoraggia Elena. “Non essere timido ora.”
Giorgio si toglie anche i boxer, e quando rimane nudo davanti a noi, Clara fischia di nuovo.
“Zanzibar deve essere stata interessante,” commenta, e io arrossisco.
L’ultimo numero viene estratto da Elena, che lo legge con un sorriso che promette guai.
“100. Tombola. Tutti devono fare quello che dice chi ha estratto il numero.”
Si guarda intorno, i suoi occhi scuri si fermano su ognuno di noi come se ci stesse valutando.
“Cosa scegli?” chiede Marco con voce roca.
Elena si alza, nuda e bellissima, e cammina verso il centro della stanza. Il camino illumina la sua pelle di sfumature dorate, e quando si gira verso di noi, ha l’espressione di una regina che sta per dare ordini.
“Voglio che Clara baci Sophie,” dice. “Voglio che Marco e Stefano si scambino le partner per cinque minuti. E voglio che Giorgio guardi e non tocchi nessuno.”
“Sembra una punizione per me,” commenta Giorgio.
“Lo è,” risponde Elena con dolcezza. “Per tutti quei numeri fortunati.”
Clara si avvicina a me con un sorriso. “Ti dispiace?”
“No,” rispondo, ed è la verità.
Il suo bacio è diverso da quello di Elena — più gentile, più esplorativo. Le sue labbra sono morbide, il suo profumo mi avvolge, e quando le sue mani mi accarezzano la schiena, sento la pelle d’oca salire lungo le braccia.
Dall’altra parte della stanza, Marco si è avvicinato a Elena, e Stefano a Clara quando lei si stacca da me. Per cinque minuti, la villa di Michele diventa un luogo dove le regole normali non si applicano, dove i confini si dissolvono come neve al sole.
Quando il tempo scade, ci stacchiamo con respiri affannosi e sorrisi imbarazzati. Giorgio è ancora in piedi dove Elena l’aveva messo, con un’espressione che è un misto di frustrazione e divertimento.
“La tombola è finita,” annuncia Elena con soddisfazione. “Chi ha vinto?”
Guardiamo i tabelloni. Clara ha riempito più righe, ma io ho una colonna completa.
“Tombola,” dico, e tutti ridono.
“La vincitrice può chiedere quello che vuole,” dice Giorgio con un inchino teatrale.
Ci penso per un momento. Il fuoco scoppietta nel camino, i corpi seminudi sono sparsi sul divano e sulle poltrone, e fuori le montagne dormono sotto la neve.
“Voglio che questo momento duri per sempre,” dico, e poi, vedendo le loro espressioni, aggiungo: “Ma mi accontenterò di un altro bicchiere di quel vino eccezionale.”
Giorgio mi porge la bottiglia con un sorriso. “A Zanzibar,” dice.
“A Zanzibar,” rispondo, e tutti si uniscono al brindisi.
Quella notte, dormo in una stanza degli ospiti con vista sulle montagne illuminate dalla luna. Prima di addormentarmi, ripenso alla serata — ai numeri estratti, ai baci scambiati, alle regole infrante. E mi chiedo se il prossimo anno, quando Giorgio mi manderà un altro messaggio, avrò il coraggio di rispondere ancora.
Ma questo è un problema per la Sophie del futuro. La Sophie del presente chiude gli occhi con un sorriso, il calore del camino ancora sulla pelle, e scivola in un sonno popolato di numeri, di tabelloni, e di una tombola che non dimenticherò mai.







