Marina la psicologa

(incontro Marina la psicologa, anzi, la “scopro” letteralmente..)

Il nome Marina sul campanello è preceduto da “dottoressa psicologa”. E’ proprio il caso di dire che sono malata, quindi.
In realtà io non mi sento per niente malata, e in questo studio proprio non ci volevo venire.
Ma mi sono lasciata convincere da una amica, con cui mi sono confidata. Anche lei è venuta a parlare con la

dottoressa Marina

e si è trovata bene, anche se di certo non per lo stesso motivo per cui sono qui io.

Quindi eccomi qui.
Suono il campanello del citofono e attendo.
“Si?”
“Buongiorno, mi chiamo Sophie, ho un appuntamento con la dott.ssa Marina alle 15…”
“Si, salga pure, terzo piano, la seconda porta”
La porta è socchiusa, la apro ed entro. Un corridoio un po’ buio, in fondo una stanza luminosa.
Una voce: “Si accomodi pure, venga avanti, mi scusi ma ne approfitto prima per un un passaggio in bagno…”

Entro nella stanza, una scrivania, due poltroncine che si guardano, una pianta vicino la finestra.
“Si sieda, non stia in piedi per me” continua la voce da dietro una porta socchiusa che comunica con il bagno.
Io invece resto in piedi, faccio due passi in avanti, mi guardo attorno e infine finisco a posare lo sguardo sulla stretta fessura della porta.
Vedo qualche metro più in là una figura, femminile. Vedo confusamente che si sbottona i jeans, li vedo calare a terra, poi

vedo due mani che calano le mutandine e la figura che si siede, mani sulle ginocchia.

Faccio un passo indietro, non voglio essere scoperta in questa mia sconsiderata e inopportuna curiosità.
Mi siedo silenziosamente e aspetto.
Sento lo sciacquone, dei movimenti. Poi la porta si apre e appare una donna, biondina con capelli raccolti dietro, sui quaranta, un sorriso accogliente. Mi alzo.
“Buongiorno, mi scusi per l’accoglienza poco professionale, ma il tempo è sempre tiranno e quindi, tra una seduta e l’altra… Lei quindi è Sophie..”
“Piacere, e lei la dottoressa Marina, corretto?”
“Si, sono io. Ci sediamo?”
Guardo i sui jeans attillati che ora le fasciano le cosce, il ginocchio, il polpaccio. Poco fa erano a terra, sulle caviglie sottili.
“Allora, è ancora perplessa circa la scelta di venire qui da me?”
“Come le dicevo, dottoressa…”
“Mi chiami Marina, e io la chiamerò Sophie, se è d’accordo.”
“Si, certo, Marina. Dicevo che in sostanza io non credo di stare male, è solo che…”
“Chi ha detto che sta male? Lei è venuta qui per parlare con me di una sua, diciamo, tensione… corretto?”
“Si, esatto, anche se io l’ho chiamata ossessione, in realtà”
“Capiremo meglio di cosa si tratta. Me ne parli.”
“Da dove posso iniziare?…”
“Dal mio bagno, per esempio.”
“Mi scusi?”
“Si, partiamo dalla necessità che l’ha spinta a guardarmi mentre mi sedevo sulla tazza del mio bagno.”
“Oh cavolo. Mi scusi, non volevo…E’ che… si, insomma… Cazzo, che imbarazzo!”
“Non si preoccupi, non la sto riprendendo, è che l’ho notata, e mi sono chiesta se il motivo per cui si è soffermata a guardarmi in un momento intimo avesse a che fare con il motivo per cui mi ha chiamata.
Ha a che fare?”
“Credo di si”
“Bene, allora possiamo partire da qui”
“Ecco… sono attratta dalle donne”
“Beh, per questo anch’io, le trovo interessanti. Si riferisce a questo?”
“Non proprio”
“E a cosa si riferisce invece?”
“Mi riferisco al fatto che pur non avendo mai provato attrazione sessuale verso le donne, perché io sono eterosessuale, ne sono certa, da qualche mese a questa parte mi sta accadendo qualcosa che non riesco a decifrare”
“Si è innamorata, forse?”
“No, assolutamente… è proprio questo che mi lascia perplessa, non ho alcuna passione per una donna in particolare… sento però un interesse morboso per il corpo femminile, lo desidero, lo sogno, cerco in internet, lo voglio toccare, non so se mi spiego…”
“E questa cosa la turba?”

“Ma a lei sembra normale che io la sbirci mentre fa la pipì in bagno prima ancora di presentarci?”

“Ha provato piacere a guardarmi?”
“Ora è difficile dire se io prima in realtà…”
“Ha provato piacere?”
Silenzio.
“Sì.” Abbasso lo sguardo e fisso le sue caviglie scoperte.
“Cosa le ha fatto piacere? Quello che vedeva o la circostanza?”
“In che senso?”
“Le ha fatto piacere vedermi senza mutande o la situazione in cui le era permesso di violare la privacy di una sconosciuta?”
“Posso pensarci?”
“Certo, va bene se ci vediamo mercoledì prossimo e così risponde alla mia domanda?”

Più o meno è andata così.
In realtà ci siamo dette anche altre cose, ma la domanda mi è rimasta appiccicata… ho il compito per casa di darle una risposta.
Ora sono a casa, a letto. Sto finendo un libro, ma sono distratta, non riesco a seguire la trama, perchè ho
l’ immagine di una fessura, e di un paio di mutandine dall’altra parte che vengono calate, e lasciano intravedere un’intimità che desidero.
La mia mano lascia andare il libro, e scivola sotto le lenzuola a cercare un’altra intimità, già umida e in attesa.

Sophie 09

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