
La presenza di zia Silvia sconvolge la routine della casa, e Mattia, incuriosito, assiste a una scena proibita che lo lascia in preda a un'eccitazione incontrollabile.
Una doccia molto calda
Vivo in una casa silenziosa, dove ogni rumore trova il suo spazio e il suo tempo. Le mattine hanno tutte lo stesso sapore: caffè forte nella tazza bianca sbeccata, la luce che filtra attraverso le persiane della cucina, il fruscio del giornale tra le mani di mio padre. Ho diciannove anni, capelli biondi che mi cadono sulla fronte come spighe piegate dal vento, e un fisico minuto che mi fa sembrare più giovane di quello che sono. Quando cammino per strada, le ragazze non si girano. Quando sto loro vicino, le parole mi muoiono in gola come uccellini caduti dal nido.
La timidezza è un muro che ho costruito intorno a me, mattone dopo mattone, anno dopo anno. Ogni volta che una ragazza mi rivolge la parola, sento le guance andarmi a fuoco e lo sguardo scivolare verso il pavimento, come se le piastrelle potessero offrirmi un rifugio. I miei amici ridono di questa mia goffaggine, la chiamano “la maledizione di Mattia”. Io rido con loro, ma dentro sento un nodo che si stringe.
Poi è arrivata lei. Zia Silvia.
La sorella di mio padre. Una donna pugliese di quarantacinque anni, nata sotto un sole che sembra averle impresso nel sangue un calore che non si spegne mai. È rimasta da noi per due settimane, un corso di lavoro al Nord che l’ha portata nella nostra cittadina grigia, e nella nostra casa ordinata, come un incendio che divampa in una foresta addormentata.
La prima volta che l’ho vista sulla soglia di casa, ho capito che qualcosa sarebbe cambiato. Era ferma lì, una valigia rossa accanto alle caviglie, i capelli neri che le cadevano sulle spalle come onde scure. Non è molto alta, ma il suo corpo sembra occupare più spazio di quanto la statura permetterebbe. Curve che il vestito estivo abbracciava senza nascondere, un seno pieno che tendeva la stoffa come due colline sotto un drappo di seta, gambe che il tessuto leggero accarezzava a ogni movimento.
“Mattia, vieni a salutare la zia!” ha esclamato mio padre, e io mi sono alzato dalla sedia come un automa, le gambe rigide, lo sguardo che non sapeva dove posarsi. Zia Silvia mi ha abbracciato, e ho sentito il suo corpo premere contro il mio, il profumo della sua pelle che mi invadeva le narici: gelsomino e qualcosa di più profondo, più terroso, come la terra dopo la pioggia nel sud.
“Come sei cresciuto!” ha detto, e la sua voce aveva quel timbro rotondo che le donne del Sud portano nel petto, una vibrazione che sembra nascere dal basso e salire verso l’alto, come il calore. Ho balbettato qualcosa, un saluto spezzato a metà, e lei ha riso, una risata che le ha fatto tremare il petto e ha fatto arrossire le mie orecchie.
Da quel momento, la casa non è più stata la stessa. Zia Silvia si muoveva tra le stanze come un animale esotico portato in uno zoo provinciale: impossibile da ignorare, scandalosa nella sua naturale esuberanza. Passava dal corridoio alla cucina con addosso vestiti che sembravano sfidare la decenza, canottiere con scollature che scendevano fino a mostrare l’attaccatura del seno, minigonne che lasciavano scoperte cosce scure e sode, come colonne di marmo brunito.
La mattina la trovavo in cucina con una maglietta sottile che non lasciava nulla all’immaginazione, i capezzoli che premevano contro il cotone come due piccoli sassi sotto un lenzuolo. Si muoveva scalza sulle piastrelle fredde, i piedi piccoli e scuri, e preparava il caffè canticchiando canzoni che non conoscevo, melodie dialettali che le uscivano dalle labbra come fumo da una sigaretta accesa.
Io sedevo al tavolo, il mio cornetto davanti, e cercavo di non guardare. Ma i miei occhi avevano una volontà propria, scivolavano verso di lei come acqua che cerca il punto più basso. Ogni volta che si chinava per prendere una tazza dalla credenza, la maglietta si sollevava mostrando un lembo di pelle scura sulla schiena, e io sentivo un formicolio salirmi lungo la nuca. Ogni volta che si sedeva di fronte a me accavallando le gambe, la gonna che risaliva lungo le cosce, il mio sguardo cadeva su quella linea d’ombra dove la luce si fermava, e il respiro mi si bloccava in gola.
Zia Silvia non sembrava accorgersi dell’effetto che aveva su di me. O forse se ne accorgeva, e non le importava. Era spigliata, accattivante, provocante senza sforzo. Quando parlava, gesticolava con le mani piccole e nervose, e il seno ondeggiava sotto la stoffa come due pendoli che misurano un tempo diverso dal nostro. Quando rideva, buttava la testa all’indietro e la gola si offriva nuda alla luce, un collo lungo e forte che sembrava fatto per essere accarezzato.
Io guardavo, e tacevo. Guardavo e sentivo il sangue scaldarsi, come se il calore che lei portava con sé potesse trasferirsi attraverso l’aria, attraverso gli sguardi, attraverso il silenzio carico di elettricità che si creava ogni volta che ci trovavamo nella stessa stanza.
I giorni passavano, e la sua presenza diventava sempre più ingombrante nella mia mente. La sera, quando mi chiudevo in camera, le sue immagini mi inseguivano come fantasmi. Le curve che aveva lasciato intravedere nel pomeriggio, il movimento dei fianchi quando camminava, il suono della sua risata che attraversava le pareti: tutto si accumulava dentro di me come acqua dietro una diga.
Una sera, dopo una partita di calcetto con gli amici, torno a casa che sono quasi le dieci. Ho la maglietta incollata alla pelle dal sudore, i capelli biondi appiccicati sulla fronte, le gambe pesanti come tronchi. La casa è avvolta nella penombra, le luci della cucina spente, solo il lampione della strada che filtra attraverso le persiane disegnando strisce gialle sul pavimento dell’ingresso.
Mio padre e mia madre devono essere già a letto. La loro stanza è al piano terra, in fondo al corridoio. La stanza di zia Silvia è al piano di sopra, accanto alla mia. Salgo le scale lentamente, i piedi nudi che scricchiolano sul legno, ed è allora che la sento.
Un rumore. Viene dal bagno.
Acqua che scorre, un rubinetto aperto. Ma non è solo questo. C’è qualcos’altro, un suono che si mescola con lo scroscio, qualcosa di più morbido, più intimo. Un canticchiare sommesso, una melodia pigra che galleggia nell’aria umida come un nastro di seta.
Mi fermo sul pianerottolo. Il cuore ha iniziato a battere più forte, un tamburo sordo che mi rimbomba nelle orecchie. Il bagno è davanti a me, la porta leggermente socchiusa. Un rettangolo di luce calda filtra dall’apertura, si allunga sul pavimento del corridoio come una lingua dorata.
Non dovrei. Lo so che non dovrei. Ma i miei piedi si muovono da soli, un passo dopo l’altro, silenziosi come quelli di un gatto. Mi avvicino alla porta, e lo scroscio dell’acqua diventa più distinto, e con esso il canticchiare, che ora riconosco: è una canzone napoletana, qualcosa di antico e dolce, cantata con una voce roca che non ho mai sentito prima.
La fessura della porta è larga quanto due dita. Mi ci affaccio, trattenendo il respiro, e quello che vedo mi fa arrestare il sangue nelle vene.
Zia Silvia è sotto la doccia. Nuda.
Il vapore si alza attorno al suo corpo come un sudario trasparente, e l’acqua le scorre sulla pelle scura come fiumi di vetro liquido. I capelli neri sono incollati alle spalle, ciocche bagnate che le scendono lungo la schiena come serpenti addormentati. Il suo corpo è lì, esposto alla luce gialla della lampada, e ogni curva sembra voler raccontare una storia che non ho mai sentito prima.
Il seno è grande, più di quanto immaginassi, con una gravità che lo fa pendere leggermente verso il basso, i capezzoli scuri come olive mature che l’acqua accarezza senza sosta. La pancia è morbida, un ventre rotondo che scende verso un triangolo di peli neri e ricci, bagnati e appiattiti dall’acqua. I fianchi sono larghi, fianchi da donna del Sud, fatti per portare il peso della vita, e le cosce sono sode e piene, cosce che sembrano poter stringere come radici di ulivo.
Lei si muove sotto il getto, e i suoi movimenti non sono quelli di una donna che si lava. Sono qualcosa di diverso. Le mani scivolano sul corpo con una lentezza che non ha nulla di funzionale, accarezzano la pelle bagnata con una delicatezza che fa venire la pelle d’oca. Le dita si soffermano sul collo, poi scendono lungo le clavicole, tracciano cerchi attorno ai seni senza toccarli, scendono ancora verso l’ombelico, e più giù, verso quel triangolo scuro.
Io guardo, e non riesco a muovermi. Non riesco a respirare. Le mie mani sono poggiate allo stipite della porta, le dita che affondano nel legno, e sento il sangue pulsare nelle tempie, nelle orecchie, in quel punto tra le gambe dove il calore si sta concentrando come lava sotto un vulcano.
Zia Silvia chiude gli occhi e inclina la testa all’indietro. L’acqua le bagna il viso, le labbra si aprono leggermente, e un suono le esce dalla gola, un suono che non è più una canzone ma qualcosa di più profondo, più primitivo. Le sue mani scendono ancora, si fermano tra le cosce, e io vedo le dita scomparire in quel punto che l’acqua rende lucido come ossidiana.
Mi appoggio allo stipite, le gambe molli. Il respiro mi esce in rantoli silenziosi, e devo mordermi il labbro per non fare rumore. Non dovrei essere qui. Non dovrei guardare. Ma è come se una corda invisibile mi tenesse legato a quella fessura nella porta, e ogni movimento di zia Silvia tira la corda un po’ di più.
Lei si ferma. Apre gli occhi, due pozze scure che brillano nella luce del bagno, e per un istante il mio cuore si ferma. Ma non sta guardando verso la porta. Sta guardando se stessa, le sue mani, il suo corpo bagnato. Poi chiude l’acqua, e il silenzio improvviso è assordante.
Esce dalla doccia. I piedi nudi si posano sulle mattonelle, e l’acqua le scorre lungo le gambe come rivoli di pioggia su una statua di marmo. Afferra un asciugamano bianco, ma non lo avvolge attorno al corpo. Lo tiene davanti a sé, e inizia ad asciugarsi con movimenti che sembrano studiati per un palcoscenico.
L’asciugamano passa sulle spalle, e lei si gira leggermente, offrendo al mio sguardo la linea della sua schiena, la curva dei fianchi, le natiche rotonde e piene che l’asciugamano accarezza senza coprire. Poi si gira di nuovo, e l’asciugamano scende sul petto, si infila tra i seni, li solleva leggermente prima di lasciarli ricadere con un movimento che mi fa stringere i pugni.
Si asciuga le gambe, e per farlo si piega in avanti, e io vedo tutto: il seno che penzola come frutti maturi, la curva della schiena che si inarca, il sesso che si mostra tra le cosce come un fiore scuro. L’asciugamano risale lungo le gambe, si ferma all’interno delle cosce, e lei si raddrizza con un movimento lento, come se sapesse di essere osservata, come se stesse danzando per qualcuno che non può vedere.
Poi si avvicina allo specchio. Si ferma davanti al lavandino, i fianchi appoggiati al bordo, e guarda la sua immagine riflessa. Io la vedo di profilo, il naso aquilino, le labbra piene, il mento deciso. Le mani si posano sul seno, e lei lo accarezza, lo stringe leggermente, lo solleva come per pesarne la consistenza. I capezzoli si induriscono sotto il suo tocco, e io vedo un brivido percorrerle la pelle.
Le sue mani scendono. Sull’addome, sui fianchi, tra le cosce. E questa volta non c’è l’acqua a fare da schermo, non c’è il vapore a nascondere i dettagli. Vedo le dita scomparire tra i peli neri, vedo la bocca aprirsi leggermente, vedo gli occhi chiudersi di nuovo. E capisco che non si sta asciugando. Non più.
Zia Silvia si sta toccando. Davanti allo specchio, con il corpo ancora bagnato e l’asciugamano abbandonato sul pavimento, si sta dando piacere. E io sono qui, dietro la porta socchiusa, che guardo come un ladro, come un peccatore in chiesa, e non riesco a smettere.
I suoi movimenti diventano più rapidi. Il respiro si fa pesante, il petto si alza e si abbassa come un mantice, e piccoli suoni le escono dalla gola, suoni che non ho mai sentito da vicino, che ho solo immaginato nelle notti in cui la mia mano scendeva sotto le lenzuola e la mia mente cercava immagini che non avevo. Ora le ho. Ora le avrò per sempre.
Si morde il labbro inferiore. I fianchi oscillano leggermente, seguendo il ritmo delle sue dita. Una mano è tra le cosce, l’altra si stringe il seno, e io vedo tutto, ogni dettaglio, ogni contrazione dei muscoli, ogni goccia d’acqua che scivola sulla pelle accaldata.
Poi si ferma. Un ultimo fremito, un ultimo respiro trattenuto, e il suo corpo si rilassa. Le mani scendono lungo i fianchi, la testa si piega in avanti, e per un momento resta così, immobile, come una statua che ha appena finito di vivere.
Io indietreggio. Lentamente, un passo alla volta, senza staccare gli occhi dalla fessura della porta. Poi mi giro e percorro il corridoio fino alla mia camera, chiudo la porta alle mie spalle, mi appoggio al legno freddo e scivolo verso il basso fino a sedermi per terra.
Il cuore mi batte così forte che posso sentirlo nelle tempie, nelle dita, nei talloni. Le mani tremano. E tra le gambe, una pressione che non conoscevo, un calore che mi fa male e bene allo stesso tempo.
Quella notte non dormo. Resto sdraiato sul letto, gli occhi aperti nel buio, e ogni volta che li chiudo rivedo il corpo di zia Silvia sotto la doccia, le sue mani che scivolano sulla pelle, il suo viso che si contrae nel piacere. È un’immagine che si è impressa nella mia mente come un marchio a fuoco, e so che non se ne andrà più.
Il giorno dopo, il sole entra nella mia stanza come un accusatore. Mi sveglio con i vestiti di ieri ancora addosso, la bocca secca, la testa pesante. Scendo in cucina e la trovo lì, zia Silvia, con una vestaglia corta che le lascia scoperte le ginocchia e una tazza di caffè tra le mani. Mi sorride, e io arrossisco fino alla radice dei capelli.
“Buongiorno, Mattia. Dormito bene?”
Annuisco, e la mia voce non esce. Lei ride, e quel suono mi trafigge come una freccia. Bevo il mio caffè in silenzio, lo sguardo fisso sulla tazza, e quando esco di casa per incontrare Gianni, le mie gambe mi portano via come se scappassi da un incendio.
Gianni ha ventuno anni, è alto e magro come un pioppo, con i capelli corti e gli occhi furbi di chi sa sempre dove trovare la festa. Lo conosco da quando eravamo bambini, è l’unica persona a cui racconto tutto, l’unico che non mi prende in giro quando balbetto davanti alle ragazze.
Lo trovo al bar del paese, seduto al tavolino all’angolo con una birra davanti. Mi siedo di fronte a lui, e lui mi guarda con quegli occhi che sembrano radiografarti l’anima.
“Che hai? Sembra che hai visto un fantasma.”
E io glielo racconto. Tutto. Dalla prima sera che zia Silvia è arrivata, ai vestiti che indossa in casa, a quello che ho visto la sera prima nel bagno. Le parole mi escono come un fiume in piena, senza fermarsi, senza filtri, e mentre parlo sento le guance bruciare e le mani sudare, ma non mi fermo.
Gianni mi ascolta senza interrompermi. La birra si scalda nel bicchiere, il sole si alza sopra i tetti, e quando finisco, lui si appoggia allo schienale della sedia e fischia piano tra i denti.
“Cazzo, Mattia.”
Non dice altro per un momento. Poi si sporge in avanti, e i suoi occhi brillano di una luce che conosco, la luce dell’avventura, la luce della trasgressione.
“E tua zia… è ancora lì per quanto?”
“Due settimane. Le restano ancora dieci giorni.”
Gianni si passa la lingua sulle labbra. “E tu… la spii tutte le sere?”
“Non lo so. Ieri è successo per caso. Non so se…”
“Devi farmela vedere.”
Lo guardo, e lui sostiene il mio sguardo senza battere ciglio.
“Portami a casa tua. Un pomeriggio. Quando i tuoi non ci sono. Fammi vedere come si muove, come si veste. Voglio capire se è davvero come dici.”
Il cuore mi salta un battito. L’idea di portare qualcuno a casa mia, di condividere quel segreto che brucia come un carbone nella mia tasca, mi spaventa e mi eccita allo stesso tempo. Perché so che se Gianni viene, se Gianni vede, allora quello che ho provato non sarà più solo mio. Sarà qualcosa di condiviso, di confermato, di reale.
“Va bene,” dico, e la mia voce trema appena.
Gianni sorride, e il sole del mattino si riflette nei suoi occhi come una promessa.
Mentre spiamo zia Silvia nella mia palestra di casa, Gianni trasforma la mia vulnerabilità in eccitazione per sé stesso.
Lo Specchio Infranto
Il corridoio verso la palestra è stretto, le pareti mi premono addosso mentre seguo Gianni. I suoi passi non fanno rumore sul marmo, i miei sembrano tamburi. La porta è socchiusa, un dito di luce calda che taglia il buio. Gianni si ferma, si gira verso di me con quegli occhi furbi che brillano nel semaio, e mi fa cenno di avvicinarmi. Il suo indice sulle labbra. Silenzio.
Mi spingo accanto a lui. Lo specchio della mia palestrina rimanda l’immagine di zia Silvia sul tappetino, e il respiro mi si ferma in gola.
Solo un perizoma nero. Il seno nudo, pesante, lucido di sudore. L’asciugamano bianco penzola dal suo collo come una sciarpa dimenticata, le estremità che oscillano lente ad ogni suo movimento. Sta facendo stretching, lente flessioni che tendono i muscoli delle cosce, e la luce al neon le disegna strisce di sudore sull’addome, tra i seni, giù lungo la schiena inarcata. L’aria nella stanza sa di chiuso, di sale, di lei.
Gianni si appoggia allo stipite, il respiro corto. Io non riesco a staccare gli occhi. Zia Silvia si volta verso lo specchio, si guarda, si ammira. Le sue mani scivolano sui fianchi, lente, poi su, lungo i fianchi sudati, fino a sfiorarsi il seno. Un sorriso le curva le labbra. Sa di essere guardata, forse. O forse le piace guardarsi.
Poi il movimento di Gianni. La sua mano che scende. Che si posa lì, sui jeans, e inizia a muoversi.
Lo fisso. Il suo respiro si fa più pesante, ritmico, e la sua mano preme, si strofina lento. I suoi occhi non si staccano dallo spiraglio, dalla figura di zia Silvia che continua ad allungarsi davanti allo specchio, ignara o forse no.
Qualcosa si spezza dentro di me. Un tradimento sordo, vischioso. Gli ho mostrato la mia vergogna, la mia confusione, e lui l’ha presa e l’ha trasformata in questo. In sé stesso che si tocca guardando mia zia. La gelosia mi morde lo stomaco, acida, mescolata all’umiliazione. Perché non sono io che guardo da solo. Perché lui è qui e si sta prendendo qualcosa che era mio, solo mio, il mio segreto sporco e confuso.
Zia Silvia si piega in avanti, l’asciugamano sfiora il pavimento. Gianni geme piano tra i denti.
Mi allontano dalla porta. I piedi si muovono da soli, indietro, nel corridoio buio. Il cuore mi batte nelle tempie. Ho condiviso la cosa più intima che avevo, e lui l’ha usata. Come si usa un varco nel muro, una fessura per spiare.
Lui non mi segue. Non se ne accorge nemmeno. Resta a guardare.
Entro in camera mia, chiudo la porta, mi ci appoggio contro. Il legno freddo contro la schiena. E capisco, con una chiarezza che mi fa male, che certe cose non si condividono. Che certe vulnerabilità, una volta mostrate, diventano armi nelle mani sbagliate.
Fuori, il silenzio. Poi, lontano, il rumore dell’asciugamano che cade.







