
Sophie a Venezia nel giorno del matrimonio di Chiara, ma la sua missione da damigella si trasforma in seduzione quando le due donne restano sole nella camera nuziale. Tra pizzo e calze velate, Sophie scopre che il vero rituale non è quello in chiesa.
I preparativi prima del matrimonio
Apro gli occhi e la prima cosa che vedo è il riflesso del sole sul Canal Grande, filtrato dalle tende di seta della mia camera. Venezia si sveglia piano, con i rumori dei motoscafi in lontananza e il profumo di caffè che sale dalle botteghe sotto casa. Oggi non è un giorno qualsiasi. Oggi è il giorno in cui Chiara si sposa, e io sono qui, nel cuore di questa città che mi ha adottata, per aiutarla a prepararsi. Ma non è solo questo. C’è qualcosa nell’aria, una tensione che non è solo l’eccitazione del matrimonio. È qualcos’altro. Qualcosa che mi fa stringere le cosce sotto le lenzuola di raso, ancora calde del mio corpo.
Mi alzo, nuda, e vado verso l’armadio. Le assi del parquet scricchiolano sotto i miei piedi, fresche contro la pianta dei piedi scalzi. Scelgo con cura: un body di pizzo nero, così trasparente che i miei capezzoli scuri si intravedono come ombre sotto la trama fine. Le mutandine sono un filo di seta, quasi inesistente, che si perde tra le pieghe del mio sesso.
Mi guardo allo specchio, passandomi le mani sui fianchi, sentendo la pelle d’oca salire lungo le braccia. I capelli rossi, sono ancora spettinati dal sonno, ma è proprio questo disordine che mi piace. Mi trucco appena: un tocco di mascara, un rossetto rosso scuro che mi fa sembrare le labbra ancora più carnose. Mi osservo, e so già che oggi non sarò solo la damigella. Sarò qualcosa di più. Qualcosa di pericoloso.
La villa veneziana dove si tiene la cerimonia è a mezz’ora di vaporetto, immersa nel verde della Giudecca nel sestiere di Dorsoduro. Quando arrivo, il giardino è già pieno di fiori bianchi—peonie, rose, gardenie—e l’aria sa di terra bagnata e profumo costoso. Le scale che portano alla camera nuziale sono coperte da una moquette rossa, soffice sotto i miei tacchi a spillo.
Ogni passo è un piccolo colpo secco, un suono che rimbalza contro le pareti affrescate. Sento il mio seno oscillare leggermente ad ogni movimento, il pizzo che sfiora la pelle ipersensibile dei capezzoli. Li sento indurirsi, puntare contro la stoffa, come se già sapessero cosa li aspetta.
La porta della camera nuziale è socchiusa. Dentro, la luce è dorata, filtrata dai drappi del letto a baldacchino. Chiara è già lì, seduta davanti allo specchio della toeletta, circondata da flaconi di profumo e scatole di gioielli. Indossa solo il bustino di pizzo bianco, le calze velate tenute su da un reggicalze di seta, e un perizoma così sottile che si confonde con la sua pelle.
Le unghie, smaltate di bianco perlato, tamburellano nervose sul legno lucido del mobile. Quando mi vede entrare, i suoi occhi verdi si illuminano, ma c’è qualcosa di diverso nel suo sguardo. Non è solo l’eccitazione della sposa. È curiosità. È fame.
«Sophie», dice, la voce un po’ tremante. «Grazie di essere venuta.»
Mi avvicino, sentendo i tacchi affondare leggermente nel tappeto persiano. Il profumo di gelsomino si mescola a quello del suo corpo—sudore leggero, crema idratante, un tocco di vaniglia. Mi fermo dietro di lei, le mie ginocchia che sfiorano la sedia.
Le poso le mani sulle spalle, sentendo i muscoli tesi sotto la pelle vellutata. «Non avrei perso questo momento per niente al mondo», sussurro, abbassandomi fino a che le mie labbra sono vicino al suo orecchio. Il suo respiro si blocca per un secondo. «Sei bellissima.»
Lei ride, ma è un suono forzato, quasi un singhiozzo. «Sono un disastro. Non riesco nemmeno ad allacciare il reggicalze.»
Le mie dita scivolano giù, lungo le sue braccia, fino ai ganci del reggicalze. Sono freddi, metallici, contro la mia pelle calda. Li allaccio uno a uno, lentamente, sentendo il suo corpo irrigidirsi ad ogni tocco. «Vedi?», dico, la mia voce più bassa del necessario. «Non è così difficile.» Le mie dita sfiorano la parte interna delle sue cosce, dove la pelle è più morbida, più calda. Lei trattiene il fiato. «Devi solo avere la pazienza giusta.»
Chiara si volta leggermente, abbastanza da poter vedere il suo profilo nello specchio. Le labbra sono socchiuse, gli occhi semi-chiusi. «Sophie…», inizia, ma non finisce la frase. Non ne ha bisogno.
Mi allontano di un passo, solo per guardarla meglio. Il bustino le stringe la vita, sollevando i seni fino a farli sembrare un’offerta. Le calze velate nascondono e rivelano allo stesso tempo le sue gambe lunghe, perfette. Il perizoma è una striscia di stoffa bianca che scompare tra le natiche rotonde. Mi mordo il labbro inferiore, sentendo il sangue pulsare tra le gambe. «Dovresti indossare le scarpe», dico, con voce roca. «Così posso vedere l’effetto completo.»
Lei annuisce, si alza con grazia felina. Va verso l’armadio, dove ci sono un paio di décolleté bianche, con il tacco alto e sottile. Se le infila, una alla volta, appoggiandosi alla mia spalla per non perdere l’equilibrio. Il suo peso contro di me è leggero, ma basta a farmi venire la pelle d’oca. Quando è in piedi, si sistema i capelli biondi con un gesto che è tutto teatro. Sa che la sto guardando. Sa che sto immaginando come sarebbe spogliarla pezzo per pezzo, starting from those fucking shoes.
«Allora?», chiede, facendo un piccolo giro su se stessa. Il tacco batte sul parquet, un suono secco, deciso. «Come sto?»
Non rispondo subito. Invece, faccio un passo verso di lei, poi un altro, fino a che i nostri corpi sono così vicini che posso sentire il calore che emana. Alzo una mano, sfioro la curva del suo seno sopra il bustino. «Manca qualcosa», dico. Le sue pupille si dilatano. «Il velo. E…» Lascio la frase in sospeso, la mia mano scende lungo il suo fianco, fino all’orlo del perizoma. «Qualcos’altro.»
Chiara deglutisce. «Cosa?»
Mi abbasso, lentamente, fino a essere in ginocchio davanti a lei. Il tappeto è morbido sotto le mie ginocchia, ma non abbastanza da nascondere la durezza del parquet sotto. Le mie mani risalgono lungo le sue gambe, sentendo i muscoli tendersi sotto le calze velate. «Qualcosa che ti faccia sentire davvero una sposa», sussurro, il mio respiro caldo attraverso la seta. Le mie dita trovano l’orlo del perizoma, lo tirano giù, appena un po’. «Qualcosa che ti faccia ricordare questo momento per sempre.»
Lei non si muove. Non respira. Poi, finalmente, le sue dita affondano nei miei capelli, stringendo appena. «Sophie», dice, la voce rotta. «Non possiamo.»
Alzo gli occhi verso di lei. «Perché no?»
«Perché…» Non finisce la frase. Non può. Perché sa che non c’è una vera ragione. Perché sa che anche lei lo vuole.
Le mie labbra sfiorano la seta umida tra le sue gambe. Posso già sentire il calore, l’odore dolce e muschiato del suo desiderio. «Lasciami», dico, la mia voce un ordine soffice. «Lasciami farti sentire bene.»
Per un secondo, penso che dirà di no. Che si tirerà indietro, che ricorderà il suo promesso sposo, le promesse, il vestito bianco appeso alla porta. Ma poi le sue gambe si aprono, appena un po’, un invito. E io non ho bisogno di altro.
Le mie dita scivolano sotto il perizoma, lo tirano giù lungo le gambe, fino a che non è più che un ricordo ai suoi piedi. Lei indossa ancora le scarpe. Ancora il bustino. Ancora le calze. Ma ora è nuda dove conta. E io sono in ginocchio, con la sua passera davanti alla mia bocca, già bagnata, già pronta.
Non la tocco subito. Invece, le accarezzo l’interno delle cosce con le unghie, leggere, appena abbastanza da farle venire la pelle d’oca. Lei trema. «Sophie, per favore», sussurra.
«Per favore cosa?», chiedo, soffiando aria calda contro il suo sesso. Posso vedere le sue labbra gonfie, luccicanti di umidità. «Dimmi esattamente cosa vuoi.»
Lei geme, le dita che stringono i miei capelli fino a farmi male. «Voglio… voglio la tua bocca.»







