
Margherita 32 anni, una donna solitaria, trova l'avventura in una notte di piacere e mistero. Sola al cinema, si lascia andare a un momento intimo, ma la presenza di una coppia misteriosa trasforma la sua serata in un'esperienza inaspettata e travolgente.
L’ incontro misterioso
La sala è quasi vuota, solo qualche ombra sparsa tra i sedili di velluto rosso consunto, quel rosso che sembra sangue secco sotto le luci fioche del soffitto. Il film è già iniziato quando entro, la porta si chiude dietro di me con un clic metallico, come un sospiro di rassegnazione. L’odore è sempre lo stesso: popcorn bruciato, moquette polverosa, quel sentore dolciastro di detersivo economico che non riesce mai a coprire del tutto il tanfo di corpi sudati e patatine rancide. Mi fermo un attimo, gli occhi che faticano ad abituarsi al buio, le mani che stringono il biglietto ormai inutile, le dita che sfiorano il bordo strappato—perché mi tremano sempre le mani quando sono da sola in posti come questo?
Non c’è nessuno allo sportello, nessuno che mi guardi, nessuno che mi dica “Ehi, perché sei qui da sola un venerdì sera?” e io non devo inventare scuse, non devo sorridere a denti stretti, non devo fingere che va tutto bene. Posso solo camminare, scegliere un posto, sedermi. E così faccio.
Fila centrale, non troppo avanti, non troppo indietro, dove lo schermo non mi costringe a storcere il collo ma nemmeno mi fa sentire come se fossi in ultima fila, nascosta, dimenticabile. Mi lascio cadere sul sedile, il velluto freddo sotto le cosce, la giacca di jeans che gratta appena, il maglione largo che mi avvolge come una corazza. Potrei togliermelo, qui dentro fa caldo, ma no, meglio tenere tutto addosso, meglio non attirare l’attenzione.
Il film è già a metà, o forse no, forse è solo che non ho capito l’inizio. Un thriller, pensavo, qualcosa che mi tenesse sveglia, che mi facesse dimenticare il silenzio del mio appartamento, il frigo mezzo vuoto, le notifiche del telefono che sono solo promozioni di siti di shopping online.
Ma no, è una di quelle robe lente, con inquadrature lunghe, dialoghi sussurrati, musica che sembra il ronzio di un frigorifero in una stanza vuota.
Dio, quanto è noioso. Le dita tamburellano sul bracciolo, le unghie—smaltate due settimane fa, ora scrostate, una si è spezzata ieri mentre aprivo una lattina—sfiorano la stoffa logora. Potrei andare via. Potrei alzarmi e uscire e tornare a casa e fare finta che questa serata non sia mai esistita. Ma no. Sono qui. Ho pagato il biglietto. E poi, dove altro potrei andare?
La mano destra scivola giù, lungo la pancia, sotto l’orlo del maglione, le dita che tracciano cerchi lenti sull’addome, dove la pelle è più morbida, più calda. Nessuno mi vede. Nessuno si accorge di niente. Il respiro si fa un po’ più corto, le gambe si aprono appena, le cosce che premono contro il sedile. È solo per passare il tempo. È solo per non pensare. Le mutandine sono di cotone, semplici, quelle che metto quando so che non vedrò nessuno, quando so che non importa. Ma ora importano, eccome.
Le dita scendono più giù, sfiorano il tessuto umido, già appiccicoso, già pronto. Dai, Marghe, non sei mica al liceo. Ma chi se ne frega. Chi c’è qui per giudicarmi? Il tipo due file più avanti sta russando, la coppia in fondo si bacia come se il film non esistesse, le loro labbra che si muovono all’unisono, le mani che si cercano sotto una coperta. Almeno loro hanno qualcuno.
Un dito scivola sotto l’elastico, la punta che trova il calore, la carne gonfia, già pulsante. Oddio. Chiudo gli occhi, la testa che si appoggia allo schienale, le labbra che si aprono appena. È solo per me. È solo per stanotte. Le dita si muovono in cerchi lenti, la pressione giusta, quella che conosco a memoria, quella che mi fa venire i brividi lungo la schiena. Il film continua, voci ovattate, spari che sembrano lontani, come se stessero accadendo in un altro mondo. Potrei venire. Potrei venire qui, ora, senza che nessuno lo sappia. L’idea mi fa stringere le cosce, il respiro che si blocca in gola. Sì. Sì, potrei.
E poi sento il rumore.
Un fruscio, un movimento, come se qualcuno si stesse sistemando sul sedile. Non accanto a me—no, non così vicino—ma poco più in là. Forse è arrivato qualcun altro. Apro gli occhi, la sala è sempre buia, lo schermo illumina a malapena i contorni dei sedili, le sagome degli spettatori. Ma lì, due file più giù, a sinistra, ci sono due persone. Non c’erano prima. O forse sì e non le avevo notate.
Un uomo e una donna. Seduti vicini, quasi attaccati, come se fossero una cosa sola. Una coppia. Lui ha gli occhiali da sole, anche se qui dentro è buio pestifero, anche se non c’è il sole da mesi. Lei ha i capelli lunghi, scuri, raccolti in una coda disordinata, le spalle coperte da una giacca di pelle nera che luccica appena sotto la luce fioca del corridoio. Che cazzo ci fanno con gli occhiali da sole al cinema?
Le mie dita si fermano. Dovrei smettere. Dovrei comportarmi bene. Ma non lo faccio. Invece le muovo più piano, più attenta, come se potessero sentirmi, come se potessero saperlo. E allora? Che importanza ha? Nessuno mi sta guardando. Nessuno si cura di me. Ma loro sì. Questa idea mi colpisce all’improvviso, come un pugno nello stomaco. Loro mi stanno guardando. No, non è possibile. Sono due estranei. Sono qui per il film. O per altro. Per farsi le loro cose, come sto facendo io.
Ma poi lui si volta.
Non verso di me, no, non proprio. Ma abbastanza perché io possa vedere il profilo della sua mascella, la linea della bocca, le labbra piene, quasi femminee, che si muovono come se stesse parlando, anche se non esce nessun suono. Lei si sporge verso di lui, la mano che gli sfiora la coscia, le dita che si muovono lento, come se stesse tracciando una mappa segreta sulla stoffa dei suoi pantaloni. Dio, sono così vicini. Li osservo, le dita che riprendono a muoversi tra le gambe, più veloci ora, più insistenti. Sono qui. Sono qui e non mi vedono. Oppure sì.
Lui si alza.
Non tutto, solo un po’, abbastanza per scavalcare il bracciolo tra i loro sedili e sedersi accanto a lei. Ora sono attaccati, le loro gambe che si toccano, le loro spalle che si sfiorano. Lei ride, un suono basso, roco, che si perde nel rumore del film. Lui le prende la mano, la porta alla bocca, le labbra che sfiorano le nocche, un bacio che sembra una promessa. Vorrei essere io. Il pensiero mi brucia, improvviso, violento. Vorrei che fosse la mia mano. La mia bocca. Le mie dita.
E allora succede.
Lui si volta verso di me.
Non completamente, solo un movimento del collo, un giro della testa, come se avesse sentito i miei pensieri. Gli occhiali da sole nascondono i suoi occhi, ma so che mi sta guardando. Mi sta guardando. Le dita si bloccano di nuovo, il cuore che mi martella nelle tempie, nel collo, tra le gambe. Dio, no. Dio, sì. Lui non distoglie lo sguardo. Non sorride. Non fa niente. Solo guarda. E io non riesco a muovermi. Non riesco a respirare.
Poi lei si volta anche lei.
E ora sono entrambi lì, due paia di occhi nascosti dietro lenti scure, due bocche che non sorridono, due corpi che sembrano aspettare. Aspettare me. Non ha senso. Non può essere. Sono sola. Sono sempre sola. Ma allora perché lui si alza? Perché si sposta di nuovo, questa volta non verso di lei, ma verso il corridoio? Perché cammina verso di me, i passi lenti, misurati, come se avesse tutto il tempo del mondo?
Non so cosa fare. Le dita sono ancora lì, tra le gambe, bagnate, tremanti. Dovrei andare via. Dovrei scappare. Ma non mi muovo. Lui si ferma davanti al mio sedile, la sua ombra che si allunga su di me, che mi avvolge. Non dice niente. Non deve. Mi alzo in piedi, le gambe che quasi non mi reggono, il maglione che mi scivola giù da una spalla, la pelle che brucia dove l’aria la sfiora. Lui fa un passo indietro, verso il corridoio, come per farmi spazio. Vuole che lo segua. E io lo faccio.
Mi siedo dove era seduto prima lui.
Il sedile è ancora caldo. Odora di cuoio e di qualcosa di mascolino, di sudore e di colonia costosa. Lei è lì, accanto a me, così vicina che posso sentire il suo respiro, il profumo dolce e pesante del suo profumo, qualcosa di vaniglia e di spezie, qualcosa che mi fa venire l’acquolina in bocca. Cosa sto facendo? Ma non importa. Non importa più.
Lui si siede dall’altra parte.
Ora sono in mezzo a loro. Lui da una parte, lei dall’altra. Il film continua, le voci dei protagonisti sembrano lontanissime, come se stessimo guardando qualcosa di irreale, di sbiadito. Lei allunga una mano, le dita che mi sfiorano il ginocchio, sopra i jeans, ma è come se mi toccasse la pelle nuda. Oddio. Non mi muovo. Non respiro. Lui fa lo stesso, la sua mano che si posa sulla mia coscia, più su, più vicino all’inguine, dove il tessuto è tirato, dove il calore del mio corpo è più intenso. Mi stanno toccando. Entrambi. Mi stanno toccando e io non li ho mai visti in faccia.
Le labbra di lei si avvicinano al mio orecchio.
“Ti piace?” La sua voce è un sussurro, un filo di seta che mi avvolge, che mi stringe. Non riesco a rispondere. Annuisco, o forse no, forse è solo un tremito, un movimento involontario. Le sue dita salgono, lungo la coscia, fino all’orlo del maglione, poi sotto, la pelle che si accende dove la sfiora. “Non ti preoccupare. Nessuno ci vede.” Lui intanto mi prende la mano, quella che prima era tra le mie gambe, quella che sa di me, di quello che stavo facendo.
La porta alla sua bocca, le labbra che si aprono, la lingua che esce, calda, umida, che lecca il mio dito indice, poi il medio, assaggiando, come se potesse sentire il mio sapore. Mi sto sciogliendo. Sto per svenire. Sto per venire solo per questo.
Lei mi gira la testa verso di sé.
Le sue labbra sono lì, a un soffio dalle mie. Posso vedere i suoi occhi, anche se sono nascosti dagli occhiali, posso vedere il riflesso della luce dello schermo che si muove sulle lenti, come fuochi d’artificio in miniatura. “Vuoi che ci fermiamo?” No. No, non fermatevi. Non fermatevi mai. Scuoto la testa, un movimento minuscolo, disperato. Lei sorride. Poi mi bacia.
Non è un bacio dolce. Non è un bacio timido. È un bacio che prende. Le sue labbra si aprono sulle mie, la lingua che entra, che esplora, che mi ruba il respiro. Le sue dita affondano nei miei capelli, mi tirano indietro la testa, mi costringono ad aprire di più, a prendere di più. Lui intanto mi slaccia i jeans, le dita che scivolano dentro, sotto le mutandine, che trovano il calore, l’umido, il pulsare disperato del mio clitoride. Oddio. Oddio. Oddio. Le dita di lei mi stringono il seno, attraverso il maglione, attraverso il reggiseno, i pollici che sfiorano i capezzoli, duri come sassi, doloranti.
“Sei così bagnata” sussurra lui contro il mio collo, le labbra che mi mordicchiano la pelle, i denti che graffiano appena. “Scommetto che vuoi venire, vero?”
Non riesco a parlare. Non riesco a pensare. Posso solo annuire, posso solo gemere contro la bocca di lei, che mi divora, che mi succhia il labbro inferiore, che mi morde fino a farmi male. “Allora vieni.” La sua voce è un ordine. Le sue dita si muovono più veloci, due dentro di me, il pollice che preme sul clitoride, che lo strofina in cerchi stretti, insistenti. “Vieni per noi.” Lui mi stringe un seno, lo schiaccia, il pollice che sfrega il capezzolo attraverso la stoffa, il dolore che si mescola al piacere, che lo amplifica, che lo fa esplodere. “Adesso.”
E io vengo.
Non è un orgasmo silenzioso. Non è un orgasmo educato. È un urlo soffocato contro la bocca di lei, è le unghie che affondano nel bracciolo, è il corpo che si inarca, che trema, che si spezza in due. Le loro mani mi tengono su, mi impediscono di cadere, mi costringono a sentire ogni onda, ogni scossa, ogni secondo interminabile di piacere che mi squarcia, che mi lascia senza fiato, senza pensieri, senza paura. “Brava” sussurra lei, le labbra che mi sfiorano la guancia, la mascella, il collo. “Brava ragazza.”
Quando finalmente riesco ad aprire gli occhi, il film è finito.
O forse no. Forse è solo che non lo sto più guardando. La sala è ancora buia, ma le luci si accendono piano, come se stessero emergendo da un sogno. Lui si è già allontanato, è in piedi, si sistema la giacca, si passa una mano tra i capelli.
Lei è ancora accanto a me, le dita che mi accarezzano la guancia, il pollice che mi sfiora il labbro inferiore, gonfio per i baci, per i morsi. “È stato bello” dice, e la sua voce è così normale, così quotidiana, che per un secondo mi chiedo se ho sognato tutto. Ma no. Le mie mutandine sono ancora bagnate. I miei jeans sono ancora aperti. Il mio corpo è ancora scosso dai brividi.
“Non so nemm—” La mia voce è roca, spezzata. “Non so nemmeno come vi chiamate.”
Lei sorride. “Meglio così.”
Lui si volta, gli occhiali da sole ancora sul viso, la luce ora che si riflette sulle lenti, che mi acceca. “Altrimenti la prossima volta non sarebbe più una sorpresa.”
Poi se ne vanno.
Li guardo mentre escono, mano nella mano, come se fossero una coppia qualsiasi, come se non avessero appena cambiato la mia serata, la mia settimana, la mia vita. La porta si chiude dietro di loro. Il rumore dei loro passi si perde nel corridoio. E ora? Mi sistemo i jeans, mi tiro su il maglione, mi passo le dita tra i capelli, come se potessi cancellare le prove di quello che è successo. E ora niente. Torno a casa. Come sempre. Da sola. Come sempre.
Ma per la prima volta, dopo tanto tempo, sorrido.







