L’incantesimo dell’ascensore

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“Le storie di Sophie”
Quindici secondi nell'ascensore cambiano tutto. I tacchi di lei risuonano, gli sguardi si incrociano, il desiderio esplode. Un incontro silenzioso che accende una passione incontrollabile, lasciando lui in preda a un'ossessione appena nata.

Quindici secondi

Le porte dell’ascensore si aprono con un sussurro meccanico, e il mio respiro si ferma completamente.

Lei entra.

Il mondo si restringe a questo cubicolo di metallo, a questi quindici secondi che stanno per cambiare tutto. Io sono già qui, appoggiato alla parete fredda, le mani in tasca, lo sguardo che vagava annoiato tra i numeri luminosi del display. Ma ora non c’è più nulla di annoiato in me. C’è solo lei.

I capelli biondi le cadono sulle spalle come seta liquida, accarezzandole le clavicole con un movimento ipnotico. Sono lunghi, morbidi, sembrano fatti per essere afferrati. Per essere tirati. Il biondo non è naturale, lo capisco dalle sfumature platino che catturano la luce fredda dell’ascensore, ma non mi importa. È perfetto.

I suoi occhi verdi mi attraversano senza vedermi. Sono due smeraldi liquidi, bordati da ciglia scure che li fanno sembrare ancora più profondi. Verde foresta, verde mare, verde come qualcosa che non sapevo di desiderare. Lei preme il bottone del suo piano senza guardarlo, con un gesto che rivela abitudine, e poi si appoggia alla parete opposta alla mia. I nostri sguardi si incontrano per un istante. Un solo istante. Un battito di ciglia.

E in quel battito, mi perdo.

La sua bocca. Dio, quella bocca. Labbra carnose, dipinte di un rosso scuro che sembra più una promessa che un trucco. Il labbro inferiore è più pieno, invitante, e immagino di morderlo. Di sentirlo cedere sotto i miei denti. Di assaggiare quel rosso finché non sbava. Lei si morde il labbro senza pensarci, un gesto che potrebbe essere nervosismo o noia, e io sento il sangue correre verso il basso, un calore che si concentra all’inguine.

Il display segna il terzo piano. Quattro piani ancora. Dodici secondi.

Il mio sguardo scende, traditore, inevitabile. La scollatura del suo vestito nero è un abisso che non posso ignorare. Il tessuto aderisce al suo corpo come una seconda pelle, e la profonda V sul davanti rivela la curva dei seni. Non è un décolleté modesto. È un invito. I suoi seni sono pesanti, pieni, e il modo in cui si sollevano a ogni respiro mi fa capire che non porta reggiseno. O forse sì, ma è uno di quelli che non nascondono nulla. La pelle è chiara, diafana, e l’ombra tra i seni mi fa venire voglia di seppellirci la faccia. Di leccare quella linea. Di sentire il suo cuore battere contro le mie labbra.

Lei non mi guarda più. Fissa il display, e io approfitto di ogni secondo per memorizzarla. Il vestito è corto. Una minigonna che copre a malapena ciò che deve coprire, e quando lei si sposta leggermente, il tessuto si alza di un centimetro. Abbastanza da farmi vedere il pizzo delle calze.

Nero su pelle chiara.

Il bordo di pizzo le morde la coscia, creando un contrasto che mi fa girare la testa. Sopra il pizzo, intravedo un centimetro di pelle nuda. La giarrettiera. Deve esserci una giarrettiera da qualche parte, sotto quel vestito, che tiene ferme quelle calze come un segreto. Il pensiero mi colpisce come un pugno nello stomaco. Lei è vestita per qualcuno. Per essere guardata. Per essere toccata.

E io la sto guardando. Ma non posso toccarla.

Quinto piano. Dieci secondi.

Il mio sguardo scende ancora, lungo le gambe che sembrano non finire mai. Sono lunghe, tornite, perfettamente avvolte da quelle calze di seta che brillano sotto la luce al neon. Le sue cosce sono piene, morbide, e il modo in cui la minigonna le stringe mi fa immaginare come sarebbe affondarci le dita. Sentire quella carne cedere sotto la mia presa. Lasciare impronte sulla sua pelle.

E poi ci sono le scarpe.

Tacco dodici. Nero lucido. Sono scarpe che non sono fatte per camminare, ma per essere ammirate. Il tacco è sottile, un ago che potrebbe trafiggermi il cuore, e la punta è aperta, rivelando unghie dello stesso rosso delle sue labbra. Le sue dita dei piedi sono piccole, curate, e per un motivo che non riesco a spiegare, voglio baciarle. Voglio prendere quel tacco in mano e seguire la linea della sua pianta del piede fino alla caviglia. Voglio sentire il freddo del metallo e il calore della sua pelle.

L’ascensore trema leggermente, e lei si aggrappa alla ringhiera di metallo che corre lungo le pareti. Le sue dita sono lunghe, elegantissime, e le unghie sono french manicure, bianco su rosa. Le nocche sbiancano per la presa, e per un attimo immagino quelle dita avvolte attorno a qualcos’altro. Attorno a me. Immagino le sue unghie che affondano nella mia schiena, che tracciano linee rosse sulla mia pelle mentre io la…

Sesto piano. Otto secondi.

L’aria nell’ascensore è cambiata. Non è più fredda. È elettrica, carica di qualcosa che non posso nominare. Il metallo sotto i miei piedi sembra vibrare, o forse sono io che vibro. Il mio cuore batte contro le costole come un uccello in gabbia, e ogni respiro è più corto del precedente. Lei è a un metro da me. Un metro che sembra un oceano.

Riesco a sentire il suo profumo adesso. È floreale, con una nota di vaniglia che mi entra nelle narici e mi scende nei polmoni. È il profumo di una donna che vuole essere ricordata. E io la ricorderò. Per il resto della mia vita, ricorderò questi quindici secondi.

Lei si sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio, e il movimento fa sì che il vestito si sposti. Per un secondo, un secondo solo, il tessuto si tende sul suo seno, e vedo il contorno del suo capezzolo. È teso, prominente, e la mia bocca si secca. Voglio prenderlo tra le labbra. Voglio sentirlo indurirsi ancora di più sotto la mia lingua. Voglio sentire lei, i suoi suoni, i suoi respiri.

Settimo piano. Sei secondi.

Inclina la testa di lato, come se sentisse il mio sguardo su di lei. Mi guarda di nuovo, e questa volta i suoi occhi verdi si soffermano. Mi sta studiando. Mi sta valutando. Le sue labbra rosse si curvano in qualcosa che potrebbe essere un sorriso, o potrebbe essere una sfida. Non lo so. Non riesco a leggere oltre quel velo di mistero.

Ma so che mi vede. Sa che la sto guardando. E non distoglie lo sguardo.

Il display lampeggia. Ottavo piano. Quattro secondi.

Il tempo sembra rallentare. Ogni secondo è un’eternità. Riesco a vedere le vene sottili sulle sue palpebre quando sbatte le ciglia. Riesco a vedere la grana della sua pelle, quasi perfetta, con un piccolo neo appena sopra il labbro superiore. Riesco a vedere il pulsare della sua giugulare, il ritmo del suo sangue che scorre sotto la pelle.

E nei suoi occhi, vedo qualcosa che mi fa tremare le ginocchia.

È consapevole. Sa cosa mi sta facendo. E le piace.

Nono piano. Due secondi.

Le porte iniziano ad aprirsi, e io non voglio che succeda. Voglio che questo ascensore si fermi tra i piani, che restiamo bloccati qui, in questo spazio di metallo con le luci fredde e l’aria carica di desiderio. Voglio poterle parlare. Toccarle la mano. Dirle che non ho mai creduto nell’amore a prima vista finché non l’ho vista entrare da quelle porte.

Ma le porte si aprono.

Lei si stacca dalla parete con un movimento fluido, le sue gambe lunghe che la portano verso l’uscita. Si ferma sull’uscio, si gira. I suoi occhi verdi incontrano i miei un’ultima volta, e le sue labbra si aprono. Per un secondo penso che parlerà. Che dirà qualcosa, qualsiasi cosa.

Invece sorride. Un sorriso che promette tutto e nulla. E se ne va.

Le porte si chiudono davanti a me come un sipario su un sogno.

E io resto lì, solo, con il suo profumo che svanisce e la mia erezione che preme contro i pantaloni. Il display torna a mostrare i numeri, l’ascensore riprende la sua discesa, e io mi rendo conto di una cosa semplice e devastante.

Mi sono innamorato.

In quindici secondi, in un ascensore, guardando una donna che non ho mai toccato, mi sono innamorato. E so che non dimenticherò mai i suoi occhi verdi, la sua bocca carnosa e la sua sensualità.

So che la rivedrò. Devo rivederla.

E quando accadrà, non sarà più un sogno.

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